Visualizzazione post con etichetta Kommunismus. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Kommunismus. Mostra tutti i post

mercoledì 10 marzo 2010

Zapata, Farinas e altri: a Cuba continua la mattanza dei dissidenti

Eccone un altro che rischia la pelle; Guillermo Farinas ha lasciato l'ospedale dove era stato ricoverato, a seguito dello sciopero della fame intrapreso per protestare contro la morte di Orlando Zapata e per chiedere la liberazione di una ventina di dissidenti.
Sulla questione degli oppositori a Cuba mi sono preso la briga di leggere gli interventi pubblicati su Latino America.
Minà e i suoi collaboratori sono battaglieri come sempre nel difendere la Revoluciòn; eppure a me i conti non tornano.
E' vero che gli Stati Uniti mettono in pratica contro Cuba una politica assai discutibile, che nonostante il passare del tempo e l'avvicendarsi dei presidenti nella sostanza non è cambiata.
Washington considera ancor oggi il Caribe e più ampiamente il Sud America come il suo cortile di casa, non ha ancora imparato a impostare i suoi rapporti con gli altri stati del continente su basi paritarie.
E' vero anche, come ricorda Minà, che sull'agguerita diaspora anticastrista dei cubani in Florida gravano sospetti (documentati e consolidati) di legami con i servizi USA e con la criminalità: Scarface è un film di gangster, ma ha il pregio di aver fotografato certe collusioni che gettano un'ombra sulla lotta di chi rivendica per Cuba i fondamentali diritti democratici. Onesti e lazzaroni finiscono mescolati assieme.
Ed è vero, ahinoi, che anche in Italia si suicidano detenuti per protesta, se non vengono ammazzati di botte come nel caso ignobile di Stefano Cucchi, su cui ho visto calare un preoccupante disinteresse da parte dei nostri media.
Però, ciò che ha scritto la stampa di regime cubana sulla figura di Zapata puzza di vecchio, è un film in continua replica o una canzone già sentita un migliaio di volte. 
Le dittature, di qualunque colore, hanno sempre descritto i dissidenti come delinquenti comuni, folli o agenti al soldo delle potenze straniere.
Sakharov era trattato come un caso clinico dalle autorità dell'Urss; Ahmadinejad ha bollato i giovani dell'onda islamica come mercenari al servizio dei governi occidentali.
La "prensa" della magnifica isola rivoluzionaria ci dice invece che Zapata era un criminale, e Latinoamerica con Alessandra Riccio rilancia, riporta, ci crede. E' una redazione di pappagalli?
Una persona dotata di medio senso critico si chiede se è possibile che una persona si lasci morire d'inedia per avere la tivù in cella; soprattutto se non è un uomo di specchiata moralità (a quanto pare Zapata aveva precedenti per reati comuni), o come scrive ambiguamente la Riccio - un muratore ribelle - insomma un soggetto lontano da una sensibilità di tipo politico.
Continuando il parallelismo con l'Italia, dovremmo pensare che i detenuti da noi si tolgono la vita per avere qualche confort, qualche gadget in più, e non perchè le condizioni di vita nelle nostre prigioni sono diventate intollerabili?
E che dire di Farinas su cui Latinoamerica opportunamente tace? La sua bio ci racconta una persona di assoluta rispettabilità: psicologo, ex militare decorato, suo padre combattè con Che Guevara.
Ammettiamo che nelle carceri cubane non si tortura e che il regime castrista non mette a morte nessuno.
Però sequestra e intimidisce, com'è successo alla blogger Yoani Sanchez, prelevata per strada e dissuasa da poliziotti maneschi dal proseguire le sue attività.
Oppure, per ridurre al silenzio i disturbatori si incarcera; Farinas e altri come lui rivendicano un fondamentale diritto umano, la libertà d'espressione, che il governo dell'Avana nega imperterrito; esattamente come nega imperterrito altri diritti, la libertà di riunione e di associazione politica su tutti, che costituiscono la base di una democrazia.
Tanto mi basta per esprimere un giudizio sulla Revoluciòn e su certi padri - padroni, da Fidel a suo fratello Raul, che i pasionari alla Gianni Minà si ostinano a difendere facendo scorrettamente un minestrone di casi che  vanno tenuti distinti.
Bookmark and Share

