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lunedì 11 ottobre 2010

L'Italia è in guerra: è chiaro finalmente?

Allora siamo in guerra; dopo l'ultima strage di militari italiani la foglia di fico del Peace Keeping è caduta. Se qualcuno ne dubitava ancora...
Come è maturata la nostra partecipazione alla guerra in Afghanistan, la prima in modo così diretto dal lontano 1940? Facciamo un passo indietro.
Era il 2008 e le elezioni erano alle porte: l'ambasciata statunitense di Roma dichiarò che ci si attendeva un'intensificazione del nostro impegno in Afghanistan, sia in termini numerici che qualitativi.
Vale a dire che Washington si aspettava una partecipazione dei nostri soldati alle operazioni contro i Taliban, uscendo dallo schema tradizionale che ovunque li ha sempre visti impegnati in azioni di sorveglianza, di addestramento di forze locali, o di sostegno umanitario alle popolazioni.
Parisi, allora ministro della difesa dimissionario, disse che una tale richiesta avrebbe dovuto essere rivolta non a lui ma al governo subentrante, che ha  aderito con sollecitudine.
Sono cambiate le regole d'ingaggio e difatti buona parte dei nostri caduti sono morti fra 2009 e 2010.
Questo mentre a Kabul franava il nuovo assetto politico a causa degli errori dell'occidente, e veniva spianata la strada alla controffensiva politica e militare dei Talebani.
Il collasso del  progetto di un nuovo Afghanistan dimostra che lo strumento militare, quando manca una seria iniziativa politica, non può mai essere risolutivo. Una volta di più la storia non è riuscita a essere magistra vitae, tutt'altro, le sue lezioni sono state ignorate (vedi Vietnam).
Perciò ci siamo trovati dentro una guerra che riesplodeva, con il nostro ingombrante alleato americano che ci chiedeva di fare di più.
Il governo del Cavalier Fracassa, carente sulla politica estera come sul resto, non è stato mai capace di imporre in sede NATO una discussione seria per giungere a un cambio di strategia.
Berlusconi Il grande pacificatore, colui che millanta una presunta abilità nel mettere d'accordo tutti, non si è visto.
Nè si è mai visto un dibattito vero e aperto sulla questione, nel parlamento e nel paese: la missione è sempre stata rinnovata in mezzo alle pieghe delle leggi finanziarie, e le opposizioni aiutavano il governo a tenersi su la foglia di fico.
Nessuno di quelli che contano ha avuto l'onestà intellettuale di dire che siamo in guerra. E' giusto essere lì? O è sbagliato? E' in contrasto con l'art. 11 della costituzione?
Tutte le opinioni sono legittime ma prima di tutto servirebbe chiarezza, invece di continuare a ripetere che siamo lì per mantenere la pace, o di limitarsi a proporre di armare i nostri aerei con le bombe come proposto da Ignazio Vercingetorige La Russa.
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mercoledì 29 settembre 2010

In Svizzera i ratt ballano da soli


Tre topastri. Cartelloni ovunque nel Canton Ticino. Un committente misterioso e le elezioni vicine. Ecco la campagna Bala i ratt.
Per la serie come ci vedono gli altri, In Svizzera ci vedono così: ratti subdoli e sguscianti, rosicchiatori del benessere altrui, approfittatori e ladri.
Gli ideatori della campagna ce l'hanno un pò con tutti Unione Europea compresa; alimentare il populismo è sempre utile in pendenza di elezioni.
E' noto poi che la patria degli orologiai e dei mastri cioccolatai ha sempre avuto la puzzetta sotto il naso nei confronti di qualunque non svizzero; come i greci antichi che consideravano barbari (cioè inferiori) tutti i non greci, trattandoli a seconda dei casi con disprezzo o con un sentimento bonario di superiorità o gli inglesi del - tempesta sulla Manica, il continente è isolato.
Ma la visione che hanno di noi a nostra volta sempre più xenofobi è uno schiaffone forse inatteso, soprattutto nel nord animato dalla presunzione della superiorità padana.
Ci insegna impietosamente quanto siamo antipatici oltreconfine e che è veramente tutto relativo.
Difficile dare torto ai nostri civilissimi e benestanti vicini considerando l'immagine scandalosa dell'Italia berlusconiana, che altro non è se non la sublimazione o declinazione in chiave contemporanea dei nostri radicati vizi nazionali.
I mastri cioccolatai però dimenticano una cosa fondamentale.
Buona parte di quella ricchezza  trae origine da un sistema bancario che nel tempo ha offerto protezione ed elevatissimi rendimenti ai soldi di tutti: anche ai quattrini di evasori fiscali, dittatori, boss della malavita, multinazionali senza scrupoli e così via. Il segreto bancario non è mai stato negato a nessuno, senza fare troppe domande. Nemmeno ai nazisti che cercavano di imboscare, durante la guerra, le ricchezze che avevano rubato agli ebrei o ai paesi occupati.
Le blindatissime casseforti di Berna e Zurigo esistevano molto prima dei paradisi fiscali caraibici.
Sono dei bei ratt anche loro, delle vere nutrie che vogliono ballare da sole e non dividere il formaggio con nessun altro.
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giovedì 6 maggio 2010

Grecia - Italia una fazza, una razza...una crisi?

La Grecia brucia, la gente è in rivolta.
Non pagheremo noi per la vostra crisi - Da quando è iniziata la recessione lo abbiamo visto scritto sui cartelloni dei manifestanti in tutto il mondo. 
I greci adesso stanno passando alle vie di fatto, non ci stanno, e sono noti per essere uno dei popoli più fumantini del nostro continente. La rivolta di Exarchia dell'anno scorso è lì a dimostrarlo.
Terribile ciò che è successo in quella banca, vergognoso che ancora una volta ci abbiano messo lo zampino i Black Bloc, i luddisti dei tempi moderni, i nichilisti che non conoscono il concetto di proposta, sanno solo come seminare disordini e violenza.
Ma al netto di questo i dimostranti di Atene (che in grande maggioranza sono persone normali: lavoratori e pensionati, madri di famiglia, studenti) hanno ragione.
La recessione che sta sconvolgendo il mondo è scaturita dai circoli più o meno occulti dell'alta finanza, dai consigli d'amministrazione delle Merchant Bank, dalle decisioni prese dal WTO nell'ultimo ventennio che sono state avvallate puntualmente dai governi, almeno da quelli che contano.
L'oligarchia che controlla l'economia mondiale non è rappresentata da personaggi come  Bernie Madoff.
Quello è soltanto il volto più eclatante e pittoresco del malaffare finanziario che decide delle nostre vite.
E' una consorteria (ad oggi impunita) che lavora spesso sotto traccia ed è ben ammanicata con la politica, riuscendo a condizionare esecutivi e parlamenti che secondo il normale processo democratico dovrebbero rispondere esclusivamente ai cittadini.
I greci però hanno ragione fino a un certo punto, perchè il rischio di default del paese è anche il risultato di anni e anni di finanza allegra, di cui sono responsabili i politici eletti dai greci stessi.
Lo stato - vacca da mungere spendeva e spandeva; negli indici mondiali della corruzione politica la Grecia è nelle prime posizioni.
Spesa pubblica irrazionale, sprechi, corruzione diffusa, indebitamento elevato, indifferenza o complicità dei cittadini.
E' una situazione molto simile a quella italiana, dove  il deficit veleggia serenamente verso il 118%...Quando si dice una fazza una razza.
Berlusconi e Tremonti tacciono.  Berlusconi in verità è rapido a intervenire solo per attaccare la stampa e i giudici, la diabolica spectre che vorrebbe eliminarlo.
Anche la Lega, che di solito rumoreggia quando si tratta di dare una mano ai terroni (in cui nell'atlante padano vanno ricompresi senza dubbio anche i greci), tace.
Gianni e Pinotto hanno esaurito i giochi di prestigio e le partite di giro per tenere calma la gente?
Certo Italia e Grecia non sono del tutto comparabili; però stupisce la sollecitudine con cui il nostro beneamato governo ha aperto il portafoglio per dare ai greci ben 5,5 mld di Euro.
E' una sollecitudine che forse non dipende solo dagli obblighi europei. Non è che magari pensa al futuro?
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giovedì 2 luglio 2009

