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venerdì 22 gennaio 2010

Avatar: un blockbuster con poche emozioni


E' arrivato, dopo una campagna mondiale di marketing a tamburo battente. E' arrivato e secondo me ha deluso un pò.
James Cameron attinge a piene mani da un immaginario western e fantascientifico visto e rivisto.
Avatar è Un Balla coi lupi ambientato nel cosmo, con la differenza che questo finisce bene; o uno Starship Troopers dove gli umani sono i malvagi, succubi del militarismo fascistoide e della loro cupidigia, e il conflitto si risolve a favore degli alieni di Pandora con gli applausi dello spettatore. Perchè quei cattivoni si meritano proprio di soccombere.
Storia lineare, dialoghi semplici, personaggi tagliati con l'accetta. Sarebbe stato interessante per esempio narrare la difficoltà psicologica di Jake Sully nell'affrontare l'identificazione progressiva con la sua nuova natura aliena.
Oppure vedere un pò di tormento in più nel direttore dell'installazione mineraria; che invece, pur essendo dubbioso a un certo punto di fronte alla logica sopraffattrice del violento colonnello sfregiato, si limita a qualche smorfia di disappunto.
Ma probabilmente un film scritto e diretto da James Cameron, grande professionista del genere azione, non può essere nulla di diverso.
Bravo nella dinamica e nel ritmo, fantasioso ancora una volta, nell'immaginare tecnologie militari avveniristiche. Meno bravo e profondo nella scrittura.
Cosa si salva di questa pellicola tanto attesa?
Carina è l'idea che gli umani che occupano abusivamente il pianeta interagiscano coi nativi attraverso degli esseri uguali a loro creati in laboratorio, gli Avatar appunto. Un pò come in Matrix.
Carina anche l'idea che gli indigeni Na'vi, attraverso la loro treccia "magica", riescano a linkarsi con gli animali e la flora: i Na'vi vivono in simbiosi e in armonia perfetta col loro mondo. Altro che gli uomini, incorreggibili distruttori dell'ambiente.
Poi c'è la tecnologia 3D che ne rende la visione unica; senza di questa Avatar sarebbe un semi-cartoon come tanti altri.
Avatar è un trionfo di attori e scenari modificati o creati da zero con la computer - grafica: che sia questo il futuro del cinema? Attori e mondi del tutto virtuali?
Al di là di questo e di qualche critica fin troppo facile a un plot a tratti disarmante, se hai un figlio nella fascia dagli otto ai tredici anni portalo a vedere Avatar, si divertirà e imparerà qualcosa: come evitare lo scontro di civiltà e rispettare la natura, istruzioni per l'uso.
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giovedì 22 ottobre 2009

Baaria, la Sicilia attraverso gli occhi di un bambino

Ieri sera, dopo una giornata di lavoro, raccolgo le forze residue e vado a vedere Baaria. Rientro alle 2.00 di notte spaccate e stamattina quasi non sento la sveglia. Ne è valsa la pena?
Di questo film ne sono state dette di tutti i colori: è troppo bozzettistico, conferma gli stereotipi più triti sulla Sicilia, è incomprensibile perchè zeppo di dialetto, sorvola sulla mafia, è superficiale anche se trattandosi di Tornatore è diretto benissimo (a proposito di stereotipi).
Per non parlare delle accuse di intelligenza con il nemico perchè la distribuzione è della Medusa berlusconiana.
Anche el Presidentisimo del Veneto Galan a margine del Festival di Venezia lo ha attaccato, ma per una ragione diversa: troppi finanziamenti pubblici a Baaria, è la carica dei soliti siciliani pronti a svuotare i nostri portafogli.
Come sempre la si butta in politica, cioè in vacca (vedi anche il caso di Brevilineo Brunetta contro Michele Placido e il cd. culturame); a Tornatore marca particolarmente male, essendo criticato sia a destra che a sinistra.
A mio parere sono tutti commenti fuori tiro. Tornatore voleva fare un film nostalgico sulla Sicilia di una volta; è vero, e allora? In quale autorevole manuale è scritto che non si possono girare film di tono elegiaco?
Baaria racconta una Sicilia un pò mitizzata come la poteva vedere il bambino Tornatore e ce la regala, prova a rendercene partecipi. Possiamo essere interessati o no a questa scelta estetica, ma tutto necessariamente si esaurisce qui.
Baaria riesce ad essere un racconto individuale e collettivo, nel complesso realistico ma con alcuni innesti onirici e fantastici. Si fonda su una sceneggiatura asciutta che non indulge nella retorica.
La carriera minore del protagonista all'interno del PCI è raccontata con onestà e senza sbrodolature di polemica sul nostro passato.
La mafia è mostrata ma per fortuna non domina il film (sempre a proposito di stereotipi), c'è spazio per la narrazione di una storia familiare, per i protagonisti e le loro relazioni con le persone care, gli amici e i conoscenti, nella cornice di questo paese antico di una regione splendida.
E' valsa la pena di far tardi? Tutto sommato sì.