domenica 3 maggio 2009

In attesa di nuovi miti


R. Guttuso, Testa del Che (1967)

Il film di Steven Soderbergh sul Che Guevara pone un tema fra i tanti: quello dei miti, politici o culturali, che caratterizzano un'epoca.
Come il XIX secolo è stato caratterizzato da Giuseppe Garibaldi, il XX secolo è stato indubbiamente caratterizzato da Che Guevara, che assurge a simbolo massimo della figura del rivoluzionario.
La vita e la morte del Che sono la sublimazione di un'etica, di un impegno personale rigoroso e lontano dai compromessi, che coerentemente ha portato il leggendario comandante a sacrificarsi durante il fallimentare tentativo di insurrezione in Bolivia.
Nel quadro dedicatogli da Renato Guttuso vediamo la testa del Che esposta su un piatto. E' un destino simile a quello di S. Giovanni Battista, che pagò con la morte per decapitazione la sua predicazione contro le ingiustizie e la corruzione del potere.
Che Guevara come il personaggio dei Vangeli fu mutilato per spregio dai militari boliviani, che gli amputarono le mani, e l'immagine impietosa del suo cadavere sul tavolo delle autopsie fece il giro del mondo.
La figura di Ernesto Guevara tende a superare le tradizionali divisioni ideologiche e si è spesso guadagnata il rispetto e l'ammirazione anche di persone molto lontane dal comunismo.
Questo significativo film in due parti del resto è stato diretto da un regista americano: l'America contro cui Che Guevara si è battuto.
Questo perchè, considerazioni ideologiche a parte, Che Guevara è la rappresentazione della purezza, dello spirito eternamente giovane e perciò rivoluzionario per definizione.
Anche chi non è comunista può ammirare Che Guevara che prima di abbracciare il comunismo era una persona animata da un profondo senso morale: un uomo dalla parte degli sfruttati e degli umiliati sempre e comunque.
Prima di leggere Marx e imbracciare il fucile girò l'America Latina per curare i poveri, come è stato raccontato ne I diari della motocicletta.
In tal senso l'argentino morto per spingere alla rivolta i campesinos di un'altra nazione è riuscito a diventare l'icona di un secolo.
Dopo aver visto il fim resta una domanda: quali potranno essere i miti della nostra epoca, che appare così lontana da qualsiasi coinvolgimento valoriale se non ideologico, oltrechè dalla speranza.

Bookmark and Share

venerdì 24 aprile 2009

Un nuovo libro su Stalin: dibattito inutile

Il 10 Aprile Liberazione ha pubblicato la recensione a un nuovo libro su Josif Stalin - Stalin, storia e critica di una leggenda nera (D. Lo Surdo).
Il libro e soprattutto la recensione fattane hanno scatenato il vespaio delle polemiche nell'area comunista, con la netta presa di distanze dei redattori del quotidiano.
Il saggio intende rivedere e ribaltare l'immagine classica del dittatore sovietico, che è stato equiparato a Hitler dalla storiografia contemporanea e dall'opinione dominante.
La tesi fondamentale è che la vicenda staliniana è stata dipinta a tinte fosche (una leggenda nera per l'appunto), perchè è stata condizionata dalla contrapposizione ideologica fra est e ovest.
Di qui l'immagine eccezionalmente orribile, la fama talvolta immeritata di dittatore sanguinario e psicopatico di Stalin.
Interessante il riepilogo sul libro ho trovato qui; mi pare preciso e attendibile e muove una critica decisa all'autore (attenzione, una critica dall'interno della sinistra radicale).
In sintesi le azioni di Stalin vanno storicizzate e contestualizzate; agì in un certo modo per reazione ai pericoli esterni che minacciavano l'Unione Sovietica, la rivoluzione socialista che si era faticosamente affermata. Uno stato di necessità.
Si possono anche spiegare in secondo luogo per un limite filosofico del Marxismo - Leninismo, che non riusciva a comprendere e tollerare il particolare, le eccezioni, e perciò tendeva a travolgerle.
In effetti questo mi sembra il punto decisivo per formulare un giudizio non solo su Stalin ma su tutta l'esperienza storica del Comunismo.
Il Comunismo come sull'altro lato il Nazifascismo, era un'ideologia totalizzante, una dottrina universalistica che voleva uniformare e semplificare tutta la complessità dell'esistenza umana e delle articolazioni sociali.
Pretendendo nel suo messianismo di divulgare al mondo la Verità, non poteva per definizione, per presupposto logico - filososofico, tollerare la diversità qualunque essa fosse: una minoranza etnica riottosa, una posizione dissenziente nel partito o una variazione delle politiche messe in pratica in uno dei paesi fratelli dell'URSS, tanto per citare qualche esempio.
Chi pretende di conoscere la verità, il bene, cerca di imporlo a tutti; chi resiste è il male e quindi va eliminato.
In altri termini era l'impalcatura teorica del Marxismo - Leninismo ad essere pericolante, ad avere un baco o un germe che hanno generato mostruosità infinite e hanno poi decretato la fine dei sistemi comunisti.
Se anche fosse vero che la personalità di Stalin non era così disturbata come ci è stato raccontato da una propaganda di parte (ma onestamente molte delle sue azioni non trovano una spiegazione diversa), era comunque l'ideologia che lo aveva formato a spingerlo a certe scelte. Questo basta per condannarlo e ritenere il Comunismo un esperimento fallito in partenza.
La rivalutazione di Stalin non ha alcun senso e sconcerta chi crede nella prevalenza assoluta dei valori umani sui fini politici, in qualunque frangente della storia. Non sono accettabili relativizzazioni.
E' un ripescaggio che, pur avendo diverse motivazioni, di fatto assomiglia a quello che si sta operando nella Russia neozarista putiniana.
E' una riscrittura che nei fatti avvicina certi maestri di pensiero alla loro controparte nera (vedi Nolte o Irving). Un dibattito inutile che allontana la sinistra radicale dal futuro.