Neda: l'immagine dice tutto


Un volto dice molto, o tutto, di una persona. Il volto bello di Neda esprime tutta la sua bellezza interiore, la sua purezza e la sua onestà.
Ancora una volta una dittatura brutale ha colpito; Neda è stata uccisa perchè manifestava per la libertà.
Il blocco di potere illegale dell'Iran non ha permesso che avesse esequie normali; hanno detto che apparteneva a una frangia terroristica; Khamenei ha affermato che dalle immagini si vede chiaramente che è stata uccisa dai manifestanti.
Però basta questo volto a smentire il castello di falsità che stanno cercando di mettere in piedi. E' un castello di carte, tutto quel regime lo è. Prima o poi cadrà.
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lunedì 11 maggio 2009

L'ipocrisia dell'Europa sull'immigrazione

Le parole sugli immigrati del Commissario ai diritti umani del Consiglio Europeo - ci auguriamo che l'Italia e il Ministro Maroni non portino avanti la politica dei respingimenti - appaiono essere una foglia di fico che copre gli imbarazzi e l'ipocrisia delle istituzioni europee sulla questione.
Con questa dichiarazione il Consiglio d'Europa prende una posizione politically correct e fa una buona figura con l'Onu e i governi del mondo; mentre la UE, che avrebbe ben altri poteri e capacità d'influenza rispetto ai meri atti d'indirizzo del Consiglio, continua a distinguersi per il suo menefreghismo.
L'emergenza parte da lontano; durante il processo costituente europeo tutti i paesi furono sostanzialmente d'accordo nell'escludere dalla competenza comunitaria le politiche sull'immigrazione.
I paesi che per posizione geografica rappresentano la porta sud dell'Europa (Italia, Malta e Grecia), quando l'immigrazione clandestina ha conosciuto una recrudescenza sono rimasti con il classico cerino in mano. Soli a fronteggiare un problema divenuto gigantesco nel giro di pochi anni.
Miopi i nostri governi sia di centrosinistra che di centrodestra, che hanno dimostrato una completa incapacità di lettura degli eventi, e miope l'Europa che non ha previsto la necessità di parlare e agire con una voce comune sul problema immigrazione.
L'afflusso di persone non comunitarie infatti non riguarda soltanto l'Italia; molti bussano alla nostra porta per cercare di andare altrove, in Francia piuttosto che in Germania o nel nord Europa.
Le parole di circostanza del Commissario ai diritti umani e, cosa ben più grave, il silenzio di Europarlamento e Commissione europea, permettono da un lato di fare bella figura e dall'altro di rimandare le decisioni necessarie.
In questo modo si evita di toccare almeno un paio argomenti spinosi, forieri di aspre divisioni fra i paesi comunitari e nelle opinioni pubbliche nazionali.
Numero uno, rivedere l'entità dell'impegno in soldi e mezzi per aiutare l'Italia e Malta a vigilare quelle che sono a ogni effetto frontiere di tutti.
Numero due, decidere se adottare o meno una politica rigida d'ingressi; è facile supporre che il dibattito infiammato degli ultimi giorni in Italia si proporrebbe anche altrove.
Questo secondo aspetto porta a un altro; L'Europa dovrebbe agire unita per affrontare il tema dei flussi migratori, attuando politiche di sostegno allo sviluppo degli stati da cui parte l'immigrazione e stipulando accordi per regolare gli ingressi e combattere i racket che gestiscono il traffico degli esseri umani.
Invece sembra un barcone alla deriva, come quelli dei disperati che attraversano il canale di Sicilia.

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mercoledì 25 marzo 2009

Attila Ratzinger alla campagna d'Africa


Dove passava Attila non cresceva più l'erba. La stessa cosa possiamo dirla di Benedetto XVI, il papa antimoderno che con la sua ultima visita in Africa ha fatto danni enormi.
L'Africa è un continente con molti problemi, fra i quali vi sono la diffusione endemica di varie malattie come l'AIDS, che ogni anno fa numerosissime vittime in nazioni che hanno sistemi sanitari non all'altezza.
Ed è un continente afflitto dalla sovrapopolazione; nonostante la sua estensione, la complessiva arretratezza dell'economia spinge masse di disperati, come ben sappiamo, ad affrontare viaggi lunghi e pericolosi per arrivare alle nostre coste.
Allora cosa fa l'uomo del Vaticano? Davanti alle platee, con tutti i riflettori del continente accesi, lancia l'ennesimo anatema contro l'uso del preservativo, che è contrario alla legge di Dio e invita le popolazioni, bontà sua, a essere caste.
Vale a dire che invita la gente a non usare l'unico mezzo, economico e di facile reperibilità, che può mettere un freno sia alla diffusione delle malattie veneree che all'aumento indiscriminato della popolazione.
L'unno Ratzinger, che ha sulle genti dell'Africa un ascendente ben maggiore di quello che può avere in occidente, dovrebbe spiegare come faremo a garantire possibilità concrete di vita a tutti, se è vero che nel 2020 circa il mondo sarà abitato da 9 mld di persone.
Se è vero, come dicono gli addetti ai lavori che non leggono il Vangelo ma studiano scientificamente i problemi, che nel 2008 abbiamo toccato un record inquietante: ad Agosto - Settembre, per la prima volta nella storia, avevamo consumato più risorse naturali di quelle che si autorigenerano in un anno solare.
Attila Ratzinger, devastatore del buon senso, dovrebbe spiegare qual'è il nesso fra la legge di Dio, il rispetto della vita e il bando del preservativo; se ci teniamo a salvaguardare la vita e la salute degli africani, l'uso del condom semmai va incentivato il più possibile, assieme a consulenze ai governi per promuovere politiche serie di controllo delle nascite, che facciano emergere un concetto di maternità responsabile.
Appellarsi alla lettera del Vangelo o della Bibbia, a una teologia, opinabile come tutte le teologie, è una risposta priva di senso, contraria alla ragione e pericolosa per il nostro futuro.
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giovedì 8 gennaio 2009

Gaza, il valore mediatico dei bambini uccisi


Questa è una delle tante foto di bambini uccisi dall'offensiva israeliana contro Gaza che circolano sul web.
Ne ho vista un'altra su un quotidiano che mi ha colpito: ritrae una manina che emerge dalle macerie di una casa bombardata.
Quanti morti, quanto dolore, quanti bambini a cui è stata tolta la possibilità di crescere.
Quanti genitori che adesso stanno soffocando nel dolore e nell'odio. Di chi è la colpa? Di Israele, di Hamas?
Ancora una volta ascoltiamo le polemiche di chi schiera con gli uni o con gli altri in modo aprioristico.
Ancora una volta ascoltiamo le dichiarazioni di circostanza dei politici di tutto il mondo, e intanto questo incubo va avanti senza che se ne veda la fine. Senza che chi può veramente influire, chiunque sia, prenda in mano la situazione.
E forse non si capisce, grazie al filtro della televisione che fa apparire tutto distante, che il conflitto israelo-palestinese ci riguarda direttamente, oggi più che mai.
Mentre continuano i combattimenti a Gaza piovono alcuni razzi sul nord di Israele, i sospetti cadono sugli Hezbollah libanesi che per ora si chiamano fuori... e in Libano ci sono i nostri soldati.
In Europa, Italia compresa, iniziano le manifestazioni di protesta dei musulmani; nel giorno dell'Epifania ci sono stati due cortei a Milano e a Bologna.
Perchè i musulmani ormai sono anche qui, e in molti luoghi vivono vicino agli ebrei, basta pensare alla Francia o alla nostra capitale, che ospita la comunità ebraica più numerosa d'Italia. Cosa potrà succedere in futuro?
Ma al di là di tutto mi tornano in mente i bambini feriti o uccisi, ripresi abbondantemente dalle telecamere in questi giorni; non dalle telecamere occidentali, per quelle Gaza è off-limits.
Sono le telecamere di qualcun altro, che ne ha capito il grande valore mediatico e li usa massicciamente, senza pudore, per alimentare il risentimento del mondo contro Israele.
Li riprende mentre piangono terrorizzati, mentre vengono portati in ospedale oppure quando sono già morti, avvolti dal lenzuolo bianco, con i parenti disperati intorno.
Ecco, mi ha colpito la spregiudicatezza, il cinismo sotteso a quelle immagini. Un cinismo che non è proprio solo delle truppe israeliane che stanno combattendo senza andare tanto per il sottile (ma come potrebbero in un territorio come Gaza?), ma anche della dirigenza di Hamas che sfrutta il dolore dei bambini del suo popolo sbattendolo in faccia a tutti a scopo propagandistico.
Hamas non ha esitato a rompere la tregua con i nemici ben sapendo cosa sarebbe accaduto, ben sapendo che una guerra avrebbe provocato un'ecatombe di civili (e di bambini), dato che Gaza è un intrico di quartieri e strade che si mischiano alle installazioni militari, privo di rifugi sufficienti per mettere al sicuro la popolazione.
Hamas non può vincere la contesa con le armi tradizionali, e allora per delegittimare l'avversario ha trovato un'alternativa efficace: fa massacrare la sua gente.
In particolare quei bambini, ripresi tante volte nelle adunate fanatiche della striscia con la divisa del miliziano o del martire - kamikaze, un'arma in mano, perchè vanno educati fin da piccoli a odiare, perchè saranno i soldati del futuro.
Quei poveri bambini che prima di essere straziati dalle bombe sono violentati e strumentalizzati dalla politica di gente senza scrupoli, che non merita di rappresentare il suo popolo.

