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mercoledì 12 gennaio 2011

Un nuovo partito in Italia, l'I.S.C.M. (Io sto con Marchionne)


Nasce un nuovo partito in Italietta, l'I.S.C.M. (Io sto con Marchionne). E' meglio del terzo polo di Fini e Casini, dato che sta riscuotendo consensi assolutamente trasversali, da destra a sinistra passando per il centro.
Anche Matteo Renzi con una dichiarazione coraggiosa, da statista in pectore, ha detto che sta con l'A.D. di FIAT.
Dalla rottamazione della vecchia nomenklatura pidina Renzi è passato a quella dei diritti dei lavoratori; l'Italia è questa, si rottama tutto tranne quello che andrebbe veramente gettato via.
Renzi è partecipe dell'entusiasmo di tanti suoi compagni di partito (Letta, Veltroni e altri), che vogliono fare largo al nuovo, e marcare le distanze rispetto alle logiche conservatrici della FIOM; quello strano animale in odore di comunismo, fuori dal tempo, ancora legato alle nostalgie operaiste e alla teoria del conflitto permanente.
Le elezioni prima o poi arriveranno e diranno se gli slanci nuovisti del PD sono condivisi dai lavoratori che sicuramente, comunque si veda la questione Mirafiori, con questo accordo ci vanno a perdere e sono una delle basi elettorali di un partito presunto di centrosinistra. 
Per il momento rileviamo che Marchionne mette ecumenicamente d'accordo tutti, è meglio di Berlusconi, Montezemolo e così via.
Non so cosa pensa l'opinione pubblica, ma io ho un certo pudore a parlare di questa battaglia fra FIOM e FIAT. Tutti parlano, ma ben pochi di loro hanno mai assaggiato il lavoro della fabbrica.
Prima di pronunciarsi sarebbe meglio che gli esperti dell'ultima ora di relazioni industriali ed economia che hanno preso la parola, provassero a lavorare sulle linee di produzione con le condizioni dell'accordo imposto da Marchionne.
Giusto un paio di settimane, giusto per focalizzare bene l'oggetto del discorso....
Un accordo questo che è la conseguenza di quello di Pomigliano, che a detta di molti (a cominciare da Marchionne) doveva essere un'eccezione e invece è diventato quello che altri si aspettavano: un cavallo di troia per modificare profondamente le relazioni industriali del nostro paese.
L'impressione, al di là delle ragioni di entrambe le parti, è che il dibattito di queste ultime settimane come al solito sia strumentale e fuorviante, perchè il problema da risolvere è stato identificato negli operai, quanto e come lavorano. 
Ben pochi (perchè pochi hanno una vera cognizione di causa) hanno posto l'accento su altre questioni che sono molto più importanti e richiamano  le mancanze storiche e gli errori strategici di FIAT, che oggi impongono una dolorosa e rapida trasformazione dell'azienda (e sono all'origine del reclutamento di Marchionne stesso).
Il rapporto incerto con il mercato, l'assenza di modelli competitivi in varie fasce, i ritardi nell'innovazione di impianti e processi e il disinteresse perdurante verso l'auto elettrica (Renault ne sta per lanciare due, un'utilitaria e una berlina) o altri progetti ecologici.
Non è un caso se come sempre certi dibattiti isterici li facciamo solo qui, in Germania non si pongono il problema di trasferire le produzioni in Serbia, di sottoporre gli operai (molto meglio pagati) a turni massacranti o di limitarne il diritto di sciopero.
FIAT sta spostando interamente sulla parte più debole, quella che lavora sulle linee, il costo di una necessaria riconversione che ha come obiettivo la sopravvivenza, prima di quello più ambizioso, ossia divenire uno dei principali operatori mondiali dell'automotive.
La colpa dei somari del centrosinistra alla Renzi è aver sposato acriticamente, nel deserto di idee e valori che li  caratterizza, un simile progetto, dimostrando completa indifferenza per la condizione dei lavoratori.
Quella del governo invece è aver rinunciato in partenza a svolgere la funzione che non nelle economie comuniste, ma in quelle del capitalismo avanzato, i governi normalmente svolgono: la mediazione fra le categorie per trovare una composizione ragionevole e civile degli interessi in gioco.
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mercoledì 16 giugno 2010