Bookmark and Share

martedì 2 settembre 2008

Rifondazione e Farc, le relazioni pericolose


Il pc sequestrato dopo la morte di Reyes, uno dei capataz delle Farc colombiane, sta rivelando informazioni interessanti. Fra queste i rapporti con Rifondazione Comunista.
Sarebbe già stato politicamente inopportuno se vi fossero stati dei semplici contatti, ma i rifondaroli sono andati ben oltre.
Hanno stretto dei legami stabili con i guerriglieri gestiti dal responsabile esteri del partito, Mantovani, che ha cercato di giustificarsi sostenendo che Rifondazione teneva aperti i contatti solo per favorire il processo di pace e sempre alla luce del sole.
E i nomi in codice con cui si scambiavano le mail allora? Patetico.
A quanto pare invece Rifondazione ha inviato soldi per finanziare l'organizzazione e ne ha aiutato gli esponenti che per varie ragioni si trovavano in Europa. Non ha risparmiato nemmeno critiche per l'impegno di Veltroni a favore della liberazione di Ingrid Betancourt. Addirittura.
E' difficile esprimere un giudizio sulla situazione della Colombia, una delle più intricate e violente del Sudamerica.
Diseguaglianze sociali estreme generano reazioni estreme, questa è una delle materie prime della storia.
Le Farc sostengono di essere l'unica forza che si batte per i poveri della Colombia; è un fatto sotto gli occhi di tutti che in quel paese ci sono sacche di miseria, arretratezza e disperazione, che i vari governi succedutisi non hanno fatto sostanzialmente nulla per eliminarle. Garcia Marquez fra gli altri ne ha parlato molto.
Ma al di là di eventuali legittime simpatie per una causa rivoluzionaria, non si può dimenticare che le Farc sono responsabili del sequestro di centinaia di persone tenute in ostaggio in condizioni inumane, come ha ben fatto vedere il caso della Betancourt.
La quale non apparteneva all'elite governante della Colombia e non poteva ovviamente essere ritenuta responsabile di alcunchè. Anzi, per anni ha lottato per cambiare il paese con un programma all'insegna delle riforme e della giustizia sociale.
Eppure fu sequestrata, per esercitare un ricatto nei confronti delle istituzioni colombiane e per attirare l'attenzione della comunità internazionale, ma non solo.
La Betancourt dava fastidio perchè esprimeva un'opzione concorrenziale rispetto a quella delle Farc, con la differenza che lei intendeva cambiare il sistema con metodi legali, all'interno della democrazia.
Questa ferocia politica, unitamente alla totale indifferenza in tema di diritti e dignità delle persone (sono ancora qualche centinaio i prigionieri in mano alle Farc) doveva suggerire a Rifondazione maggiore freddezza verso i revolucionarios colombiani, invece dell'affettuosa corrispondenza che è venuta alla luce. Ma i comunisti non cambiano mai.
In ogni tempo e luogo hanno sempre cercato di eliminare con tutti i mezzi i movimenti e i leader non allineati.
E i comunisti italiani hanno sempre avuto relazioni indecenti o pericolose; al tempo della guerra fredda i rapporti con Mosca erano ben saldi.
Ai compagni d'oltrecortina venivano girate informazioni di ogni tipo, delineandosi così una vera attività spionistica verso una potenza avversaria, e in cambio arrivavano soldi (dollari s'intende, non rubli).
Purtroppo è una pagina della storia italiana su cui non è mai stata fatta la necessaria chiarezza; la cancellazione dei reati di illecito finanziamento del 1989, fortemente voluta anche dal PCI, e l'insabbiamento del dossier Mitrokhin hanno chiuso la questione.
Il vecchio lupo non perde il vizio, è sempre lo stesso.