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mercoledì 5 novembre 2008

Bravo Obama, ma adesso viene il difficile


Ce l'ha fatta; temevo che certe diffidenze, per non parlare delle pulsioni razziste latenti in alcuni ambienti della società USA, potessero penalizzarlo. Invece ce l'ha fatta. Un trionfo.
I numeri impressionano; Obama sfonda oltre il 51%, conquista alcune roccheforti dei Repubblicani come il Nevada, l'Indiana e la Florida.
Anche l'Ohio e la Pennsylvania, che secondo molti sarebbero stati l'ago della bilancia, hanno detto Obama.
I Democratici si rafforzano nettamente al Senato e questo è un buon auspicio per l'attuazione delle politiche presidenziali.
Molto più limitato invece il successo nelle corse per i governatori degli stati, ovviamente influenzate dal fattore locale: i Democratici strappano un solo governatore agli avversari.
Ai seggi è andato circa l'80% del corpo elettorale, superando il precedente record di affluenza del 66% che risale addirittura al 1908, il che è tutto dire.
Obama ha scatenato un terremoto politico e ha vinto perchè ha saputo interpretare le aspettative più forti della società americana.
Gli americani hanno vinto perchè hanno dimostrato una grande maturità, hanno confermato di essere una democrazia capace di reinventarsi, di rinnovarsi e di sperare ancora nel futuro.
Dall'altra sponda dell'oceano arriva un segnale di vitalità, pare smentita l'opinione secondo cui gli USA sono già spacciati.
Sicuramente si archiviano in modo definitivo, questo possiamo già dirlo, le vecchie catalogazioni e differenziazioni sociali ed etniche.
E' un'anticipazione del futuro dell'Europa, dove prima o poi faranno capolino anche nella vita politica leader e dirigenti figli di immigrati.
Per dirla tutta anche i politicanti di casa nostra, a destra e a sinistra, pensano di aver vinto qualcosa. Mettono il cappello sopra la vittoria di Barack sulla base di temerari parallelismi.
Walterone Veltroni dice che il vento sta cambiando e ne trae una speranza di riscatto politico ed elettorale, proprio come aveva fatto nel caso della vittoria di Zapatero.
Lo Zelig del riformismo italiano non perde un'occasione per affermare di assomigliare a questo o a quello, gli va tutto bene.
La differenza è che mentre i progressisti degli altri paesi, nelle alterne fortune della politica, a volte vincono e restano saldamente al comando, lui come chi lo ha preceduto li ha sempre fatti perdere o li ha portati a governare in alleanze spurie, che non avevano futuro.
Da destra le veline di Berlusconi Bondi e Bonaiuti dicono che Obama assomiglia al Cavaliere. Lui poi, con il suo inarrivabile talento per l'avanspettacolo, rincara la dose dicendo che quando incontrerà Obama gli consiglierà, perchè è più anziano e dunque più saggio, come si governa.
Sono certo che il Presidente neoeletto stia aspettando con impazienza la lectio berlusconica sull'arte del governo.
Ho visto una vignetta con uno scambio di battute, dove il legame fra Berlusconi e Obama si riduceva al fatto che entrambi bevono il caffè e usano il dopobarba. Perfetta.
Come sempre i politici italiani sfruttano le elezioni di altri paesi, in particolare quelle americane, per farsi propaganda.
Penosi e ridicoli. Almeno i leghisti restano coerenti con la loro truce e volgare impostazione razzista, Obama non gli piace.
Il vero insegnamento che la casta dovrebbe trarre dalle elezioni USA, al di là di entusiasmi eccessivi e strumentali, è che in America si fa largo il nuovo, anche anagraficamente parlando, mentre qui il tanfo del vecchiume, la gerontocrazia inetta e corrotta domina, e non si vede la possibilità che sia tolta di mezzo.
Tornando a Obama, e adesso? Adesso per il nuovo Presidente arriva una sfida durissima e qui si vedrà quanto vale.
Il mentecatto texano Bush gli lascia infatti alcune polpette avvelenate; per esempio la disoccupazione di massa, per esempio un pesante deficit dell'erario federale, svuotato da tagli alle tasse irrazionali e iniqui (difatti ne hanno beneficiato solo le elites sociali) e dalla guerra in Iraq.
Per Obama non sarà affatto semplice far quadrare i conti; ha puntato molto sul rilancio delle politiche sociali (nel campo sanitario, dell'istruzione e del sostegno alla disoccupazione), ma di quali risorse potrà realisticamente disporre?
Altro regalino, la crisi delle borse e delle istituzioni finanziarie che hanno obbligato Washington a bloccare centinaia di miliardi di dollari per evitare il crollo del sistema del credito.
A questo proposito bisogna sottolineare, e non mi pare che molti lo abbiano fatto, che cinesi e indiani hanno dato una robusta mano a sostenere tali interventi con acquisti di titoli pubblici americani.
Perciò gli USA sono esposti con le due principali potenze emergenti, che presumibilmente cercheranno di condizionarne la politica.
Sempre grazie ai Repubblicani, Obama si troverà poi a muoversi in quadro di relazioni internazionali molto deteriorato.
E' deteriorato in Medio Oriente, dove vi sono spine nel fianco come l'Afghanistan, l'Iraq, la Palestina e l'Iran, è critico nell'est Europa dove è rinata la tensione con la Russia, a causa del progetto dello scudo spaziale e della guerra estiva in Georgia.
Anche con noi europei i rapporti non sono così idilliaci; il militarismo avventurista di Bush ha creato critiche e malumori, soprattutto nell'opinione pubblica che adesso inizia a chiedersi cosa cambierà nella politica estera americana.
In Africa date le sue origini si spera in un sostegno allo sviluppo più continuo ed energico. Difficile dire cosa farà, ma è inutile attendersi grandi sconvolgimenti.
Questo secondo me è un altro punto fondamentale. Obama è talmente innovativo che ovunque ci si aspetta qualcosa da lui.
L'associazione mentale fra lui e Kennedy è istantanea e senz'altro avrà il suo bel daffare. Comunque vada, per il momento viva Obama.

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mercoledì 29 ottobre 2008

Obama, un presidente afroamericano fa paura?