Pomigliano, perchè secondo me la FIOM ha ragione

Premessa: a mio parere il mondo sindacale, con qualche lodevole eccezione, negli ultimi vent'anni ha sbagliato molto. Non mi entusiasma l'idea di farne il difensore d'ufficio.
A volte è apparso troppo conservatore, troppo attento a tutelare "a prescindere" il lavoro a tempo indeterminato, sia nel pubblico che nel privato, i diritti di chi almeno in teoria era già a posto.
Viceversa è stato disattento verso la precarizzazione che cominciava a prendere piede già nella seconda metà degli anni '90.
Il precariato ha asfaltato chi  ha un'età compresa fra i 25 e i 35 anni, tutta la generazione che ha terminato gli studi negli ultimi anni e si trova con molti meno soldi e molte meno prospettive degli altri; almeno fino alla recessione che ha determinato un'ulteriore rimescolamento delle carte spingendo sull'orlo del burrone anche i loro padri, nonni e fratelli maggiori.
La negazione del futuro ai giovani è la vera macelleria sociale di lungo termine dell'Italia, è forse più di ogni altra cosa il segno della decadenza in cui ci dibattiamo, altro che evasori fiscali come dice Draghi. E su questo i sindacati qualche ammenda la devono fare.
Mentre i ras sindacali al momento di rinnovare i contratti collettivi negoziavano le migliori condizioni possibili per i lavoratori del metalmeccanico o del pubblico impiego, esplodeva il fenomeno dei contratti atipici che imprigionano in via permanente i più giovani.
Mentre le sacche di povertà aumentavano e mancavano forme efficaci di rappresentanza dei nuovi interessi, i sindacati difendevano i fortini, le vecchie sacche di privilegio e il loro potere residuo.
Negli ultimi due anni il caso esemplare da questo punto di vista è stato Alitalia, la cui stramba conclusione a favore della cordata dei volenterosi berlusconiana è stata favorita anche dall'ostracismo sindacale, dai sindacati del no a prescindere.
Detto questo la FIOM sulla trattativa per Pomigliano ha ragione. Ciò che la FIAT vuole imporre con una logica ricattatoria (o così o ce ne andiamo in Polonia) è un nuovo modello di relazioni industriali dove i diritti fondamentali dei lavoratori sono sostanzialmente cancellati.
Molte concessioni e sacrifici si possono fare ed è giusto fare, ma cancellare il diritto di sciopero o stabilire che se il tasso di assenteismo va oltre una certa soglia non verranno più pagate le indennità di malattia è troppo. E oltretutto è incostituzionale.
Nessuna legge, nessun contratto aziendale, nessuna trattativa nazionale può derogare ai diritti costituzionali all'indennità di malattia o di sciopero.
Nessun sindacato degno di questo nome può accettare che un'azienda valuti con l'ampia discrezionalità  indicata da FIAT se una RSU o un singolo lavoratore si sono posti in contrasto con l'accordo, e quindi multare la prima e licenziare il secondo in libertà.
C'è uno strano parallelismo fra il meccanismo derogatorio del piano FIAT e i continui attacchi alla costituzione di Berlusconi; ormai la nostra carta costituzionale, per una parte della classe politica e del management delle aziende, è evidentemente un optional o un intralcio che si può scavalcare con assoluta disinvoltura.
E il modello di relazioni industriali targato FIAT, che oggi si vuol far passare in via eccezionale a Pomigliano con la complicità di una parte del mondo sindacale che ha interesse a isolare la CGIL, domani potrebbe essere generalizzato, imposto ovunque in nome dei sacrifici necessari per mantenere la competitività.
Ci allontaniamo dall'occidente e ci avviciniamo alla Cina, rischiamo sempre più di essere, come dice Beppe Grillo - i cinesi d'Europa.
Adesso la FIOM è isolata, è stata messa da tutti nell'angolino dei cattivi, ma forse l'episodio di Pomigliano è il primo segnale del risveglio di una coscienza sindacale più vera, più autentica.
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giovedì 6 maggio 2010

Grecia - Italia una fazza, una razza...una crisi?

