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lunedì 22 febbraio 2010

Il principe e il pupo


(Pupo) Io credo sempre nel futuro, nella giustizia e nel lavoro,
nel sentimento che ci unisce, intorno alla nostra famiglia.
Io credo nelle tradizioni, di un popolo che non si arrende,
e soffro le preoccupazioni, di chi possiede poco o niente.
(E. Filiberto) Io credo nella mia cultura e nella mia religione,
per questo io non ho paura, di esprimere la mia opinione.
Io sento battere più forte, il cuore di un’Italia sola,
che oggi più serenamente, si specchia in tutta la sua storia.
(L. Canonici) Sì stasera sono qui, per dire al mondo e a Dio, Italia amore mio.
Io, io non mi stancherò, di dire al mondo e a Dio, Italia amore mio.
(E. Filiberto) Ricordo quando ero bambino, viaggiavo con la fantasia,
chiudevo gli occhi e immaginavo, di stringerla fra le mie braccia.
(Pupo) Tu non potevi ritornare pur non avendo fatto niente,
ma chi si può paragonare, a chi ha sofferto veramente.
(L. Canonici) Sì stasera sono qui, per dire al mondo e a Dio, Italia amore mio
Io, io non mi stancherò, di dire al mondo e a Dio, Italia amore mio
(Pupo) Io credo ancora nel rispetto, nell’onestà di un ideale,
nel sogno chiuso in un cassetto e in un paese più normale.
(E. Filiberto) Sì, stasera sono qui, per dire al mondo e a Dio, Italia amore mio.

Il nuovo Vate d'Italia si è espresso. Il principe di Savoia, complici un vecchio mestierante della canzonetta e il solito tenore (che non guasta mai per accontentare un certo pubblico), ha vinto Sanremo 2010.
Già, i veri vincitori sono il principe e il pupo, non Scanu, l'ennesimo replicante uscito dai laboratori di ingegneria genetico - televisiva del cartello X Factor - Amici: Ieri infatti il palinsesto e i giornali erano tutti per loro, i secondi. 
Al punto che quelli come me che come ogni anno non hanno visto il festival, ieri mattina scorrendo i titoli del giornale non riuscivano a capire chi fosse arrivato primo. Solo leggendo attentamente gli articoli si poteva chiarire il mistero.
Il principe e il pupo hanno vinto e giustamente se ne sbattono delle critiche, dei fischi e della contestazione dell'orchestra carbonara e mazziniana che ha appallottolato gli spartiti e li ha buttati via.
Hanno vinto, anche se il loro singolo venderà meno di altri; Pupo ed Emanuele Filiberto (grazie Fabio Fazio per averlo sdoganato qualche anno fa) hanno un futuro garantito in Raiset, che li ha usati intelligentemente assieme ad altre pagliacciate assortite per aumentare l'audience di Sanscemo, che altrimenti l'anno prossimo  magari rischiava di non andare nemmeno in onda.
E' un bel canto d'amore, questo che Emanuele Filiberto ha deciso di donare all'Italia: Dio (pronunciato con gli occhi al cielo), nazione e famiglia. Una visione del paese all'insegna della più bolsa retorica patriottarda.
Nella canzone si sentono addirittura i mandolini in sottofondo: Dio ci aiuti! (con gli occhi al cielo)
A questo punto Emanuele Filiberto è pronto per ritentare la fortuna alle elezioni, scommettiamo che la prossima volta ce la farà.
Gli italioti sono con lui. Antonella Clerici lo ha detto - il pubblico televisivo sovrano si è espresso.
Suggerimento: Italia amore mio come nuovo inno del PDL.
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venerdì 27 novembre 2009