Obama sicuro vincente delle prossime presidenziali?
I numeri girano vorticosamente ma quasi tutti i sondaggi dicono che non c'è più storia, Mc Cain andrà a casa; non ne sono così convinto.
E' vero, il senatore di Chicago è riuscito a compattare la base dei Democratici che si era divisa in modo lacerante fra lui e Hillary, quando alle primarie si affrontavano senza esclusione di colpi con un certo danno d'immagine per entrambi.
I network informativi si sono pronunciati a suo favore; ha messo in piedi una macchina elettorale formidabile, ha suscitato interessi ed entusiasmi che oltreatlantico non si vedevano da un pezzo, come testimonia l'incremento di iscritti ai seggi che si è avuto negli ultimi giorni.
C'è da scommettere che i giovani voteranno in massa per lui, come i neri e anche una parte significativa della Middle Class, messa KO da una crisi economica su cui il Partito Repubblicano porta nette e pesanti responsabilità.
Se per aiutarlo a vincere non basta il disastro che stiamo vedendo (e che sta arrivando come un'onda anomala anche da noi), che cosa può?
Però c'è quest'intervista sul sito di Repubblica fatta a un amabile personaggio, mr. Black (ironia della sorte), ovvero il nuovo leader del Ku Klux Klan, di cui riporto alcuni stralci.
"Non è immaginabile che la nazione più potente del mondo, la guida dell'Occidente, possa essere comandata da un afroamericano radicale, legato ai terroristi che bombardarono il Pentagono. Da un uomo che ogni domenica per vent'anni ha ascoltato il suo pastore chiedere che Dio dannasse l'America".
Invettive sgangherate e toni apocalittici consueti per un razzista, o suprematista bianco come si preferisce dire oggi, che fanno il paio con quelle di alcuni supporters di Mc Cain che lo accusano di essere un criptomarxista.
E' il solito ammasso confuso e grossolano di slogan, i soliti spettri agitati davanti all'opinione pubblica per suscitare paura. Qualcuno ci crederà.
Tutto ciò comunque si salda alla critica, ammantata di rispettabilità perchè proviene dall'entourage del suo avversario, che Obama è un socialista e quindi pericoloso per il benessere degli americani, i quali invece sono stati portati alla frutta dal feticcio ideologico liberista dei repubblicani.
Ancora:
"La minaccia rappresentata da Obama ci fa crescere settimana dopo settimana da mesi, la gente bianca sta mettendo fuori la testa, esce dal bosco in cui si era rifugiata".
E poi:
"Non è ancora detto che Barack Obama verrà eletto: nel Paese c'è un forte sentimento razziale che non si legge nei sondaggi, che corre sotto traccia, che potrebbe emergere come una sorpresa il 4 novembre."
Ecco il punto, l'unico nel delirium tremens di questo personaggio, che condivido. Obama è afroamericano.
Gli Stati Uniti sono abbastanza maturi per eleggere un Presidente di colore? O è ancora viva la sindrome dell'uomo nero a pesare come un handicap sulla ripartizione dei consensi?
Qualche brutto segnale lo si è visto, a cominciare dal progetto di attentato a Obama che i poliziotti federali hanno sventato con l'arresto di due frilletti neonazisti.
Era un piano grottesco degno di un noir dei fratelli Cohen (tipo Fargo o Burn After Reading), ma indica un movimento di pancia di alcuni settori della società americana che dagli anni 60 ad oggi non è mai cessato.
Certo, è da ammirare la saggezza dei media statunitensi, che non hanno mai voluto dare enfasi a questi rischi: i giornalisti di casa nostra, che sfruttano senza scrupolo alcuno tutte le suggestioni della cronaca, avrebbero di che meditare (se avessero conservato un minimo di etica professionale).
Ma e' un clima presente, e con esso Obama in caso di vittoria dovrà sempre confrontarsi. Dalla sindrome dell'uomo nero a quella di Kennedy, ma questa volta vogliamo un finale completamente diverso.

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venerdì 1 agosto 2008

Chi ha protetto il dottor Pera?


Fra le domande che molta gente si pone in queste ore, a cominciare dai familiari degli ottomila bosniaci trucidati dalla soldataglia serba a Srebrenica, c'è senz'altro anche questa.
Adesso Karadzic è davanti ai giudici del TPI e una delle poche cose che ha detto è che gli Stati Uniti gli promisero la salvezza, a metà degli anni 90, purchè sparisse dalla circolazione.
Può essere, non sarebbe la prima volta nella storia: si chiama Realpolitik.
Ma la Realpolitik raramente si concilia con i diritti umani, che l'ex - leader dei Serbi di Bosnia ha violato con ferocia e indifferenza sistematiche. I crimini per cui finalmente sarà giudicato e che forse varranno anche a gettare la vergogna su qualcun altro.
Se è stato protetto da un patto scellerato, speriamo che lo ribadisca e che porti delle prove, perchè il sig. Karadzic può avere interesse a rimestare nel torbido ed è tutto fuorchè uno sprovveduto.
Lo dimostra il fatto che nella prima udienza di fronte ai giudici ha rinunciato all'assistenza legale; non vuole offrire al mondo l'immagine classica dell'imputato, di chi è messo sotto accusa, bensì dell'uomo politico, e probabilmente cercherà di impostare la sua difesa sotto questo profilo. Per riequilibrare il confronto.
Lo dimostra anche l'abilità con cui in questi anni si è inventato un'identità nuova, una vita tutta nuova con una forte dimensione pubblica: guaritore, guru barbuto, esperto del vivere bene, giornalista e stimato conferenziere.
Ha applicato la teoria per cui il modo migliore per nascondersi è mettersi sotto gli occhi dell'avversario. Però non gli sarebbe bastato se non fosse stato protetto, ma da chi?
E' fuori discussione che abbia goduto di coperture all'interno della Serbia. Il nuovo governo di Belgrado ha accettato di consegnarlo per dare un segnale politico all'Europa; e così, grazie a una provvidenziale soffiata, la polizia lo ha tenuto sotto controllo finchè non lo ha prelevato.
Ma all'estero qualcuno sapeva dov'era e cosa stava facendo, esattamente come credo si sappia dov'è e cosa sta facendo il macellaio Ratko Mladic, e non lo ha rivelato.
Karadzic alias Pera è un uomo molto abile, un vero dott. Jekill dei nostri tempi, ma da solo non l'avrebbe mai fatta franca. Sarebbe bello sapere grazie a chi.

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mercoledì 4 giugno 2008

Ahmadinejad, lucida follia al potere


E' arrivato e come previsto ha dato spettacolo. A modo suo.
Ahmadinejad, presidente dell'Iran, approfittando del vertice Fao di Roma ha rilanciato le sue accuse e minacce a Israele promettendone la distruzione, che secondo lui è prossima.
E' stato trattato come un appestato; non è stato ricevuto dalle autorità italiane, non ha avuto colloqui con nessuno a parte il premier giapponese, non è stato invitato alla cena offerta dal nostro governo.
Ma reagendo con impareggiabile nonchalance ha ribadito le sue squinternate tesi di fronte alle telecamere della RAI, nell'ora in cui gli italiani sono davanti al fatidico piatto di pastasciutta.
Questa volta non ha affermato che l'Olocausto è un'invenzione, però ha detto che non capisce per quale motivo l'Europa senta ancora il bisogno, dopo tanti anni, di pagare un debito agli ebrei, un piccolo insignificante gruppo.
La seconda guerra mondiale ha provocato un totale di 60 milioni di morti di cui non si parla mai. Ahmadinejad non si preoccupi: noi europei sappiamo bene quale tributo di sangue i popoli del nostro continente hanno pagato durante il conflitto mondiale.
L'Iran invece non ha ancora fatto autocritica sull'orribile e insensata guerra degli anni 80 con l'Iraq, quando i ragazzini venivano mandati dal fanatismo islamico, di cui Ahmadinejad è il nuovo alfiere, a farsi massacrare davanti alle trincee nemiche.
D'altro canto l'esercizio del diritto di critica e manifestazione del pensiero non appartiene alle virtù teologali che informano la repubblica islamica che presiede.
Inutile poi spiegargli che la Shoah è il prodotto di secoli di Antisemitismo che proprio in Europa, purtroppo, ha avuto i natali e che lui contribuisce a tenere vivo.
L'ineffabile dittatore iraniano in un'intervista a un quotidiano ha persino accostato Khomeini a Gesù Cristo.
Entrambi, sostiene, sono stati portatori di un messaggio di pace e amore. Khomeini anzi può essere ritenuto il Gesù del XX Secolo (sic!).
Non mi risulta tuttavia che Gesù abbia mai deciso di mettere a morte i dissidenti ne di applicare norme barbare e arcaiche come quelle della Sharia che costituiscono l'ossatura del regime di Teheran.
La performance di Ahmadinejad non è stata soltanto pensata per suscitare scandalo e dibattito direttamente in casa nostra, nell'occidente.
E' soprattutto l'ennesimo messaggio che il folle ma lucido dittatore islamista rivolge al mondo musulmano, o meglio a quella sua parte militante ed estremista che da tempo affila le armi e si sta compattando.
Un filo robusto lega Ahmadinejad, l'Iraq e l'Afghanistan squassati da una guerra civile su cui gli iraniani portano pesanti responsabilità, la Siria canaglia e il leader di Hezbollah Nasrallah, regista delle provocazioni di confine che scatenarono la guerra con Israele nell'estate del 2007.
Si parte da Teheran e si arriva alle coste del Mediterraneo, dove Israele non è minacciato solo con le parole, ma anche con i fatti.
Sulla pace pesa l'poteca del dittatore di Teheran, tutto Corano e armi nucleari. Lo ha detto: la rivoluzione islamica raggiungerà il mondo intero.
Prima vittima Israele e dopo...
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mercoledì 7 maggio 2008