La Grecia brucia, la gente è in rivolta.
Non pagheremo noi per la vostra crisi - Da quando è iniziata la recessione lo abbiamo visto scritto sui cartelloni dei manifestanti in tutto il mondo. 
I greci adesso stanno passando alle vie di fatto, non ci stanno, e sono noti per essere uno dei popoli più fumantini del nostro continente. La rivolta di Exarchia dell'anno scorso è lì a dimostrarlo.
Terribile ciò che è successo in quella banca, vergognoso che ancora una volta ci abbiano messo lo zampino i Black Bloc, i luddisti dei tempi moderni, i nichilisti che non conoscono il concetto di proposta, sanno solo come seminare disordini e violenza.
Ma al netto di questo i dimostranti di Atene (che in grande maggioranza sono persone normali: lavoratori e pensionati, madri di famiglia, studenti) hanno ragione.
La recessione che sta sconvolgendo il mondo è scaturita dai circoli più o meno occulti dell'alta finanza, dai consigli d'amministrazione delle Merchant Bank, dalle decisioni prese dal WTO nell'ultimo ventennio che sono state avvallate puntualmente dai governi, almeno da quelli che contano.
L'oligarchia che controlla l'economia mondiale non è rappresentata da personaggi come  Bernie Madoff.
Quello è soltanto il volto più eclatante e pittoresco del malaffare finanziario che decide delle nostre vite.
E' una consorteria (ad oggi impunita) che lavora spesso sotto traccia ed è ben ammanicata con la politica, riuscendo a condizionare esecutivi e parlamenti che secondo il normale processo democratico dovrebbero rispondere esclusivamente ai cittadini.
I greci però hanno ragione fino a un certo punto, perchè il rischio di default del paese è anche il risultato di anni e anni di finanza allegra, di cui sono responsabili i politici eletti dai greci stessi.
Lo stato - vacca da mungere spendeva e spandeva; negli indici mondiali della corruzione politica la Grecia è nelle prime posizioni.
Spesa pubblica irrazionale, sprechi, corruzione diffusa, indebitamento elevato, indifferenza o complicità dei cittadini.
E' una situazione molto simile a quella italiana, dove  il deficit veleggia serenamente verso il 118%...Quando si dice una fazza una razza.
Berlusconi e Tremonti tacciono.  Berlusconi in verità è rapido a intervenire solo per attaccare la stampa e i giudici, la diabolica spectre che vorrebbe eliminarlo.
Anche la Lega, che di solito rumoreggia quando si tratta di dare una mano ai terroni (in cui nell'atlante padano vanno ricompresi senza dubbio anche i greci), tace.
Gianni e Pinotto hanno esaurito i giochi di prestigio e le partite di giro per tenere calma la gente?
Certo Italia e Grecia non sono del tutto comparabili; però stupisce la sollecitudine con cui il nostro beneamato governo ha aperto il portafoglio per dare ai greci ben 5,5 mld di Euro.
E' una sollecitudine che forse non dipende solo dagli obblighi europei. Non è che magari pensa al futuro?
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giovedì 19 novembre 2009

L'acqua cosa nostra è!