Bookmark and Share

giovedì 17 aprile 2008

Sinistra Arcobaleno: tramonta il sol dell'avvenire?


"Fischia il vento, urla la bufera,
scarpe rotte, eppur bisogna andar,
a conquistare la rossa primavera
dove brilla il sol dell'avvenir"

(canzone partigiana)

Nello stato maggiore della Sinistra Arcobaleno uscita piallata dalle elezioni, è questo il sentimento dominante.
La consapevolezza, dopo il risultato risicato e l'estromissione dal parlamento, che inizia una lunga traversata nella steppa con mezzi di fortuna.
A sentire le dichiarazioni di Diliberto, Migliore e altri, smaltito lo shock la sinistra radicale si rimetterà in cammino per riprendersi i voti perduti e lo spazio politico che le compete.
Un mio conoscente ieri ironizzava con ferocia sul destino di Bertinotti e soci; sono finiti, diceva, una volta usciti dal parlamento non si rientra più. Adesso forse Giordano dovrà trovarsi un lavoro.
Sul web abbondano gli sbeffeggiamenti da parte dei tifosi della parte avversa; guai ai vinti, è sempre così. Soprattutto in Italia dove il fair-play non esiste.
Ma al di là degli eventuali problemi occupazionali di Giordano, Luxuria e Pecoraro Scanio, il risultato della Sinistra Arcobaleno dimostra il suo profondo scollamento rispetto al paese. Se l'analisi della società è obsoleta, i risultati sono conseguenti.
Colpisce semmai l'entità della sconfitta: la formazione di Bertinotti racimola il 3% circa fra Camera e Senato, partendo da una quota vicina al 10. Su un risultato del genere non avrei puntato neanche un cent prima del 13 Aprile.
Interessante l'analisi dei flussi elettorali sul sito de La Repubblica; molto spazio è dedicato alla performance della Sinistra Arcobaleno.
Buona parte dei suoi voti è andata a finire al PD, ma udite udite sembra che una parte sia andata addirittura nel PDL di Berlusca. Se fosse vero, quale la spiegazione?
O gli elettori hanno deciso di punire SA nel modo più crudele, scagliandola tra le fauci del caimano, oppure sono saltati dall'altra parte della barricata. Convertiti a una nuova fede? Chissà.
Comunque gli operai di Mirafiori, quintessenza dell'elettorato potenziale della sinistra radicale, hanno detto qualcosa di significativo nel post elezioni.
SA non li ha tutelati adeguatamente nei due anni di Centrosinistra e poi ... ha votato l'indulto; anche Cipputi dunque sente la legittima preoccupazione per immigrazione e criminalità.
L'immigrazione incontrollata e la microcriminalità, verso cui i compagni di SA hanno un atteggiamento di giustificazione o condiscendenza, in effetti sono più dannose proprio per i ceti più umili. Bertinotti l'ha capito?
Anche l'angoscia per il futuro, fra precarietà crescente, aumento dei prezzi, bassi salari, paura della globalizzazione sembra spingere Cipputi dall'altra parte.
Oppure lo porta fra le braccia di chi si colloca addirittura più a sinistra della compagine di Bertinotti: i compagni di Sinistra Critica e quelli del partito di Ferrando si portano a casa, in totale, circa l'1%.
Non è senz'altro sfuggito ai dirigenti di SA che se quei voti fossero rimasti, a quest'ora sarebbero presenti almeno alla Camera.
Forse gli elettori hanno voluto punirli anche perchè la formazione messa in piedi era un mero cartello elettorale, privo di una reale intenzione di innovare costituendo un nuovo soggetto politico.
Però i compagni confermano di proseguire ostinati non solo in analisi erronee, di sfondo marxista, della realtà, ma anche nella vecchia tendenza della sinistra al frazionamento e al "distinguismo".
Dopo l'abbandono di Turigliatto e Ferrando, che hanno già aperto bottega per conto loro (ovviamente non insieme, ci mancherebbe), Rifondazione fa sapere che alla prossima costituente della sinistra porrà il problema della sua identità.
Diliberto invece annuncia che vuole recuperare il simbolo della falce e martello, una garanzia per il futuro.
Nella gara a dividersi e a dibattersi in surreali contese filosofiche un militante dei Carc (organizzazione accusata di essere vicina alle nuove BR) intercettato pure lui fuori dai cancelli di Mirafiori, diceva che Ferrando è onesto ma non è un vero comunista, perchè si muove dentro la cornice della legalità capitalista.
No, non credo che abbiano capito.
Bookmark and Share