Obama perderà

Se i numeri sono questi, Barack Obama otterrà, al termine di queste estenuanti primarie, la nomination per contendere ai repubblicani la Casa Bianca.
Faccio una previsione che verrà smentita come molte altre (ceffano i politologi, figurarsi il sottoscritto): Obama perderà le presidenziali.
La guerra intestina con Hillary sta dando agli USA l'immagine di un partito totalmente scollato, dove volano gli stracci.
A seguire la campagna dei due pezzi da novanta del partito democratico, si ha l'impressione di avere di fronte i candidati di due formazioni diverse.
Parole grosse, accuse al vetriolo, tutto molto lontano da quello che gli anglosassoni chiamano understatement.
A questo contribuisce molto la speculare testardaggine di entrambi, molto poco politica.
Se si fossero accordati per chiudere le ostilità per tempo, adesso forse ci sarebbero altre prospettive.
Chi se ne gioverà sarà Mc Cain; assiste compiaciuto allo spettacolo, sapendo che l'opinione pubblica americana, come in tutte le società occidentali, vuole essere rassicurata dagli aspiranti leader.
Vuole avere di fronte un referente chiaro, che esprime concetti chiari, con una squadra di collaboratori coesa alle spalle. Soprattutto se il mare è in procella, come nel difficile periodo che stiamo vivendo.
E che per gli States è ancora più duro, fra recessione che morde, problemi di politica estera come l'orrido pantano della guerra irachena e il terrorismo islamico sempre incombente.
Più ampiamente, forse l'America inizia a prendere consapevolezza della svolta epocale che ha imboccato: la perdita del suo ruolo dominante nella comunità mondiale che è durato circa un secolo.
Negli anni 2o del secolo scorso cominciò a crescere la sua forza economica, politica e militare, in coincidenza con il declino delle potenze europee.
La fine dei regimi comunisti aveva sancito la sua vittoria nella guerra fredda e l'assunzione di una leadership incontrastata.
Adesso però il mondo sta diventando più decisamente multipolare; non perchè ha prevalso l'utopia di un governo mondiale partecipato auspicata da alcuni, ma perchè nuovi attori si sono imposti con la loro pura forza demografica ed economica: Cina e India.
Ma anche il magmatico mondo islamico in fronda contro l'occidente, che naturalmente prende a bersaglio prima di tutto l'America.
E la Russia che dimostra apertamente di volersi riprendere una sua vasta sfera d'influenza, che parte dall'est europeo e passa attraverso la cintura dell'Asia centrale.
Di fronte a tali minacce, forse la gente pensa che i repubblicani possano tutelare meglio i famosi interessi americani.
Bush vinse il suo secondo mandato perchè dava la sensazione, di fronte al ragionante, fine ma debole Kerry, di poter affrontare meglio le sfide. Un presidente di guerra, come egli stesso ebbe a definirsi.
E anche gli USA hanno una "pancia", vecchi pregiudizi; inutile farsi illusioni, è difficile che oggi gli americani siano disposti a eleggere presidente un afroamericano. Non è ancora il giro giusto.
Sfido Obama, che non dispone di un consenso compatto neanche nella base del suo partito, ad andare a prendersi i voti dall'altra parte.
Come dimostrano le precedenti presidenziali, non bastano le città, per prevalere serve convincere il paese profondo, il Midwest come il sud.
Se invece ce la farà, sarà un miracolo: tutto americano.
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lunedì 21 aprile 2008

Il Paraguay cambia colore, sinistra al potere

Il Paraguay ha voltato pagina. La maggioranza alle elezioni dopo ben 60 anni è stata conquistata dal fronte di sinistra della Alianza Patriotica. Non si può certo dire che i paraguayani non ci abbiano pensato bene.
Il Partido Colorado, una piovra che si era ramificata fino a diventare tuttuno con la società in un viluppo inestricabile di relazioni, clientele e corruzione, è andato a casa. Dieci punti di distacco lo separano dagli avversari, è un risultato che parla chiaro.
Il paese cambia colore; si è mosso dal nero paternalista e antidemocratico del Generalisimo Alfredo Stroessner, specialista nella repressione del dissenso e detentore del potere per oltre trent'anni, fino alla deposizione avvenuta nel 1989.
E' passato attraverso il grigio di una transizione democratica che ha visto ancora protagonista il Colorado da cui Stroessner proveniva, una sorta di abnorme Centrodestra in grado di fagocitare e tenere a bada un pò tutto.
Adesso il Paraguay si è convertito al rosso della Alianza Patriotica, guidata dall'ex vescovo ultracinquantenne Lugo.
A nulla sono valsi i tentativi di screditarlo, a nulla è servito mettergli contro come avversario nella corsa alla presidenza una donna, strizzando l'occhiolino al Cile della Bachelet o all'Argentina della moglie di Kirchner per dare l'illusione di un rinnovamento.
Lugo è sospeso a divinis da Santa Romana Chiesa, perchè anni fa ha abbracciato la teologia della liberazione di Boff e ha deciso di scendere in campo per riformare il paese.
Punti cardine della sua proposta politica la moralizzazione della vita pubblica e la riforma agraria, necessaria per mettere fine alla povertà assoluta di gran parte della popolazione.
Non siamo nell'800 ma i problemi sul tappeto, in molti paesi latinoamericani, sono sempre gli stessi.
Il Paraguay è un emblema di quell'arretratezza cronica, di quell'immutabilità, che scrittori come Garcia Marquez hanno raccontato magistralmente.
A questo piccolo luogo marginale della geografia mondiale (chi sa come si chiama la sua capitale?), popolato da bianchi e tribù indie, non manca del resto la possibilità di offrire suggestioni e spunti romanzeschi.
Lo sapeva Emilio Salgari, che vi ambientò uno dei suoi romanzi più efficaci e misconosciuti, Il tesoro del Presidente del Paraguay (1894); il racconto di un'avventurosa fuga in pallone aerostatico, sui cieli dell'Amazzonia fino alle pampas per mettere in salvo il tesoro presidenziale durante la prima guerra del Chaco.
E film di spionaggio o fantapolitica come il celebre I Ragazzi Venuti dal Brasile (1978) si sono ispirati a realtà come il Paraguay: un refugium peccatorum appartato e confortevole, dove per decenni i criminali di guerra nazisti hanno svernato in pace.
Il Paraguay possiede uno degli ecosistemi più grandi e vari dell'America Latina, il Chaco, che è stato oggetto di dispute territoriali fra gli stati dell'area sfociate nelle due devastanti guerre dette appunto del Chaco (1865/1870 e 1932/1935).
Il suo territorio è ricco di risorse naturali: minerali, gas e la più grande riserva d'acqua del Sudamerica (l'acquifero Guaranì), che possono conferirgli un valore strategico superiore al passato e destare appetiti nuovi, suscitare tensioni nuove.
Ma oggi l'aspetto più significativo della "revolucion paraguaia" è il netto spostamento a sinistra dell'asse politico, che lo manda a far compagnia a Venezuela, Ecuador e Bolivia.
E' l'ultimo capitolo dell'onda nuova latinoamericana, un processo di rinnovamento dei ceti dirigenti e di emancipazione dall'influenza statunitense, che proprio sul Paraguay è stata molto netta.
Stroessner fu uno dei più fedeli alleati di Washington e animatore, assieme ad altri governi dell'area e con la benedizione americana, di un sistema di intelligence congiunto per spiare e reprimere i movimenti di sinistra.
Sta adesso al neoeletto dimostrare se intende orientarsi verso il riformismo alla Lula o verso il populismo alla Chavez, se vuole portare il Paraguay verso una democrazia compiuta o in direzione dell'autoritarismo da bulli del generale venezuelano.
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lunedì 7 aprile 2008