Veolia ringrazia. Hera e Amga ringraziano. Gli speculatori e le imprese interessate a fare dell'acqua un grande bisinès esprimono gratitudine al governo italiano.
L'iter parlamentare della privatizzazione dell'acqua è arrivato al termine. Il Cavalier Fracassa ha posto per l'ennesima volta la fiducia impedendo al parlamento di discutere un tema tanto delicato, e a quel barlume di pubblica opinione ancora esistente di farsi un'idea sui pro e i contro, sulla posta in gioco. La nostra democrazia è al confino, non è una novità.
Nella Repubblica 2.0 le camere fungono solamente da notaio che ratifica le decisioni prese in consiglio dei ministri o a palazzo Grazioli.
Come potrebbe fare un assicuratore imbroglione la maggioranza ha nascosto il Decreto Ronchi in mezzo a un altro provvedimento che non c'entrava niente, sperando che nessuno se ne accorgesse.
Ma non è andata così e persino in una maggioranza zeppa di lobotomizzati nominati solo per votare sì a ogni passaggio parlamentare, qualcuno si è posto delle domande.
Perfino i leghisti, abitualmente molto accondiscendenti verso i desideri di Berlusconi, hanno dei dubbi, come ha chiarito il vicepresidente del gruppo leghista alla camera. Perfino loro!
Il progetto parte da lontano, perchè non hanno parlato prima? E perchè i pidini non hanno detto qualcosa prima?
Perchè i pidini che ora s'indignano hanno votato a favore di questa scelta  nell'Agosto 2008, in occasione della cd. finanziaria triennale di Tremonti? Sono dubbi e indignazioni tardive e ipocrite; il dado è tratto.
Il fatto, al di là delle fin troppo scontate considerazioni di metodo, circa lo stravolgimento delle  corrette prassi istituzionali consolidatosi in Italia, dimostra la crescente virulenza di certi fenomeni, che minacciano la corretta distinzione fra interessi pubblici e privati. E ci preparano un futuro cupo.
La classe politica è passiva, se non complice, delle operazioni che i grandi potentati privati mettono in piedi per fare profitto. Il primato della politica forse non è mai veramente esistito, ma ora è senz'altro scomparso dalla scena.
Non è solamente un problema italiano, ma una questione complessa che investe tutte le democrazie moderne. E' sempre più difficile rintuzzare certi assalti, conciliare la spinta al profitto con gli interessi generali. Distinguere fra ciò che è bene pubblico e ciò che invece può essere oggetto di una legittima attività d'impresa.
Le grandi corporations, nazionali o multinazionali, oggi dettano l'agenda politica.
Da questo punto di vista, la teorizzazione tremontiana (il regista dello sciagurato provvedimento sull'acqua) di un recupero di potere a favore dello stato, contro le logiche liberiste che condizionano iniquamente la vita delle nazioni fa semplicemente sorridere.
Le grandi aziende riescono quasi sempre a piegare i governi alle loro esigenze.
E' lo stesso Turbocapitalismo responsabile della recessione globale, che è maturata lentamente negli anni grazie a questa accondiscendenza degli stati.
Nel XXI secolo (dopo una fase di gestazione negli ultimi vent'anni del secolo scorso) ha prevalso l'idea che tutto può diventare una merce, che tutto può essere comprato e venduto. Che ogni cosa può avere un prezzo.
Sparisce la nozione di diritto fondamentale della persona umana, sparisce l'idea che esistano beni pubblici indisponibili. La salute non è più intesa come un diritto e  perciò come oggetto di una prestazione che il soggetto pubblico deve garantire a tutti, ma come una merce: provocando il disastro sociale che vediamo in America.
L'acqua non è più un bene pubblico rispondente a un'esigenza primaria delle persone, è un prodotto che si può scambiare sul mercato.
I difensori del libero mercato diranno senz'altro che il privato lo fa meglio, ossia con maggiore efficienza e a costi più contenuti; anzi dai banchi della maggioranza hanno già iniziato.
E' un vecchio e superato postulato ideologico, che può essere tranquillamente smentito con decine di esempi. Nei paesi dove il ciclo idrico è stato liberalizzato le bollette hanno subito rincari astronomici.
Ma il problema di fondo che scaturisce dalla privatizzazione dell'acqua è che si riducono sempre più gli spazi pubblici e i diritti delle persone, come Naomi Klein fra gli altri aveva esposto con lucidità e semplicità esemplare in No Logo.
Nella battaglia nazionale sull'acqua, se non ci sarà un'inversione di rotta ci perderà la politica e quindi ci perderemo tutti.
Le multiutilities, versione moderna e legale dell'antica mafia dell'acqua siciliana, potranno dire - finalmente anche l'acqua è cosa nostra.
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martedì 28 aprile 2009