Siamo un popolo di poca fede, ma in compenso tanto devoti

Alcune notizie in ordine sparso.
Marrazzo, dopo aver chiesto scusa alla famiglia e agli amici si scusa anche con il Pontefice; ha fatto atto di contrizione con tutti tranne che con gli elettori.
Il consiglio regionale del Friuli ha approvato una delibera per esporre il crocefisso nell'aula. Il crocefisso sì, la foto di Napolitano no.
Un sindaco sardo udiccino a sua volta ha imposto l'esposizione della croce in tutti gli uffici pubblici: sanzione di 500 euro per i trasgressori.
Dopo i consueti tira e molla, la commissione sanità del senato ha sospeso la somministrazione della RU486 in attesa che il governo si pronunci, e non è difficile immaginare quale sarà il suo parere. Siamo un popolo di poca fede ma molto ossequiente nei confronti del Vaticano.
Un consigliere PD friulano ha ricordato le parole di Don Milani - meno crocefisso e più Vangelo. Il richiamo è ineccepibile ma ovviamente è destinato a restare lettera morta.
In Italietta c'è molto pubblico tributo ai simboli esteriori della fede (che conviene a fini elettorali) e molto poca reale condivisione dei valori del Cristianesimo.
Tutti i partiti a turno si espongono con prese di posizione spericolate e grottesche per difendere le cd. tradizioni del popolo italiano; oppure temono di inimicarsi il Vaticano o ferire la sensibilità cattolica, ammesso che esista veramente e sia così determinante per vincere le elezioni.
Balbettano e sono incapaci di portare avanti una linea chiara. Ogni riferimento al PD è puramente voluto. Bersani sulla faccenda del crocefisso è stato quanto mai prudente; il suo partito, nella problematica del testamento biologico come su altre, si è rivelato indeciso a tutto.
Italiani gente di poca fede, ma in pubblico sono assai devoti. Si sentono tranquilli e fortificati quando la forma viene rispettata, ma nella sostanza sono assai carenti.
I pagliacci in camicia verde vogliono limitare la cassa integrazione ai lavoratori stranieri, decisione questa che giuridicamente parlando sarebbe incostituzionale; ma che inoltre sarebbe palesemente anticristiana. Le folle che li votano sono senz'altro d'accordo.
Papa Ratzinger invita all'accoglienza dello straniero, in particolare dei minori migranti; vediamo se Bossi dirà qualcosa.
In precedenza, quando a criticare la politica dei respingimenti era stata la CEI, i leghisti avevano risposto che i "vescovoni" se li dovevano prendere a casa loro gli extracomunitari. Le folle dei buoni cristiani padani avevano applaudito con vigore.
Berlusconi stesso, fra un'orgetta con le prostitute e una passeggiata per l'Aquila con la croce in mano davanti alle telecamere (ancora questa croce), ha detto che l'Italia non è una società multietnica.
Negando l'evidenza dei fatti. Sarebbe come dire che lui non è un puttaniere incallito. Parliamo del leader politico sostenitore, con il Casini separato, del Family Day.
A molti italiani va bene così: in apparenza la morale convenzionale e il comune senso del pudore sono rispettati, finchè non salta fuori qualche scandaletto o scandalone a generare un momentaneo subbuglio. Solo un momentaneo subbuglio. Questi leader sono come loro.
Nella Prima Repubblica la coesistenza di un'area politica laica ben definita e di un partito cattolico pragmatico come la DC, aveva garantito un equilibrio fra le varie componenti della società.
Anche allora c'erano molti atei devoti, ma non erano mai stati spudorati come oggi. Anche all'epoca vi sono state battaglie dure e decisioni difficili, ma nel complesso il motto pluralista vivi e lascia vivere era rispettato.
Invece nell'Italia bigotta di oggi, piena di ciavacristi come si dice dalle mie parti, l'aria puzza sempre più di sacrestia e moralismo d'accatto, ed è sempre meno respirabile non solo per i laici ma anche per i veri cristiani.
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domenica 22 novembre 2009