Olimpiadi, un'immagine vale più delle parole

Credo che quest'immagine sarà una di quelle che più caratterizzeranno le Olimpiadi del 2008. Ogni evento oggi viene simboleggiato da uno scatto fotografico o da una sequenza filmata in particolare. Questa sarà una delle immagini che rappresenteranno le Olimpiadi cinesi.
Come accadde per la primavera di Pechino dell'89, rimasta impressa nella memoria collettiva grazie alla foto del civile che si mette di fronte al carro armato per fermarlo.
Un piccolo, coraggioso e inerme cittadino bloccava la strada al mostro d'acciaio, sguinzagliato per le strade da una dittatura che aveva paura della gente, che schiacciò con le uccisioni e il terrore la protesta democratica.
A quasi vent'anni di distanza dai fatti di Tienammen le immagini tornano a perseguitare il potere cinese, a guastare la festa di Hun Jin Tao e della sua corte. Qualcuno nel coro ha steccato, il trombone suona sfiatato. Era ora.
Questa foto smaschera la falsità del regime; dietro la modernità, dietro l'immagine della Cina Felix proiettata a essere la principale potenza economica del XXI secolo, si nasconde la totale negazione dei diritti umani.
E si nasconde, o meglio si nascondeva fino a ieri, il dominio imperialistico sulla nazione tibetana, che per lingua, storia e cultura sta alla Cina come la Germania sta alla Spagna, o all'Africa nera.
Il Tibet è occupato illegittimamente dal 1950; ben prima che i militari sparassero sulla folla, solo con l'immigrazione di milioni di cinesi incentivata dal governo, ha subito uno stupro di massa.
E' nuda la fandonia sulla liberazione del Tibet dall'arretratezza, che il partito comunista ha propalato per cinquant'anni ai suoi sudditi; i quali candidamente (e si può capire) si stanno chiedendo come mai l'Occidente protesta. Loro non sanno, pure loro sono vittime: della propaganda.
Dispiace che ne faccia le spese la fiaccola olimpica, che richiama ben altri valori. Ma era inevitabile.
Così dopo Londra i tedofori sono sotto assedio a Parigi; la fiaccola viene messa al sicuro su un pullman, viene isolata dalla folla da un cordone di agenti.
Sono i poliziotti di quei governi che per pavidità e calcolo economico finora non hanno preso una posizione netta sul problema tibetano.
Almeno il CIO, con l'invito di oggi ad avviare il dialogo con il popolo tibetano, si è svegliato dal letargo.
I governi si adeguano alla corrente, la gente o almeno una parte della gente no. La protesta sale dal basso.
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venerdì 14 marzo 2008

Cuba, la farsa continua

La dittatura cubana, dopo il cambio della guardia tra Fidel e suo fratello Raul, ha deciso di aprirsi al mondo moderno.
Mentre Fidel, dopo una vita di monumentali arringhe sui palchi si sta dedicando alla scrittura (facile immaginare la pubblicazione di una altrettanto monumentale autobiografia), è stato annunciato che presto sarà possibile acquistare legalmente computer e lettori DVD e che, udite udite, si potrà addirittura possedere televisori con schermi oltre i 24 pollici.
Se i primi due divieti avevano una logica (un computer, magari collegato a Internet, o un DVD possono diffondere contenuti sconvenienti per la propaganda di regime), resta incomprensibile il terzo, ma tant'è pure quello è stato tolto.
Il paese delle esauste auto - dinosauro che hanno lo stessa tutela riconosciuta a certe specie animali, dove tutto è "sgarruppato" e resta insieme per misericordia, si apre alla civiltà multimediale.
Comunque non si potrà accedere a Internet e resta il divieto di possedere cellulari, merce rara riservata ai funzionari di partito e agli stranieri. Troppo pericoloso hablar e troppo pericoloso navigar nel mare delle informazioni in rete.
Resta da capire che se ne faranno di queste concessioni i cubani, la cui esistenza da decenni è scandita dalle tessere del razionamento e spesso non hanno i quattrini per comprarsi un paio di scarpe, figurarsi per comprare i meravigliosi gadgets elettronici liberalizzati dal regime.
Nel frattempo, le tessere del nuovo potere cubano sono state messe al loro posto; il nuovo leader Raul Castro ha spostato Tizio di qua e promosso Caio di là. Comunque tutti vecchi personaggi già appartenenti alla nomenklatura cubana.
Qualche volto nuovo, qualche promessa di riforma: senz'altro questo speravano i sudditi del regime, ma per ora niente da fare.
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Tibet: la Cina vince le olimpiadi della repressione

Dal Tibet le notizie, come le immagini, stanno arrivando in maniera ancora un pò frammentaria. Però la sostanza è chiara: i tibetani da circa due giorni sono nuovamente in rivolta contro il drago cinese.
Come in Birmania, sono i monaci buddhisti gli animatori della sollevazione contro Pechino e come in Birmania, di cui non si parla più, sono loro le principali vittime della repressione.
Il popolo tibetano è una minuscola comunità annegata nel mare cinese; qualcuno ha detto che i cambiamenti della storia sono dettati dalla demografia.
Verità parziale, perchè c'è sempre comunque bisogno di un forte supporto militare ed economico. La Cina di oggi possiede tutte queste caratteristiche.
Le Olimpiadi devono ancora iniziare ma verrebbe da concludere che quelle della repressione i cinesi le hanno già vinte.
Però non ci si può voltare dall'altra parte di fronte alla violenza del regime comunista di Pechino; una violenza particolarmente odiosa poichè si rivolge contro una nazione pacifica, custode della plurimillenaria saggezza buddista, contro uno dei membri fondatori dell'Onu.
L'occupazione illegittima del Tibet dura dal 1950 e la comunità internazionale se n'è sempre sostanzialmente disinteressata.
A maggior ragione adesso, a pochi mesi di distanza dalle Olimpiadi, che per il regime sono l'occasione per sbandierare il suo tronfio e volgare orgoglio nazionalista.
Tutti quanti tacciono imbarazzati, per non urtare la suscettibilità della principale potenza economica emergente.
Ma proprio per il fatto che le Olimpiadi stanno puntando con decisione i riflettori sulla Cina, emergono le occasioni più favorevoli per dare maggiore impatto mediatico ai malcontenti e alle rivendicazioni.
Il riesplodere della fronda tibetana ne è un esempio, ne è esempio anche il risveglio della protesta degli intellettuali cinesi, vittime di una repressione poliziesca a base di sequestri e incarcerazioni, o il presunto tentativo di sequestro di un aereo ad opera di estremisti islamici dello Xiniang.
Forse il giocattolo che il regime ha preparato si sta rompendo fra le sue mani: cosa potrà accadere ancora? E cosa serve per risvegliare la coscienza narcotizzata dell'Occidente?
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lunedì 10 marzo 2008