Caso Fiat, il commissario europeo ha ragione


Non capisco perchè si scaldano tanto i vari Berlusconi, Frattini, Scajola; Il commissario europeo all'industria ha detto semplicemente quello che pensano in tanti.
Non solo gli esperti in materia ma anche il cosiddetto uomo della strada come il sottoscritto. Dove li trova la Fiat i soldi per rilevare la Opel?
La controprova è che l'accordo con Chrysler a quanto pare si chiuderà senza che l'azienda di Torino versi un cent.
L'ipotesi più accreditata delle ultime ore è che la maggioranza delle azioni vada ai lavoratori rappresentati dal loro sindacato, una quota pari al 35% a Fiat e il restante 10% allo stato americano.
Il Board della Fiat già giorni addietro aveva messo in chiaro con Marchionne che il matrimonio con la "piccola" delle case automobilistiche americane s'aveva da fare, ma senza esborsi di denaro.
Cioè tecnologie ed Expertise varia contro azioni e possibilità di penetrazione nei mercati dove Chrysler è presente; data la situazione dell'azienda di Torino, l'accordo migliore possibile.
Perchè il problema di mamma Fiat è che la sua ristrutturazione, per quanto di successo grazie all'abilità di Marchionne e dei manager di cui si è circondato, non è ancora consolidata. Fiat è come un malato guarito ma a rischio ricaduta, tanto più che i numeri del settore auto a livello globale in questo momento variano dal brutto al pessimo.
Fiat inoltre è sempre stata una delle più piccole case automobilistiche mondiali e anche in condizioni finanziarie e di mercato normali difficilmente avrebbe potuto portare a termine un'operazione così impegnativa.
Onore al merito a Marchionne senza il quale la nostra Italietta, affollata di raiders e imprenditori pezzenti e ammanicati con la politica, avrebbe già perso da un pò la sua presenza nell'automotive. Ma il dubbio che si stia per fare un passo più lungo della gamba è legittimo.
La nostra imprenditoria ha una triste tradizione di timonieri e investitori che hanno rilevato aziende senza avere i soldi creando pasticci, con il silenzio o la complicità dei politici. Da Colaninno a Toto, da De Benedetti a Tronchetti Provera gli esempi negativi si sprecano.
Berlusconi e i suoi collaboratori hanno una bella faccia tosta a lamentarsi con l'Unione Europea delle parole del commissario Verheugen; bisognerebbe ricordargli la strenua difesa che hanno fatto di Fazio quando si è scoperto che tramava per impedire alle banche straniere di rilevare BNL e Antonveneta.
Oppure ricordargli le scorrettezze e le indebite ingerenze commesse a danno di Air France, quando nel 2007 voleva rilevare Alitalia con un'operazione di mercato trasparente e conveniente (soprattutto per i contribuenti italiani). O ancora ricordare a Berlusconi il provvedimento sull'IVA delle Pay TV di qualche tempo fa, che ha finito per danneggiare Sky principale concorrente di Mediaset.
I principi valgono sempre, non solo quando torna comodo; ovvero in questo caso per accreditare nell'opinione pubblica italiana (se esiste ancora) l'immagine di un paese che la sfanga nonostante la recessione e ha aziende in grado di fare shopping nel mondo, un'immagine di cui l'esecutivo berlusconiano, il governo del fare, intende giovarsi per fare indirettamente bella figura.
E' vero che il commissario Verheugen non aveva titolo per parlare dell'argomento, dato che le acquisizioni e le fusioni fra le imprese sono di competenza del commissario alla concorrenza, non di quello all'industria.
Può anche darsi che abbia parlato per motivi nazionali, ma in fin dei conti non ha fatto altro che esprimere una sfiducia largamente condivisa verso l'Italia, la cui immagine internazionale è compromessa dagli scandali che periodicamente investono sia la politica che la gestione delle aziende di casa nostra.
Non è colpa di Verheugen se l'Italia è il paese dei furbetti del quartierino o la terra dei cachi.
Dispiace semmai che di tutto questo faccia le spese Marchionne, che ha dimostrato di essere un'eccezione nel panorama nazionale: uno dei pochi manager di livello internazionale con progetti industriali veri. Lui è l'unico ad avere motivi fondati di irritazione.
Berlusconi e i suoi dovrebbero tacere, ma com'è noto la parola pudore non è contemplata dal loro vocabolario.