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martedì 14 luglio 2009

La Bollywood di Bossi

A Milano è stato tagliato il nastro al Polo della Cinematografia Lombarda. I militi in camicia verde raggiungono un obiettivo importante: la Padania avrà il suo cinema. Stop al colonialismo culturale di Roma e del sud.
Rincara la dose il dotto Castelli con la Garzantina 2009 sotto il braccio: basta col romanesco, ascoltare attori che lo parlano in ogni contesto geografico è insopportabile.
Nella mia memoria non riesco a trovare film in cui la gente del nord viene insultata, ma fa niente.
Al massimo ricordo qualche vecchia commedia dove ai nordici, in particolare ai miei conterranei veneti, veniva riservata la parte del carabiniere tonto, che è speculare ai ritratti fortemente caricaturali dei siciliani mafiosi o dei campani imbroglioni di altri film del genere.
Non riesco nemmeno a ricordare film dove attori del nord (addirittura altoatesini) parlano in romanesco, dev'essere soltanto un incubo ricorrente nelle notti di Castelli. Si tranquillizzi un pò.
Fine di Un Posto al Sole degli odiati napoletani, quelli colerosi per dirla con Salvini che è un altro raffinato esponente leghista; largo a Un Posto nella Val Brembana, Anche i Bellunesi Piangono e a qualche Dallas nostrana con i re dell'industria bresciana come protagonisti.
Ci siamo sorbiti diversi telefilm sui marescialli dei carabinieri, Nonno Libero e così via, che hanno raffigurato un'Italia buonista da strapaese di cui è dubbia la reale esistenza.
Ci siamo sorbiti tonnellate di sceneggiati dedicati a preti, suore, vescovi, papi, perpetue e sacrestani, adesso arriverà il turno delle produzioni sul Nord, sulla bella storia padana amata da Bossi. Un cinema in dimensione etnica.
E' già in gestazione una fiction su un fraticello del seicento che diede conforto morale ai viennesi assediati dai turchi. Ovvero l'occidente assediato dai cattivoni islamici: tema di stringente attualità nell'ottica della Lega.
Si perpetua la tendenza italiana a strizzare l'occhio al potere, a strumentalizzare il racconto del paese per finalità di parte.
O l'agiografia della Chiesa e del mondo cattolico o quella delle genti virtuose del Nord, lo spettatore non ha scampo, dipende da chi comanda. Non ha scampo e non impara granchè.
Nessun film lumbard riuscirà a farmi amare le terre del nord come lo splendido Novecento di Bertolucci (parmense doc). Castelli l'ha visto?
O come il Viaggio sul Po di Cesare Zavattini (nato reggiano). Bossi sa chi è?
La cinematografia del nord esiste già e ha dato un contributo eccezionale alla cultura di questo paese.
I leghisti si ripassino Ermanno Olmi da Treviglio o Carlo Mazzacurati da Padova, tanto per citarne due. Esiste già una tradizione di attori del nord: Bentivoglio, Tognazzi, Accorsi, Pozzetto e così via.
Intanto, nella speranza vana che si sforzino di approfondire meglio certi argomenti per evitare di dire sciocchezze, i militi della Lega hanno trovato la loro Bollywood, che presumo sarà finanziata coi soldi dei contribuenti. All'italiana, anzi potremmo dire alla romana.
E infine diciamolo: Massimo Boldi è una schiappa, Alberto Sordi un fuoriclasse, con buona pace dei lumbard.