Sanremo 2010, dialetto e altre pagliacciate


Sanremo è sempre Sanremo. Ogni anno ne inventano una nuova. L'anno scorso polemiche per la questione spinosa dell'omosessualità trattata da Povia. Quest'anno, a tenere banco parecchio tempo prima che inizi la manifestazione è il dialetto.
La direzione artistica ha modificato il regolamento aprendo alla canzone dialettale; in questo modo spera di tenere desta l'attenzione del pubblico con uno dei temi dell'anno,  per rimpinguare gli ascolti di un evento che ha perso da tempo l'antico splendore; è il marketing bellezza.
Una volta erano le tettine delle vallette a svolgere una funzione promozionale, adesso serve qualcosa di più hard, che faccia litigare per bene,  e non c'è niente di più hard dell'attualità politica.
E poi strizzare l'occhiolino al potere non fa mai male, anzi aiuta a conservare la poltrona o ad occuparne altre in futuro.
Il leader dei militi padani Bossi, dopo aver ottenuto la sua Bollywood, il cinema etnico del Nord, aveva espresso il desiderio di ascoltare canzoni in dialetto ed è stato accontentato.
Con lui anche Zaia, ministro dell'agricoltura ma al tempo stesso difensore appassionato delle culture locali. Proviamo a immaginare i partecipanti di un Sanremo in versione etnica.
Jannacci per il fronte Lumbard, i Pitura Freska per il Veneto...Anzi no, sono troppo di sinistra; meglio resuscitare i trevigiani Jalisse o i veronesi Sonhora, facendogli comporre in fretta e furia una canzone ad hoc. Per le Puglie andrebbe benissimo l'inossidabile Albano, Caparezza no per lo stesso motivo dei Pitura Freska.
A rappresentare la Sardegna i Tazenda, per l'Emilia Romagna invece la scelta si fa dura: Morandi? Dalla? O Guccini, che d'accordo è un comunista e però ha raggiunto una tale statura artistica da farsi perdonare una simile macchia nella sua vita?
Per Genova andrebbe benissimo Cristiano De Andrè con una versione riarrangiata di un pezzo in ligure di suo padre; per la Campania c'è solo l'imbarazzo della scelta.
Per quanto riguarda altre regioni invece, ad esempio Umbria, Basilicata o Abruzzo, la vedo difficile, ma magari si può risolvere il problema facendo esibire qualche simpatico gruppo folkloristico in costume.
Certo, un Sanremo federalista propone risvolti complessi; ad ogni canzone servirà il sottotitolo in italiano e in inglese per gli (scarsi) spettatori esteri.
La giuria dovrebbe essere composta da una persona in rappresentanza di ogni regione; ciascun giurato dovrebbe dimostrare di avere un'adeguata competenza non solo nella musica, ma anche nel dialetto perchè altrimenti non potrebbe esprimere una corretta valutazione filologica.
Il televoto andrà gestito con attenzione, perchè la Lombardia ha più abitanti del Molise o dell'Abruzzo: ci vorrà qualche criterio per compensare, la costituzione americana può offrire qualche spunto utile.
Come affrontare poi il tema delle minoranze linguistiche come i ladini e gli altoatesini, che hanno specifica tutela nella costituzione?
Andranno ammessi anche loro, facciamo attenzione altrimenti rischiamo di mandare in onda un Sanremo incostituzionale.
E la sezione nuove proposte? Per essere ammessi i giovani cantanti dovranno dimostrare prima di tutto un'adeguata conoscenza del dialetto, dato che le nuove generazioni, ahimè, tendono a non parlarlo più.
Auspichiamo inoltre fair - play da parte di tutti; qualora il festival lo vinca un napoletano, dai bergamaschi e dai milanesi ci aspettiamo un applauso sincero e non fischi e critiche.
L'Italia non riesce proprio a tenersi alla larga dalle pagliacciate, ci si butta dentro con convinzione e si divide a polemizzare sul nulla.
Mentre si propone l'ingresso del dialetto a Sanremo ci sono comuni che si preparano a emettere atti ufficiali in lingua locale.
Siamo un paese dove il livello medio di conoscenza dell'italiano tende miseramente verso il basso, a testimonianza del fallimento del nostro sistema educativo.
Non parliamo dell'inglese, lingua la cui conoscenza è assolutamente necessaria nel mondo globalizzato; siamo ancora al livello di quel vecchio spot - two gust is megl che uan.
Ma Bossi, Zaia e la tutta la falange dei militi padani vogliono recuperare i dialetti dando origine a quella che sarebbe una babele inestricabile, e dimenticandosi una cosa fondamentale che insegnano gli studiosi che certe materie le studiano con reale competenza: un dialetto vive se è parlato quotidianamente dalla comunità locale. Diversamente è destinato ad estinguersi com'è accaduto innumerevoli volte nella storia. Questo, bello o brutto che sia, è il processo in corso nel nostro paese da decenni.
Italiani, per una volta almeno siamo seri.
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martedì 20 ottobre 2009