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lunedì 6 ottobre 2008

Crisi delle borse, crolla la fede neoliberista


I soldi non sono niente, dichiara Ratzinger nel commentare gli scivoloni delle borse mondiali degli ultimi giorni, solo la parola di Dio conta.
Già, lo andasse a raccontare ai risparmiatori di mezzo mondo che hanno visto ridursi a zero risparmi e investimenti, o ai dipendenti della Lehman o della Wamu che da un giorno all'altro sono stati sbattuti in strada con il classico cartone fra le braccia.
Oppure, venendo alle magagne di casa nostra, lo dicesse ai sindaci dei comuni che hanno spericolatamente investito in titoli "junk", magari dopo aver alienato i beni dell'ente come si appresta a fare Tosi a Verona, l'ultimo della serie.
Amministratori arruffoni, che si sono formati con qualche Bignami sugli investimenti e si sono lanciati in operazioni di borsa come un qualunque privato, perchè così facevano tutti negli anni delle speculazioni pazze.
Con la differenza che mentre un privato rischia di tasca propria, costoro hanno rischiato con i soldi dei contribuenti...
E hanno perso, per loro fortuna nel silenzio dei media, che almeno per ora non si sono accorti (o hanno finto di non accorgersi) di questo risvolto della questione.
Lo andasse un pò a dire, il solerte guardiano della spiritualità dell'occidente, alle imprese che già da anni navigano nelle acque agitate della globalizzazione e che adesso faranno i conti con nuove difficoltà di finanziamento, o alle famiglie che stanno subendo l'ennesimo rialzo della rata del mutuo.
I soldi non sono niente di fronte a Dio ma servono per far girare questo mondo, a meno che non si voglia resuscitare l'economia curtense. Tutto sta nel capire come far funzionare il meccanismo, e non è semplice.
Il capitalismo postmoderno e globalizzato non aveva più avversari all'esterno, tutti i nemici erano defunti da tempo, a cominciare dal Comunismo.
Non aveva neanche da temere un nichilista qualunque, un Tyler Durden con il detonatore in mano, pronto a far saltare in aria i grattacieli delle banche e delle assicurazioni in un'apocalisse catartica. Il consenso verso il sistema era pressochè indiscusso.
Però c'era ancora un nemico al suo interno e alla fine ha colpito duramente; deflagra tutto, si bruciano quantità astronomiche di denaro nell'arco di una sola giornata.
Deflagra anche il centro nevralgico dell'economia di mercato, la società per azioni quale si era configurata nell'ultimo ventennio.
Comunque vada a finire questa crisi drammatica, quando l'ottovolante dei mercati finanziari si fermerà ne usciranno a pezzi anche le dottrine neoliberiste, che hanno rivelato tutta la loro inadeguatezza e pericolosità. Ma erano poi così neo queste dottrine?
E' dalla fine del XVIII secolo che una parte degli economisti sostiene che bisogna lasciar fare al mercato, senza lacci e laccioli da parte delle istituzioni pubbliche che hanno il solo effetto di impedire lo sviluppo e l'arricchimento complessivo della società, che prima o poi arriva in un effetto a cascata.
In realtà, le società occidentali non si sono affatto arricchite, la distribuzione dei dividendi si è fermata nelle elites, e se non si erige qualche steccato i risultati sono quelli che vediamo, la catastrofe.
La crisi inizia negli Stati Uniti, a causa della deregulation scriteriata delle gestioni finanziarie promossa da Bush durante i suoi due mandati.
Ma parte da più lontano, dalla metà degli anni 80 quando il Liberismo classico, con la sua fede nelle virtù salvifiche del mercato, viene rielaborato e trova sponde politiche sensibili, prima di tutto nel Reaganismo e nel Tatcherismo.
Adesso bisogna raccogliere i cocci; uno degli aspetti più sconcertanti di questa crisi è che nessuno pare avere un'idea chiara del che fare, nè al livello dei governi, nè a quello degli economisti e degli analisti.
Il Liberismo ha fallito, ma nemmeno gli schemi keynesiani, stante la forte interpendenza delle economie, sono proponibili.
Lo stato nazionale da solo non ce la può fare, non può adottare misure efficaci, che vadano al di là di meri provvedimenti emergenziali come il salvataggio degli istituti in difficoltà o la copertura dei depositi bancari.
In attesa di strumenti nuovi, se non altro si è capito (o così dovrebbe essere) che certe teorie economiche sono fasulle, come il castello di carte della finanza internazionale che è crollato.