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domenica 3 maggio 2009

In attesa di nuovi miti


R. Guttuso, Testa del Che (1967)

Il film di Steven Soderbergh sul Che Guevara pone un tema fra i tanti: quello dei miti, politici o culturali, che caratterizzano un'epoca.
Come il XIX secolo è stato caratterizzato da Giuseppe Garibaldi, il XX secolo è stato indubbiamente caratterizzato da Che Guevara, che assurge a simbolo massimo della figura del rivoluzionario.
La vita e la morte del Che sono la sublimazione di un'etica, di un impegno personale rigoroso e lontano dai compromessi, che coerentemente ha portato il leggendario comandante a sacrificarsi durante il fallimentare tentativo di insurrezione in Bolivia.
Nel quadro dedicatogli da Renato Guttuso vediamo la testa del Che esposta su un piatto. E' un destino simile a quello di S. Giovanni Battista, che pagò con la morte per decapitazione la sua predicazione contro le ingiustizie e la corruzione del potere.
Che Guevara come il personaggio dei Vangeli fu mutilato per spregio dai militari boliviani, che gli amputarono le mani, e l'immagine impietosa del suo cadavere sul tavolo delle autopsie fece il giro del mondo.
La figura di Ernesto Guevara tende a superare le tradizionali divisioni ideologiche e si è spesso guadagnata il rispetto e l'ammirazione anche di persone molto lontane dal comunismo.
Questo significativo film in due parti del resto è stato diretto da un regista americano: l'America contro cui Che Guevara si è battuto.
Questo perchè, considerazioni ideologiche a parte, Che Guevara è la rappresentazione della purezza, dello spirito eternamente giovane e perciò rivoluzionario per definizione.
Anche chi non è comunista può ammirare Che Guevara che prima di abbracciare il comunismo era una persona animata da un profondo senso morale: un uomo dalla parte degli sfruttati e degli umiliati sempre e comunque.
Prima di leggere Marx e imbracciare il fucile girò l'America Latina per curare i poveri, come è stato raccontato ne I diari della motocicletta.
In tal senso l'argentino morto per spingere alla rivolta i campesinos di un'altra nazione è riuscito a diventare l'icona di un secolo.
Dopo aver visto il fim resta una domanda: quali potranno essere i miti della nostra epoca, che appare così lontana da qualsiasi coinvolgimento valoriale se non ideologico, oltrechè dalla speranza.

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lunedì 16 marzo 2009

Watchmen è l'antimarvel per eccellenza

Un film diverso sui supereroi. I protagonisti di Watchmen non somigliano per niente all'immagine tradizionale che ne ha il pubblico.
Ben lungi dall'essere cavalieri senza macchia e senza paura, uomini e donne tutti d'un pezzo, i vigilantes in costume raccontati da Zack Snyder nel suo nuovo film presentano tutti i difetti e le contraddizioni degli uomini normali.
In questo senso viene ripreso il discorso di Batman Begins e Il Cavaliere Oscuro, dove il mitico uomo pipistrello viene mostrato nei suoi laceranti conflitti interiori. Dove si è mai visto un supereroe (Il Comico) che violenta una sua compagna di squadra?
O un altro (lo piscolabile e ieratico Rorschach) che invece di consegnare i criminali alla polizia li giustizia senza tanti patemi?
O un altro ancora (Ozimandyas), ideatore di un elaborato piano che prevede l'eliminazione "controllata" di alcuni milioni di persone per far scoppiare la pace fra USA e URSS e di far ricadere la colpa su un altro membro della squadra, il sovrumano dott. Manhattan? Il fine giustifica i mezzi.
Gli Watchmen non somigliano per niente ai vari Iron Man, Spider Man e Fantastici Quattro.
Il film è ambientato in un mondo alternativo secondo un concetto di ucronia, dove Nixon è ancora presidente dopo ben cinque mandati e gli americani hanno vinto in Vietnam (grazie alla collaborazione dei supereroi); i vigilantes mascherati sono stati obbligati al pensionamento da una legge apposita e la guerra fredda si avvicina inevitabilmente all'epilogo dello scontro nucleare.
Da questo punto di vista, con rapidi flash vediamo la parabola della democrazia rappresentativa e il lato più sporco della politica, che usa i supereroi per le sue operazioni spregiudicate e i suoi complotti.
Watchmen è un film cupo e decadente, dove la lotta più importante che conducono i supereroi è quella contro se stessi.
Grande fotografia, sequenze visionarie, sceneggiatura complessa che è stata adattata bene dal fumetto originale, articolato in ben 12 albi.
L'unica pecca è la durata (oltre due ore e mezza), magari si potevano stringere un pò i tempi; e magari si potevano evitare alcune scene splatter, che non erano necessarie in un canovaccio già sufficientemente duro e amaro.
Ma a parte questo, un buon film. 7+