Zapatero, riformista vincente senza ambiguità

Zapatero ce l'ha fatta, si è conquistato il secondo mandato come premier.
Il leader spagnolo non è riuscito a prendere la maggioranza assoluta alle Cortes, ma consolida le posizioni del Partito Socialista e si prepara a governare (presumibilmente in scioltezza) nei prossimi quattro anni.
Veltroni ne trae auspici positivi per il PD e può anche darsi che le elezioni iberiche gli portino bene.
Però, dato che i dirigenti del nuovo soggetto riformista italiano amano spesso tracciare paragoni con il PSOE spagnolo, è bene fare alcune puntualizzazioni.
Zapatero aveva promesso la riforma del sistema radiotelevisivo e l'ha fatta. La situazione spagnola era simile a quella di casa nostra, con una emittente pubblica indebitata e lottizzata, la necessità di riequilibrare la raccolta pubblicitaria e di aprire il mercato dei media a nuovi soggetti. Eseguito.
Qui invece si blatera di conflitto di interessi dal 1994, anno della famosa "discesa in campo" di Berlusconi e una legge seria al riguardo non è mai stata fatta, complice l'atteggiamento timoroso o inciucista che troppe volte il Centrosinistra ha dimostrato (vero D'Alema?) quando poteva decidere.
Ironia della sorte proprio la Telecinco berlusconiana ha strillato all'attentato contro la libertà d'impresa (mentre invece in questo modo ovviamente si apre di più il mercato), ma il governo Zapatero ha tirato dritto.
Zapatero poi aveva promesso di attuare la riforma dei diritti civili e ha mantenuto. Dal matrimonio fra omosessuali al divorzio breve, il riformista spagnolo senza ambiguità e complessi ha tirato avanti come un rullo compressore.
In Italia il progetto Dico è naufragato e il divorzio breve, già approvato dalla commissione giustizia del Senato, finirà nel nulla causa lo scioglimento delle camere (con soddisfazione dei papalini di entrambi gli schieramenti).
Zapatero ha detto a più riprese alla conferenza episcopale spagnola di non interferire nella politica, in un paese difficile perchè di note tradizioni cattoliche, ancora una volta senza gli imbarazzi che caratterizzano Walterone.
Povero Veltroni, si trova stretto fra l'incudine laica e il martello cattolico del PD che per ora è l'ermafrodita della politica italiana.
Zapatero aveva elaborato una riforma del mercato del lavoro e l'ha varata, con l'obiettivo di limitare il precariato (che pure in Spagna è un problema).
L'Ulivo in due anni non solo vi è riuscito, ma dispiace dover ricordare che le prime falle nel diritto del lavoro italiano per quanto riguarda la tutela dei lavoratori non si devono alla legge 30 di Berlusconi, ma al pacchetto Treu del 1997 (durante il primo esecutivo Prodi).
Zapatero si è impegnato per promuovere le pari opportunità fra i sessi e ha cercato di dare il buon esempio: metà del suo esecutivo è rosa, a cominciare dalla vicepremier. Da noi invece si è ancora alla mera fase della discussione sulle quote rosa.
Due cose perciò sono chiare; Zapatero ciò che promette lo fa e credo che questo sia degno di considerazione anche per chi non è di centrosinistra.
Per chi invece appartiene a quest'area, Zapatero insegna la lezione di un riformismo aperto e coraggioso, e soprattutto laico.
Zapatero non ha bisogno di andare in pellegrinaggio a Spello o di citare il cardinal Martini come riferimento ideale; non ha bisogno di inventare nuove simbologie o vacue etichette di stampo americano per attirare a se tutto e il contrario di tutto.
Il leader spagnolo ha vinto per la seconda volta con una carta d'identità chiara, radicata nella cultura spagnola e più ampiamente europea: quella socialdemocratica, ancorchè naturalmente aggiornata alle esigenze di una società moderna.
Quell'identità che per Veltroni è da mandare in soffitta, nel compiacimento dei cattolici del PD.
E' un'indicazione secondo lui valida non solo per l'Italia ma per tutto il continente come ha cercato di spiegare a una perplessa e anche un pò scocciata Internazionale Socialista, di cui proprio lo Zapatero tanto ammirato è vicepresidente.

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venerdì 29 febbraio 2008

Vladimir Putin, il leader nazionale

Lo sguardo di ghiaccio tipico della spia, il machismo sbandierato a volte in modo grossolano (come in questa foto), lo stile autorevole del grande statista: a Vladimir Putin non manca proprio niente per affascinare le masse.
Putin, al potere dal 2000, è il nuovo zar di tutte le Russie; non è riuscito o forse non ha voluto modificare la costituzione per assicurarsi il terzo mandato, ma si è assicurato un successore, Medvedev, a lui fedele.
Un giovane tecnocrate lindo e sicuro di se come lui, che eserciterà i poteri presidenziali nel solco della continuità.
Putin veglierà sul suo operato, ancorchè come primo ministro e quindi in una posizione formalmente subordinata.
Il gioco è fatto; la Russia il 2 Marzo svolgerà le elezioni presidenziali più farsesche e inutili del periodo post-sovietico, dopo quelle per il rinnovo della Duma.
Intimidazioni agli avversari, l'esclusione discutibile di liste avverse, i partiti di quella parte d'opposizione tollerata già rassegnati al verdetto.
Putin come Mussolini, che non reagiva alle continue e serrate critiche di Benedetto Croce per dimostrare che il Fascismo era rispettoso della libertà di pensiero.
Gli osservatori internazionali diserteranno il prossimo happening elettorale, essendo in totale disaccordo sulla sua gestione. Fine della democrazia.
Putin è un personaggio alla John Le Carrè; è un funzionario cresciuto, dopo la laurea in diritto internazionale (sic), nei ranghi del KGB e si narra che si commuova sempre quando rievoca quel periodo. Giovinezza primavera di bellezza.
Ed è un figlio d'arte, dato che anche suo padre militò nell'NKVD, la sinistra polizia politica di Stalin.
Queste le radici culturali del nuovo zar e perciò non sorprende affatto la gestione autoritaria del potere che ha caratterizzato la sua presidenza.
Putin appartiene alla generazione di burocrati e quadri rimasti orfani dell'Unione Sovietica (Vladimir era in Germania Est quando crollò il muro), che nonostante o forse grazie a questo sono riusciti a fare una grande carriera.
Putin nel 2000 era l'uomo giusto al momento giusto; il paese aveva un'economia in ginocchio, un'influenza politico-militare azzerata, un presidente (Eltsin) in declino fisico e mentale, la Cecenia in fuga.
Proprio Eltsin ha acceso la stella putiniana nominandolo primo ministro nel 1999. Il giovane leader ha mostrato subito di che pasta era fatto reprimendo nel sangue la rivolta della Cecenia. Lo zar Vladimiro poi ha trasformato la caotica Russia degli anni 90 in un paese ordinato e con un PIL in crescita, nonostante la miseria di gran parte della popolazione raccontata dalla giornalista Anna Politkovskaja.
Adesso guida una politica internazionale volta a riaffermare il prestigio e l'influenza di Mosca, a spese delle repubbliche confinanti, che vengono destabilizzate (come nel caso dell'Ucraina o della Georgia) se provano ad allontanarsi, entrando perciò in conflitto con gli Stati Uniti che dopo la fine del patto di Varsavia sono riusciti ad attrarre diversi stati dell'Est. Con quali conseguenze per la stabilità mondiale è facile immaginare.
Putin dal 2 Marzo non sarà più presidente ma ormai è il leader, la guida per una nazione a cui sta anche insegnando a liberarsi dell'imbarazzo per il suo passato totalitario.
Anzi ha sostenuto pubblicamente che Stalin, pur essendo un dittatore, ha fatto cose buone di cui i programmi scolastici, nell'insegnare la storia, devono tenere conto.
Quali siano queste cose buone si può leggere ad es. nella biografia di Stalin di Robert Conquest, che ha dedicato gran parte della sua attività di storico ad analizzare gli orrori del Comunismo.
Quest'uomo, dittatore assassino di giornalisti, alla fine del 2007 è stato nominato uomo dell'anno dalla rivista britannica Time.
Proprio nel paese, culla della democrazia moderna, dove l'oppositore Litvinenko è stato ucciso con il Polonio dagli agenti di Putin.
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lunedì 18 febbraio 2008