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mercoledì 19 marzo 2008

Caso Alitalia, paradigma dello sfascio italiano

Le ultime dal fronte Alitalia ci dicono che l'accordo sulla cessione della nostra compagnia aerea ad Air France è a rischio.
Se la trattativa fallirà, Alitalia porterà i libri in tribunale; la liquidità disponibile può coprire le esigenze dell'azienda solo per un paio di mesi al massimo.
E' un dramma che rappresenta fedelmente quello che è diventato, o forse è sempre stato, il nostro paese da operetta.
C'era una volta un'azienda pubblica ispirata (come tutte le aziende pubbliche) a criteri estranei a una gestione razionale, improntata alla ricerca dell'utile e della redditività.
Secondo il modello dello stato occupatore - imprenditore, gli organici della compagnia di bandiera venivano gonfiati ben oltre le sue reali necessità; com'è accaduto per le poste, le aziende sanitarie, i comuni, le ferrovie e così via.
I partiti lottizzatori facevano assumere persone a rotta di collo, e ampliavano così, in una logica rigorosamente clientelare, la base dei loro consensi.
Immagino che alla direzione del personale a Roma esistessero due archivi, quello normale e quello speciale, contenente i nomi dei raccomandati; e immagino che per le assunzioni andassero a pescare soprattutto nel secondo.
Gli sprechi, come in tutti i carrozzoni statali e parastatali, erano la prassi; il personale di volo alloggiava in alberghi a cinque stelle, a bordo di certi voli venivano offerti generosi buffet, ai piloti venivano riconosciuti, grazie a scioperi ricattatori (che affliggono da sempre tutto il comparto aereo) stipendi ben oltre la media della categoria, e così via di seguito.
Gli sprechi del nostro vettore aereo, come per tutti i carrozzoni italiani, venivano inevitabilmente coperti con le tasse.
Secondo il processo espansivo del debito pubblico (iniziato negli anni 80) che è andato fuori controllo e oggi ci lascia l'eredità di un indebitamento "argentino", pari al 104 % del PIL.
Alitalia poi è stata parzialmente privatizzata (lo stato detiene il 50% circa delle azioni), ma è rimasta fuori dalle ristrutturazioni che negli anni 90 hanno interessato il comparto aereo internazionale.
Congelata nel tipico immobilismo italiano non ha tenuto conto delle novità del mercato, finendo per subirle e accumulare passività sempre più grandi.
I dirigenti si sono succeduti senza una proposta, un piano industriale degno di nota per tenere Alitalia al passo con i tempi.
Caso esemplare quello di Cimoli, accettato da tutti i partiti, che ha contribuito a rovinare Trenitalia prima e Alitalia poi.
Alitalia è stata anche vittima del campanilismo Roma - Milano; siamo credo l'unico paese al mondo munito di due hub per la compagnia di bandiera, con un'inutile duplicazione di costi: Malpensa, la cui costruzione all'epoca si giustificava soprattutto per il giro di appalti e tangenti che ha messo in moto, e Fiumicino.
Oggi Alitalia cade vittima della campagna elettorale; il centrodestra sta sfruttando la crisi per motivi elettorali.
Il disastro è stato provocato da Prodi, berciano nel PDL, ma si sa che il declino di Alitalia dura da almeno 15 anni e che il centrodestra, quando era al potere, non ha fatto nulla per sciogliere i nodi. Le responsabilità di destra e sinistra sono pressochè identiche.