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martedì 20 gennaio 2009

W. di Oliver Stone, l'ignoranza trionfante

Un uomo senza qualità e cultura alla guida della nazione più potente del mondo. Una macchietta con problemi di alcolismo che per otto anni ha retto le sorti di tutti noi, in conflitto perenne con se stesso e un'ingombrante figura paterna.
Questo in sintesi W. di Oliver Stone, che ieri sera è stato trasmesso da LA7 perchè non si è trovato un accordo per la distribuzione nei cinema, fatto preoccupante.
Stone non ha voluto fare un film prettamente politico; l'unico aspetto della presidenza Bush che viene sviscerato è la guerra in Iraq.
Un conflitto che il presidente concepisce da texano spaccone come un regolamento di conti alla mezzogiorno e mezzo di fuoco con il vecchio nemico della sua famiglia, Saddam.
Mentre Cheney, il vice forse additato dal regista come la vera anima nera di quella amministrazione, intende come un'occasione da non sprecare per tutelare gli interessi strategici americani e garantire il controllo di alcune delle maggiori riserve di petrolio del pianeta.
Il conflitto iracheno viene inquadrato nella sua vera dimensione e denudato dalle bugie sugli stati canaglia e l'esportazione della democrazia.
Ma Stone si sofferma soprattutto sull'uomo Bush, interpretato efficacemente da Josh Brolin che aveva già offerto un'ottima prova in Non è un paese per vecchi dei Cohen.
La camera indugia spesso in primi piani sui personaggi, li scruta ingigantendone il volto e le espressioni.
George W. è il figlio indolente e ignorante di un uomo di potere che viene sempre messo a confronto con il fratello minore Jeb, più bravo e più bello agli occhi di papà.
Ma George W. è una persona di ambizione, lotta per sottrarsi all'ombra del padre ed entra in politica anche per sfida, per dimostrare che pure lui è in grado di fare qualcosa di buono.
Con quali effetti per la stabilità politica ed economica internazionale, purtroppo l'abbiamo visto tutti.
Stone tutto sommato ne tratteggia un'immagine per certi versi inedita, raccontandone per esempio il rapporto (un pò superficiale) con la religione e l'unica vera aspirazione frustrata, il baseball, e butta sul piatto un interrogativo sempre attuale: com'è possibile che un uomo così sia arrivato a guidare gli USA?
La democrazia ha criteri di selezione efficaci della sua classe dirigente?
Voto: 7

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lunedì 26 maggio 2008

Cannes: l'Italia delle malefatte trionfa al cinema


"Grande ritorno del nostro cinema ai momenti gloriosi della sua storia"
(Giorgio Napolitano)