A chi giova l'indipendenza del Kosovo


17 Febbraio 2008: il Kosovo ha dichiarato l'indipendenza. Lo si sapeva da tempo, cronaca di un'indipendenza annunciata.
Allora fine della vicenda? Non credo.
Questa regione stretta fra Serbia, Montenegro, Macedonia e Albania è un lembo di terra con un'estensione più o meno pari all'Abruzzo o all'Umbria.
E' una piccola regione con una storia grande nella sua tragicità.
Nel tempo il Kosovo è stato attraversato da numerosi conflitti e odi interetnici, che si sono intrecciati con le differenze religiose; fino alla guerra del 1999 che nelle intenzioni del presidente Milosevic doveva riportarlo sotto il pieno controllo di Belgrado attraverso l'annientamento o l'espulsione della maggioranza albanese.
Perchè il Kosovo, nonostante la sua composizione etnica, come si sa riveste un'importanza fondamentale nella storia di quel popolo, essendo stato il campo di battaglia dove si è forgiato il sentimento dell'identità serba.
La "soluzione finale" di Milosevic era naturalmente inaccettabile per la comunità internazionale, che ha separato con la forza i contendenti e congelato per un pò la situazione.
La storia europea è stata spesso condizionata dalle faccende balcaniche; fu l'assassinio dell'erede al trono asburgico a Sarajevo, il 28 Giugno 1914, a scatenare la prima guerra mondiale.
Siamo ben lungi dal trovarci alla vigilia di un nuovo conflitto generalizzato, però vale la pena di riflettere sulle dinamiche politiche che l'avvenimento di ieri metterà in moto.
Per la Serbia ovviamente lo smacco è pesante e ora ha il problema di tutelare, non si sa come, la minoranza serba asserragliata dentro i fortilizi protetti dal contingente internazionale.
Una grana per il nuovo premier Tadic di fronte all'opinione pubblica, che potrebbe portare instabilità in un altro paese cruciale per gli equilibri internazionali.
Per la Russia neozarista di Putin alla ricerca della grandeur perduta, lo smacco è altrettanto grave.
Al di là dei vincoli di amicizia e sangue sbandierati con la nazione serba, molto più prosaicamente si trova ancora una volta sotto scacco: la sua opinione è stata ignorata dall'Europa e dagli USA, il suo orgoglio è ferito.
Le relazioni con questi due paesi si raffredderanno; non sarà una riedizione della cortina di ferro ma qualche problema lo porterà.
Per la Russia inoltre il precedente kosovaro è dannoso in quanto anche al suo interno vi sono spinte irredentiste (basta pensare alla Cecenia), che potrebbero rinvigorirsi.
Come nella teoria del domino possono esplodere altri focolai di crisi e neppure la vecchia e pacifica Europa ne è esente. Non a caso la Spagna si è pronunciata contro la decisione dei kosovari.
Facendo un calcolo strettamente utilitaristico l'indipendenza del Kosovo non giova a nessuno di questi attori.
In sostanza, chi non deve fare i conti con spinte autonomiste ha dato il placet e gli altri... Problema irrilevante, anche per l'Italia che per bocca del ministro degli esteri D'Alema ha liquidato frettolosamente la questione.
Gli USA hanno spinto con decisione verso questo esito, ma non per tener fede alla vecchia idealistica teoria di Wilson sull'autodeterminazione dei popoli.
L'appoggio alla causa del Kosovo, che ripagherà gli Stati Uniti con la fedeltà, è un altra mossa di potere, per guadagnare spazio nello scacchiere est-europeo contro la Russia.
A loro giova questa strategia cinica, ma solo apparentemente.
Resta da chiedersi se la nascita di uno stato sovrano nel Kosovo serve ai kosovari stessi. L'economia locale è pressochè inesistente, si basa quasi per intero sulle rimesse (lecite e illecite) dall'estero e sul supporto finanziario e logistico degli stati europei, attraverso la missione civile/militare ivi stanziata.
Il Kosovo dunque continuerà a essere assistito a spese del contribuente europeo, o nell'ipotesi peggiore sarà uno stato contrabbandiere come il vicino Montenegro. Il suo premier Thaci è sempre stato sospettato di essere il capo della cupola mafiosa kosovara.
Allora l'autodeterminazione non conta niente, il Kosovo doveva rassegnarsi a restare sotto la sovranità serba? Impensabile e ingiusto moralmente; dopo il bagno di sangue del 1999, le cose non sarebbero più potute tornare come prima.
E' discutibile il modo con cui si è giunti alla dichiarazione del 17 Febbraio. La UE è colpevole per non aver guidato una vera mediazione, verso una soluzione condivisa fra le parti che era difficile ma possibile, opponendosi all'ingerenza americana.
Non ha scelto un interlocutore degno come il partito del defunto Rugova, ma al contrario ha accettato il PKK, più simile a un'organizzazione paramilitare e paramafiosa che a un partito, sbattendo la porta in faccia a un paese, la Serbia, che invece andrebbe avvicinata all'Europa.
Un esempio di ciò che non deve essere la politica estera, la premessa di conflitti futuri.
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venerdì 8 febbraio 2008

Elogio delle primarie americane


Le primarie USA non ci riguardano direttamente, ma le trovo molto più affascinanti della triste campagna elettorale italiana ormai alle porte. Perchè?
Perchè rappresentano un momento di coinvolgimento e tensione politico-culturale; di fronte a difficoltà crescenti per la società americana, dove viene agitato a torto o a ragione lo spettro di una crisi analoga alla Grande Depressione del '29, dove resta irrisolto il dramma della guerra in Iraq, cosa si fa?
I partiti, l'opinione pubblica, i gruppi etnici, il mondo della cultura e dello spettacolo scendono in campo.
Si confrontano, dibattono, espongono idee e programmi. A volte litigano anche all'interno dello stesso schieramento, però in relazione a contenuti e proposte.
Da noi le prossime elezioni, dopo la morte prematura della legislatura, si risolveranno un'altra volta in un referendum pro o contro Berlusconi.
Riascolteremo le solite polemiche, i soliti slogan, avremo ancora davanti una pletora di partiti sempre uguali a se stessi e ci verranno riproposte, nonostante qualche defezione o pensionamento illustre, gli stessi volti del passato, sempre più vecchi, bolsi e inutili.
La prossima campagna elettorale sarà, per dirla con il protagonista del Gattopardo, il modo per dimostrare che "bisogna che tutto cambi perchè nulla cambi".
Mere operazioni di maquillage, come quella tentata da Berlusca con la lista comune AN e Forza Italia in risposta alla decisione di Veltroni di far correre da solo il PD, che come ho già scritto deve ancora far capire cos'è esattamente.
Operazioni compiute da una casta che di fronte ha un mondo che corre e affronta i tanti problemi del nostro paese con il passo della tartaruga, o in retromarcia come il gambero.
Un governo succederà a un altro senza che le piaghe dell'Italia vengano finalmente curate. Ognuno cercherà di tutelare i propri interessi di bottega.
Ma le primarie degli Stati Uniti sono interessanti anche per un altro motivo; per i candidati del fronte repubblicano e democratico rappresentano una vera investitura, perchè devono guadagnarsi voto per voto, città per città, stato per stato, l'appoggio delle rispettive basi.
Non vi è dubbio sul fatto che c'è un establishment che influisce sulle scelte finali, ma la spinta derivante dall'investitura dal basso è indiscutibile.
Ne resterà solo uno: il migliore? Chi lo sa, ma perlomeno sarà stato scelto in un confronto reale con gli avversari.
I due partiti, quello dell'asinello e il Grand Old Party, come viene chiamato il partito repubblicano, hanno cercato di mettere in campo il meglio che avevano.
Sotto questo profilo i Democratici partono da una posizione di vantaggio, perchè comunque la si pensi Hillary Clinton e Barrack Obama sono due personaggi di evidente peso e carisma di fronte ai candidati un pò bigi del fronte repubblicano.
Ma al di là di questo la logica competitiva che attraversa la storia e la cultura statunitense si dispiega pienamente nel fenomeno delle primarie e sarà confermata dalla campagna presidenziale.
Gli USA sono un paese in evidente affanno (e forse alle prese con un cambiamento epocale della loro posizione di egemonia a livello internazionale), ma sono ancora capaci di esprimere dinamismo, di mettersi in movimento e progettare una soluzione per il futuro. Magari sotto la guida di un presidente quarantaseienne e per giunta afroamericano.
Nell'Italia gattopardesca, dominata da una classe politica geriatrica, invece saremo travolti dal solito sterile bagno di chiacchere.
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