mercoledì 19 marzo 2008

Sinistra critica: il comunismo colpisce ancora

La Sinistra e l'Arcobaleno a cui hanno aderito Rifondazione e i comunisti di Diliberto ha rinunciato alla falce e martello.
Ma il simbolo dei proletari è stato prontamente recuperato da Sinistra Critica, il movimento di Turigliatto uscito proprio da Rifondazione, come si può vedere nel suo sito (peraltro ben fatto).
Quindi, all'elettorato che si appresta ad andare ai seggi il 13/14 Aprile con scarso entusiasmo non mancherà la più ampia possibilità di scelta. Dopo i fascisti della destra di Storace ci saranno anche i comunisti. Tutto nel segno della novità.
Da una parte gli eredi della tradizione mussoliniana, del ventennio che per l'Italia ha significato l'eclissi della libertà e la partecipazione alla seconda guerra mondiale al fianco di Hitler, da cui il paese è uscito in pezzi.
Dall'altra gli eredi del Marxismo - Leninismo, all'origine del totalitarismo disumano che dagli anni venti fino alla fine degli anni ottanta ha oppresso molti paesi in ogni parte del mondo.
Due ideologie affini nonostante si siano combattute ferocemente, per le prassi concrete a cui hanno dato luogo.
Le ideologie che hanno segnato il secolo breve di cui parla lo storico Hobsbawm, il secolo più violento di tutti.
I promotori di Sinistra Critica fra cui spiccano il senatore del no Turigliatto e la candidata a premier D'Angeli (novella Rosa Luxemburg), non saranno di certo sostenitori del Bolscevismo: e penso che avrebbero parole di fuoco per commentare il lugubre periodo dello Stalinismo.
D'altra parte, già negli anni 60/70 la sinistra estrema europea aveva avviato una parziale revisione critica del suo rapporto con il blocco comunista.
Ma fa comunque specie vedere quel simbolo, sapendo cosa si cela dietro. Non solo la lotta per l'emancipazione dei lavoratori e degli sfruttati, ma anche le dittature che lo hanno utilizzato come distintivo.
E gli eversori, anche e soprattutto in Italia, che vi si sono riconosciuti e in suo nome hanno ammazzato. E' un simbolo bifronte.
Comunque, leggendo il programma di Sinistra Critica, si nota la vecchia tendenza dei comunisti a proporre il modello dello stato dirigista e occupatore.
Un salario minimo imposto per legge, anche a chi non lavora, la rinazionalizzazione di comparti come le autostrade e la telefonia, il diritto allo studio gratuito, il ritorno a un sistema pensionistico interamente pubblico, i servizi pubblici gratis e partecipati dai lavoratori (in che modo?).
Si nota la volontà di tassare i ricchi e le imprese, che ricorda la lotta ai kulaki nell'Urss degli anni venti, con qualche involontario sconfinamento nel comico, come per la proposta di destinare i militari opportunamente riconvertiti (forse tramite un corso di rieducazione in appositi campi) a compiti ispettivi nelle aziende e nei cantieri. Con la licenza di fucilare i trasgressori?
E ci sono passaggi bizzarri, come la proposta di garantire la libertà totale di circolazione dei/delle migranti (cito testualmente, notare la finezza femminista molto politically correct).
Cosa questa che presupporrebbe l'abolizione dei confini nazionali, che per ora è ovviamente improponibile. Chissà nel 2150.
E' un programma tutto incentrato sull'esigenza di redistribuire la ricchezza, colpendo lauti profitti, patrimoni e beni di lusso cosicchè anche i ricchi finalmente piangano, visto che Bertinotti non ci è riuscito.
Non viene però spiegato in modo convincente come finanziare molte lodevoli iniziative, ne come fare per incentivare la produttività delle imprese, che generando valore generano anche occupazione e magari, con gli opportuni interventi di politica pubblica, possono anche generare salari più alti.
Ma Sinistra Critica non ci pensa; essendo dichiaratamente anticapitalista l'impresa è un nemico da colpire, anche perchè fra le altre cose produce "imballaggi eccessivi" e consuma troppa acqua (se la prendono anche con l'agricoltura).
Quindi dagli specialisti del niet un bel niet all'economia di mercato, in nome di vecchie concezioni dure a morire.
Il sospetto che l'economia di mercato e uno stato che ne corregge gli effetti negativi possano coesistere, che la libera iniziativa economica possa coesistere con i diritti di chi lavora non li sfiora.
Queste per ora sono le intenzioni; l'abolizione della proprietà privata e la collettivizzazione dei mezzi di produzione sono rimandate a future campagne elettorali.
Dulcis in fundo, si propone la rotazione delle cariche pubbliche (ovvero?). Raccomandati per chi vuole esprimere un voto naif.
Bookmark and Share