Italia premiata al festival di Cannes; arrivano due prestigiosi riconoscimenti per i film Gomorra e il Divo. Complimenti agli autori.
In tutta franchezza però non condivido l'entusiasmo del Presidente della Repubblica; vinciamo con due pellicole che raccontano al mondo personaggi controversi della nostra storia o fenomeni di profondo degrado civile.
I film, pur se di argomento diverso, si collegano. Dalla Campania in mano alla camorra alla rivisitazione delle vicende del divino Andreotti, personaggio fra i più potenti e discussi della storia nazionale, è l'Italia della criminalità o della politica ambigua e sgovernante, ridotta a mero gioco di potere, ad affascinare al tal punto pubblico e giurati.
Non condivido però neanche l'opinione di chi ha detto che questi film ci danneggiano; registi e attori fanno il loro lavoro, producono arte, è il paese che fa pena. E' l'Italia che danneggia se stessa.
Dopo le grandi produzioni Hollywoodiane che hanno raccontato la mafia, spesso mitizzandola e dando luogo a un'epica moderna (basta pensare al Padrino di Coppola), dopo la stagione delle fiction aperta dalla Piovra trasmessa ovunque, il romanzo criminale all'italiana continua a riscuotere consensi. Questa è la materia principale che forniamo al cinema.
Una volta erano uomini come Fellini a suscitare entusiasmo e a vincere premi, oggi vinciamo con un giovane regista che fa vedere i legami complessi e angoscianti fra criminalità, politica e società, mentre Saviano che ha ispirato il libro vive sotto scorta e non può neanche sfilare liberamente sulla croisette. Oppure vinciamo e convinciamo con un altro regista che parla del divo Giulio.
Congratulazioni... Ma che vergogna...

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martedì 20 maggio 2008

Iron Man: sugli schermi un altro eroe Marvel

Anche Tony Stark alias Iron Man si aggiunge alla lista dei supereroi Marvel proposti da Hollywood negli ultimi anni.
La regia è di un nome secondario (John Favreau), a dimostrazione che in questo filone non conta più di tanto chi dirige, quanto la capacità strettamente tecnica di gestire il set.
Sam Raimi, che ha diretto il trittico su L'Uomo Ragno e Ang Lee, che si è cimentato con Hulk, sono eccezioni.
Tecnicamente parlando è un film riuscito; ritmi adeguati, grandi effetti speciali, attori sempre in linea.
E ci mancherebbe visto che parliamo di Robert Downey Jr., Gwyneth Paltrow e del vecchio Jeff Bridges, convincente al punto giusto nella parte del cattivone di turno.
Qualche aggiornamento inevitabile alla trama del fumetto, che storicamente è una delle prime creazioni Marvel (metà anni 60).
La genesi di Iron Man non avviene durante la guerra del Vietnam, bensì in Afghanistan. Il belloccio, godereccio e geniale miliardario Tony Stark, patrono delle Stark Industries che figurano fra i principali fornitori del Pentagono, viene sequestrato da una banda di terroristi (i Dieci Anelli), che è la fotocopia di Al Qaeda.
Gli eventi drammatici a cui è sottoposto gli faranno capire che la vita non è un gioco.
Incontra un medico che lo salva dalle gravi ferite riportate, innestandogli un apparato che tiene lontane dal suo cuore le schegge che altrimenti lo ucciderebbero.
Lo aiuta poi a costruire il primo rudimentale propotipo di armatura tecnologica per sfuggire ai suoi carcerieri e muore nello scontro.
Tornato a casa, Stark manifesta l'intenzione di convertire le sue industrie a produzioni pacifiche e realizza il secondo prototipo dell'esoscheletro più famoso della storia dei comics, per mettersi al servizio del bene.
Da qui lo scontro con Jeff Bridges, cinico manager dell'azienda e suo vecchio mentore, che cerca di farlo fuori utilizzando un altro micidiale prototipo costruito per l'occasione.
Rispetto a pacchianate come I Fantastici Quattro Iron Man scorre bene; i dialoghi e l'incedere sono asciutti, i personaggi credibili, approfonditi quanto basta.
Tuttavia è un prodotto destinato al grande pubblico; la trama accontenta un pò tutti. Un accenno critico all'industria bellica e contemporaneamente una visione positiva dei militari impegnati nel peace - enforcing all'estero.
Comunque nel complesso un buon film.