Salviamo l'italianità della nostra compagnia di bandiera, dice Berlusconi, in quella che ormai ci viene presentata come una riedizione della disfida di Barletta, Italia contro Francia; mentre in realtà dev'essere semplicemente trattata per ciò che è, un'operazione di mercato.
L'unica alternativa, in partenza, era l'acquisto da parte di Air One dell'imprenditore Toto, con l'appoggio di alcune banche.
Un'ipotesi all'italiana, in effetti. Un'azienda vuole comprarne una più grande senza i soldi necessari, per cui sarebbe disposta a indebitarsi con le banche...
Ricorda molto la sciagurata operazione della vendita di Telecom a Tronchetti Provera, i cui risultati si sono visti.
Per quanto riguarda la Lega, il suo disinteresse per Alitalia è stato pari all'interesse dimostrato per Volare Web, basata a Varese nel cuore della Padania.
Il cui management, è bene ricordarlo, aveva rapporti stretti con Bossi & Co ed è stato inquisito per il noto crac di qualche anno fa.
Adesso costoro, spalleggiati da Formigoni, propongono una moratoria di tre anni, prima di decidere il destino di Alitalia e Malpensa, come se ci fosse ancora tempo per decidere. E denari da spendere.
Non si capisce bene fra l'altro quali siano i gravi pericoli paventati per Malpensa, dato che 18 compagnie aeree sono pronte a prendere gli spazi lasciati liberi da Alitalia.
Anche i sindacati come al solito si sono messi di traverso, sostenendo che il piano industriale di Air France gli è stato imposto senza la possibilità di consultarlo (e ovviamente smontarlo come da tradizione).
I sindacati del no hanno sempre bloccato qualunque piano per salvare la compagnia, questa è storia. Adesso pretenderebbero che Air France si accolli il fardello di Alitalia così com'è, cosa ovviamente impossibile.
Sfido il paziente Spinetta a trovare un accordo, come ha dichiarato, con le nove (leggasi nove) sigle sindacali presenti in azienda.
Insomma tutti stanno dimostrando la più totale mancanza di senso di responsabilità e degli interessi nazionali.
Siamo alla fase delle parole in libertà, del polverone di dichiarazioni e polemiche, in cui va a sempre a finire qualunque discussione sui problemi italiani.
La Moratti sindaca di Milano dice che Alitalia può anche fallire, l'importante è che si salvi Malpensa.
Il commercialista Tremonti, che fino a due anni fa sentenziava che il mercato deve fare il suo corso, adesso si scopre un keynesiano illuminato: lo stato, se necessario, intervenga. Come resta un mistero, dato che l'Europa proibisce e sanziona gli aiuti statali.
Gli insegnamenti da trarre, in conclusione sono tre. Per le aziende straniere, che l'Italia è un paese dove investire è impossibile, perchè è dominato da una politica corrotta, intrigante e arruffona.
Per i lavoratori di Alitalia, che ai partiti non gliene importa nulla dei loro posti di lavoro. Per i cittadini italiani infine, che se Alitalia non verrà ceduta nelle prossime ore pagheranno loro, in un modo o nell'altro. Nonostante Tremonti e Berlusconi dicano che non vogliono mettere le mani nelle tasche dei cittadini: lo hanno già fatto a suo tempo, come i loro avversari.
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