venerdì 14 marzo 2008

Cuba, la farsa continua

La dittatura cubana, dopo il cambio della guardia tra Fidel e suo fratello Raul, ha deciso di aprirsi al mondo moderno.
Mentre Fidel, dopo una vita di monumentali arringhe sui palchi si sta dedicando alla scrittura (facile immaginare la pubblicazione di una altrettanto monumentale autobiografia), è stato annunciato che presto sarà possibile acquistare legalmente computer e lettori DVD e che, udite udite, si potrà addirittura possedere televisori con schermi oltre i 24 pollici.
Se i primi due divieti avevano una logica (un computer, magari collegato a Internet, o un DVD possono diffondere contenuti sconvenienti per la propaganda di regime), resta incomprensibile il terzo, ma tant'è pure quello è stato tolto.
Il paese delle esauste auto - dinosauro che hanno lo stessa tutela riconosciuta a certe specie animali, dove tutto è "sgarruppato" e resta insieme per misericordia, si apre alla civiltà multimediale.
Comunque non si potrà accedere a Internet e resta il divieto di possedere cellulari, merce rara riservata ai funzionari di partito e agli stranieri. Troppo pericoloso hablar e troppo pericoloso navigar nel mare delle informazioni in rete.
Resta da capire che se ne faranno di queste concessioni i cubani, la cui esistenza da decenni è scandita dalle tessere del razionamento e spesso non hanno i quattrini per comprarsi un paio di scarpe, figurarsi per comprare i meravigliosi gadgets elettronici liberalizzati dal regime.
Nel frattempo, le tessere del nuovo potere cubano sono state messe al loro posto; il nuovo leader Raul Castro ha spostato Tizio di qua e promosso Caio di là. Comunque tutti vecchi personaggi già appartenenti alla nomenklatura cubana.
Qualche volto nuovo, qualche promessa di riforma: senz'altro questo speravano i sudditi del regime, ma per ora niente da fare.
Bookmark and Share