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lunedì 25 febbraio 2008

Non è un paese per vecchi. Cohen da oscar

Tre uomini. Un operaio texano, reduce del Vietnam e appassionato di caccia; un implacabile sicario psicopatico, uno sceriffo alle soglie della pensione.
Il primo si imbatte casualmente, nel deserto, in una valigetta piena di dollari, abbandonata nel luogo di un regolamento di conti fra trafficanti di droga messicani.
Il secondo (uno straordinario Javier Bardem) lo bracca per riprenderla e dissemina il suo cammino di morti, scegliendo come un Dio capriccioso chi ammazzare e chi risparmiare con il gioco della monetina.
Il terzo tenta di fermarli, o perlomeno di salvare la vita all'ostinato cacciatore, intuendo che con tutta probabilità non avrà scampo.
Questa in sintesi la trama di "Non è un paese per vecchi", il nuovo film dei fratelli Cohen tratto da un romanzo dello scrittore Cormac Mc Carthy, che proprio ieri sono stati premiati da quattro oscar.
Dentro l'involucro del genere noir (o non è piuttosto un western moderno?), i Cohen raccontano un mondo dominato dalla sopraffazione e dalla violenza efferata, dove si uccide senza una motivazione e si è smarrito il senso di tutto.
Il male trionfa, l'assassino la farà franca; come uno spettro inafferrabile andrà dietro al suo scopo insondabile: i soldi non gli interessano, farà fuori addirittura il suo committente.
Non puoi fermare ciò che sta arrivando, dice al tormentato sceriffo (Tommy Lee Jones) un suo amico, tutore dell'ordine già a riposo da tempo.
"Non è un paese per vecchi" in effetti racconta la fine dei significati, di un codice etico in cui anche il mondo criminale aveva finalità razionali.
E la data al 1980, probabilmente identificata come il momento d'inizio del nuovo mondo. Quello in cui viviamo.
Il vecchio e umano sceriffo non si capacita di quello che gli accade intorno, il paese non è più per quelli come lui.
Racconto dell'arancia meccanica americana di oggi, ma amara riflessione valida per qualunque paese moderno, dove la cronaca offre continui spunti per chiedersi come hanno potuto, com'è possibile che la morte violenta e casuale colga gli innocenti nel campus o mentre sono al volante per tornare a casa dai figli.
I Cohen dunque tornano al noir e recuperano, arricchendole ulteriormente, le atmosfere stralunate e angosciose di Fargo.
Film in magistrale equilibrio fra azione e immobilità, con silenzi che fanno esplodere la tensione e una fotografia che resta impressa, per i Cohen Bros dopo la digressione un pò discussa nella commedia (con Ladykillers e Prima ti sposo, poi ti rovino), è un ritorno in grande stile. Da oscar appunto.
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mercoledì 23 gennaio 2008

Fantastici Quattro: brutto film sul fumetto Marvel

Ieri sera, per non deprimermi con la solita orgia di telepolitica incentrata sulla crisi di governo ho guardato I Fantastici Quattro, che avevo videoregistrato qualche giorno fa.
I fumetti della Marvel, molto più di Topolino e affini, hanno accompagnato la mia infanzia ormai lontana.
I Fantastici Quattro quindi, ma anche Devil, gli X Men, Capitan America, I Vendicatori e soprattutto il mio amatissimo Uomo Ragno.
Ne collezionavo gli albi, che almeno in parte hanno resistito ai periodici rastrellamenti di cose vecchie che capitano in tutte le famiglie.
Perciò, quando Hollywood ha lanciato in grande stile il filone supereroistico mi ci sono buttato con piacere, ma l'appuntamento cinematografico con la squadra di Mr. Fantastic l'ho disertato, perchè il trailer mi aveva fatto venire qualche dubbio.
Dopo essermelo sorbito tutto direi che ho fatto bene.
E' il capitolo cinematografico più brutto finora prodotto sui personaggi della Marvel Comics. Il regista è Tim Story, che come si può leggere nella scheda di Wikipedia ha all'attivo soprattutto la direzione di video musicali. E si vede.
Il copione probabilmente è stato scritto durante le pause hamburger, la sceneggiatura è povera, i dialoghi sono disarmanti nella loro stupidità.
Dunque una bambocciata adatta agli adolescenti. Begli effetti speciali (ma al giorno d'oggi ci vuole poco), ritmi e montaggio da videoclip, attori inconsistenti che hanno presenza fisica e basta.
La cosa migliore, per i maschietti come me, è proprio godersi la vista di Jessica Alba; esattamente come per le ragazze godersi Chris Evans nei panni della Torcia Umana.
Nel film costui è ancora più superficiale che nel fumetto. Non riesce a dire niente, ma proprio niente, di sensato: almeno nelle striscie della Marvel ogni tanto recuperava punti con qualche ragionamento decente.
Niente a che vedere dunque con l'ottima trasposizione cinematografica di Spider Man (ma la regia è di Sam Raimi, tutt'altra stoffa) o di Hulk (diretto da Ang Lee, altro regista degno di attenzione), che hanno cercato di dare una caratterizzazione psicologica ai personaggi e di inserirli in una storia con un capo e una coda.
Da questo punto di vista si salva solo Ben Grimm - La Cosa, che dopo la sua metamorfosi entra ovviamente in crisi e conferisce una parvenza di tono drammatico alla vicenda.
Ma poi perchè il malvagio Dottor Destino, dopo aver messo a soqquadro New York, viene imbarcato su una nave diretta a Latveria, invece di finire in galera (magari la Volta, la galera speciale per i supercattivi del mondo Marvel) come sarebbe logico attendersi? Boh.
Forse ha usufruito anche lui dell'indulto di Mastella. Speriamo che il prossimo Iron Man sia un pò meglio.
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giovedì 15 novembre 2007

Flags of our Fathers, la memoria della guerra

L'altra sera, preso dallo sconforto per la penuria di programmi interessanti in tv, ho noleggiato Flags Of Our Fathers di Clint Eastwood.
Sono un fan del vecchio Clint fin dai tempi dell'ispettore Callaghan, però questo capitolo quando è uscito al cinema me lo sono perso.
Clint Eastwood è come i vini pregiati; più invecchia, più diventa bravo.
Ha la capacità di raccontare puntando dritto al cuore delle questioni umane, con immediatezza e rara efficacia. E' un comunicatore che con il linguaggio filmico riesce a farsi capire bene da tutti.
Flags Of Our Fathers è prima di tutto un film irriverente; affronta il tema della memoria collettiva americana del secondo conflitto mondiale, svelando il rovescio della medaglia.
La vicenda è quella della bandiera issata dai marines sulla vetta del monte Suribachi, durante la furiosa battaglia per la conquista di Iwo Jima.
Chi erano i soldati che l'hanno piantata? Quante foto sono state scattate in realtà? Una o due? Cosa ne è stato di quei ragazzi? Com'è stata la battaglia?
Secondo Clint l'immagine divenuta famosa in tutto il mondo ed amata dagli americani come un simbolo di vittoria, eroismo e sacrificio, è stata scattata con i militari in posa.
Dopo che la bandiera era stata piantata una prima volta da altri loro compagni appena giunti sulla cima, al prezzo di una sparatoria con i giapponesi.
E' una vecchia polemica, che ha sempre diviso gli americani fin dal 1945. Eastwood appoggia questa tesi.
Se ne serve per raccontarci un'episodio di morte e dolore abilmente sfruttato, in termini di marketing, dalle autorità USA che erano a caccia di denaro attraverso le obbligazioni di guerra, per finanziare l'ultima spallata al Giappone.
Il conflitto in quella primavera del '45 stava pesando molto sui conti pubblici e l'opinione pubblica era stanca; ecco che allora un tour promozionale degli eroi di Iwo Jima (ma non erano loro in realtà) poteva servire per ridare slancio alla guerra.
Il film tuttavia non ha un intento strettamente politico, anche se traspare con chiarezza il j'accuse contro le autorità militari e politiche per il cinismo con cui venne gestita la vicenda.
Lo scopo principale di Eastwood è seguire il lato umano, come sempre più spesso gli accade negli ultimi anni.
Si concentra sul dramma dei tre militari, eroi per caso, e dei loro commilitoni ad Iwo Jima.
Due reggono il gioco; uno cercherà a guerra conclusa di sfruttare la sua popolarità per fare carriera.
Il secondo è un coraggioso infermiere rimasto ferito durante la battaglia, che si arrovella per il rimorso di non essere riuscito a salvare abbastanza compagni dalla morte.
Il terzo è un pellerossa che ha la funzione di coscienza critica; difatti si ribella agli scopi propagandistici dell'operazione.
Sarà lui a subire lo scotto più pesante: a guerra finita non riuscirà a dimenticare i morti e gli orrori visti e continuerà a macerarsi nel senso di colpa per essere sopravvissuto ed essere stato spacciato per eroe.
Con una regia che alterna bene il passato e il presente dove gli anziani reduci rievocano quei giorni, Eastwood spoglia dal velo della retorica la memoria che gli americani conservano di Iwo Jima e più ampiamente della seconda guerra mondiale.
Come si dice nel film, i soldati muoiono per la patria, ma prima di tutto muoiono e si sacrificano per i loro compagni, per chi gli cade a fianco o davanti.
Non ci sono eroi, ma solo uomini che soffrono per i loro compagni, i loro fratelli e che cercano di portare a termine nel miglior modo possibile il compito che gli è stato assegnato.
Gli eroi vengono creati dalla politica, per ammantare di nobiltà e bellezza la cruda essenza della guerra.
Eastwood conferma di essere forse l'ultimo umanista di Hollywood, un cineasta sensibile, coraggioso ed attento. Voto: 8+
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sabato 27 ottobre 2007