giovedì 8 novembre 2007

Diliberto e la mummia di Lenin

Il circo Barnum della politica nostrana non finisce mai di stupire. Oliviero Diliberto fra il serio e il faceto ha ventilato l'ipotesi di accogliere qui da noi le spoglie di Lenin.
Questo perchè lo zar Vladimiro, a quanto pare, vuole chiudere il mausoleo di Mosca che da molti decenni ospita la mummia del padre della rivoluzione.
La generosa dichiarazione di disponibilità è stata fatta dal nostro durante la sua visita in Russia, ospitato dal partito comunista di Ziuganov.
Il leader maximo di una cellula del comunismo italiano ha incontrato il segretario di un partito di sopravvissuti e nostalgici dei bei tempi che furono (quelli dell'URSS, e qui mi viene un brivido alla schiena).
E fra amarcord commoventi, brindisi a base di vodka, pacche sulle spalle e analisi dello scenario internazionale in chiave marxista, è venuta fuori questa straordinaria pensata. Attendiamo di sapere dove "Dilibertov" pensa di collocare le illustri spoglie.
Ci manca solo che proponga di trasferire nelle piazze d'Italia le statue dei vari dittatori comunisti, Stalin in testa, che dopo la caduta del muro sono state abbattute e gettate da una parte.
La salma di Lenin non ha pace; prima di morire il leader russo aveva espresso l'umano desiderio di essere sepolto privatamente, vicino alla madre.
Non lo rispettarono; lo imbalsamarono come un faraone e lo esposero agli occhi delle folle che volevano venerarne le reliquie, inaugurando la tendenza ad ammantare di sacralità i leader comunisti che ha sempre fatto a pugni con l'ateismo dichiarato di quell'ideologia.
Il comunismo aveva la pretesa di essere una scienza, ma si è trasformato in religione, con le sue divinità, i suoi santi e i suoi fedeli, che anche qui da noi sono ancora presenti.
Chissà cosa direbbe il padre della rivoluzione d'Ottobre di questo culto della personalità.
Bookmark and Share

domenica 23 settembre 2007

L'autunno di Fidel Castro

E così Fidel è riapparso; prima intervista rilasciata alla tele cubana dopo i ben noti problemi di salute, che hanno fatto temere per la sua vita.
Una sorta di apparizione mariana, per chi lo ama, la conferma invece che questa iattura resiste a dispetto degli acciacchi, per chi lo odia (in primis molti cubani).
Prima o dopo il Lider Maximo passerà a miglior vita; ma il suo declino fisico appare senza fine. Mi ricorda un bel libro di Gabriel Garcia Marquez, L'autunno del patriarca.
E' ambientato in un paese immaginario del Sud America, schiacciato dal regime di un dittatore senza nome, conosciuto solo come il Patriarca; in fondo che importanza potrebbe avere il nome? I dittatori sono tutti uguali.
Violento e spietato, avido di potere all'inverosimile, abile nello sfuggire ai tranelli dei suoi rivali, il Patriarca invecchia ma non muore, fino a raggiungere una decrepitezza inverosimile, soprannaturale.
Quando Fidel morirà sicuramente sarà compianto da schiere di ammiratori, anche in Italia; non è mai mancato chi, a sinistra, lo ha difeso e considerato un campione del terzo mondo, dei reietti che non chinano la testa e si oppongono al capitalismo, all'arroganza imperialista degli USA.
Della misera condizione di vita dei cubani (vista con i miei occhi anni fa) di solito non si parla; se lo si fa è per attribuirne la colpa all'embargo statunitense, senza ammettere che dipende anche dall'organizzazione economica collettivista, di scuola marxista - leninista, che già vent'anni fa era decrepita come il Patriarca di Garcia Marquez.
Sulle modalità con cui Fidel gestisce il potere, sulla repressione del dissenso, sulla polizia presente ad ogni angolo che terrorizza la gente, neanche un accenno.
Fidel piace a Diliberto, leader maximo di una scheggia del comunismo italico, come a Gianni Minà, che macchia il prestigio e la competenza di giornalista che non gli vogliamo disconoscere con l'inaccettabile simpatia per un tiranno, che vive in una bella villa mentre i cubani si arrangiano in stamberghe.
Ma l'Italia è fatta così: la sinistra è inquinata dai rigurgiti di un pensiero che fu, che lungi dall'essere materia per gli storici viene tenuto in vita artificialmente.
Nei prossimi giorni, a Parma, si terrà la mostra Mai dire Mao, con tanto di locandina che raffigura quest'altro illustre dittatore a fianco del comico (ma a me non ha mai fatto ridere) Piero Chiambretti che tiene in mano il libretto rosso del timoniere. Che tristezza.

Bookmark and Share