Fratello, dove sei? Un gran bel film

Bello questo video, no?
Stanotte su Canale 5 verrà trasmesso "Fratello dove sei?", film del 2000 diretto dai fratelli Cohen, con George Clooney ed altri bravissimi interpreti, fra cui John Turturro e l'impagabile John Goodman.
Tanto per cambiare, i film migliori vengono trasmessi ad orari adatti solo agli insonni; finiscono relegati in fondo a palinsesti per lobotomizzati, intasati come sono da reality, quiz, fiction pallose e retoriche a base di preti, carabinieri e dottorine del pronto soccorso altruiste.
Comunque... a proposito del film, credo che sia uno dei capitoli migliori della produzione dei Cohen; azzeccata l'ambientazione nell'America della grande depressione, che è stata resa da una deliziosa fotografia seppiata.
Trama spumeggiante, strizza divertita l'occhiolino nientedimeno che all'Odissea di Omero: il protagonista interpretato da George Clooney si chiama Ulysses, che appena evaso con due compagni dalla colonia penale incontra sulle traversine della ferrovia un vecchio nero cieco (ovvero Omero), che gli predice il futuro.
I tre simpaticissimi galeotti intraprendono un viaggio attraverso l'America squattrinata e rurale di quegli anni, dove gli capitano molte peripezie, fra cui l'incontro con un venditore di bibbie imbroglione cieco da un occhio (John Goodman - Polifemo), che li pesta ben bene e li deruba e con il famoso gangster pazzoide Baby Face Nelson, che li implica loro malgrado nelle sue scorrerie.
Devono sfuggire alla caccia di un bieco sceriffo munito di occhialoni neri e muta di cani, nella speranza di raggiungere il tesoro nascosto da Clooney prima della condanna, in realtà una bufala rifilata agli altri per convincerli ad evadere con lui.
E finiscono addirittura coinvolti nella campagna elettorale per il governatore dello stato, fra due candidati di complementare cialtroneria.
"Fratello, dove sei" è la storia di un viaggio con cui i Cohen ripercorrono la storia dell'America e la sua cultura popolare in maniera giocosa e colta.
E' una commedia brillante, stilosa e nel contempo godibile, dove la musica occupa una parte rilevante, come del resto in tutta la loro filmografia (basta pensare alla colonna sonora del Grande Lebowski).
Anche da questo punto di vista, interessante è la rivisitazione della cultura americana: folk, country e blues accompagnano piacevolmente il procedere del film.
Dialogo fra Ulysses e il suo compagno Delmar:
U - Mai fidarsi di una femmina, Delmar. Ricorda questo semplice principio e il tempo con me non sarà stato speso invano.
D - Ok Everett.
U - Travolto da un treno... la verità non significa niente per una donna. E' il trionfo della soggettività. Sei mai stato con una donna Delmar?
D - Beh io... prima di pensare a certe cose devo recuperare la fattoria di famiglia.
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