San Gentilini patrono degli imbriagoni


"Se torno sindaco ripristino l'Ombralonga". Ipse dixit.
Ora gli sbevazzoni del Nordest ne sono certi: esiste un santo patrono anche per loro, nella persona di Giancarlo Gentilini, vicesindaco e sceriffo in servizio permanente effettivo.
Tranquilli, se Gobbo verrà candidato alla poltronissima di presidente del Veneto e sarà eletto Genty potrà togliersi le stellette del vice, che non ha mai gradito, e decidere lui sulla controversa questione che fa sbaruffare i trevisani.
Perchè il punto è proprio questo; siccome la città, il popolo è cosa sua (lo ripete sempre: i miei cittadini, la mia Treviso, i miei giovani) decide lui, e chi non è d'accordo taccia o magari vada in esilio, come raccomandò alle opposizioni dopo la sua vittoria elettorale qualche anno fa.
Se si toglierà i gradi da vice farà alzare i gradi alcolici della città, nonostante gran parte dei residenti l'Ombralonga non la voglia più e lo abbia fatto capire chiaramente.
Ma cosa conta l'opinione della gente, anche di chi lo ha eletto?
Quando conferisci un mandato nella Seconda Repubblica dai una delega in bianco, l'eletto può fare tutto senza tenere in minimo conto la diversità delle opinioni e delle posizioni che in una società moderna è la normalità. Berlusconi lo insegna.
L'Ombralonga per Genty e i suoi fan è la grande celebrazione della trevisanità o veneticità (se esiste la parola), che ormai non viene interpretata come cultura del buon bere e del buon mangiare, ma come libertà di sbronza in piazza con le sue inevitabili conseguenze: ricoveri per coma etilico, sporcizia, schiamazzi fino a ora tarda, schiaffoni che volano e pure un morto lo scorso anno.
Genty ama e difende l'Ombralonga perchè proviene da una generazione che si dedicava con passione alle bevute in osteria.
Spesso e volentieri erano monumentali e terminavano con una bici che capitombolava nel fosso o una litigata con la moglie al rientro a casa.
Oggi però i giovani che lo sceriffo blandisce di continuo non vanno più in bici, ma in macchina e hanno la tendenza a schiantarsi sui muretti o contro le auto che provengono in senso contrario, dopo aver bevuto troppo o assunto qualche droga.
Patrocinare l'Ombralonga significa di fatto essere complici morali con una cultura dello sballo e dell'irresponsabilità che ha effetti devastanti. Altro che essere dalla parte dei giovani.
Sarebbe bene che a ottant'anni suonati lo sceriffo mettesse la sua stelletta di latta nel cassetto e si godesse la pensione.
Ma questa è una pia illusione.

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martedì 21 ottobre 2008

L'ipocrisia leghista sull'Ombralonga


l'Ombralonga era partita male, con tutte le polemiche prima dell'evento, ed è finita peggio: un morto, travolto da un treno mentre Domenica sera dormiva troppo vicino ai binari della stazione di Paese. Solo 24 anni.
Se si era appisolato in quella posizione così pericolosa evidentemente aveva carburato bene, come l'amico che si trovava con lui.
Stando a quanto ha dichiarato è stato svegliato dai soccorritori a tragedia avvenuta, non si era accorto di nulla! Aveva carburato bene anche lui.
Quello che mi disturba di più è l'ipocrisia della Lega, che con l'Ombralonga gioca a nascondino.
I leghisti hanno sempre sostenuto questa manifestazione, nonostante dicano che da anni non concedono più il patrocinio.
Gentilini in particolare, patrocinio o meno, l'ha sempre difesa, sostenendo che i suoi giovani hanno diritto a una giornata di festa, esattamente come i suoi cittadini, nella singolare concezione proprietaria del popolo sostenuta dallo sceriffo, hanno diritto alla sicurezza. I cittadini, i giovani, è tutto suo.
La verità è che a Gentilini e compagnia l'Ombralonga è sempre andata bene; prima di tutto perchè si sono ingraziati gli esercenti di Treviso, che con l'Ombralonga fanno buoni affari (e si mormora che qualcuno sfrutta l'occasione per dare fondo alle scorte del vino peggiore).
In secondo luogo perchè l'Ombralonga, in base alla retorica popolaresca e sempliciona della Lega, è una festa che recupera le tradizioni enogastronomiche più genuine dei trevisani.
Tutto serve e tutto fa brodo, in quest'epoca dove viviamo con la sindrome dell'accerchiamento, per illudersi di recuperare delle tradizioni (ma quali poi) e definire o ridefinire la propria identità.
Comunque stiano le cose, ogni anno è soprattutto la parte eno a predominare su quella gastronomica: gente che vomita, che crolla per terra, che piscia negli angoli e nei portoni, che fa baccano.
Servizio d'ordine sempre più numeroso per prevenire i probabili tafferugli, patenti ritirate, onerose cauzioni imposte a bar e ristoranti (ma i guadagni compensano abbondantemente il rischio).
Così l'immagine di Treviso esportata in tutta Italia è di fatto quella della città degli allegri beoni, dove si può trincare il vino alla canna tutti insieme o copulare nella pubblica via (com'è avvenuto quest'anno).
Ma il giocattolo col passare del tempo è sfuggito al controllo degli amministratori; troppo casino, c'è molta gente che si lamenta e di questi tempi, con le cronache piene di fattacci legati alla cultura dello sballo, non è pagante incentivare una manifestazione che porta alle sbornie collettive.
Adesso, grazie a questa tragedia la Lega ha trovato il modo per scaricare definitivamente l'Ombralonga.
Il sindaco Gobbo dice che forse non si farà più e persino Gentilini, ultimo strenuo difensore nella trincea degli sbevazzoni, ha tirato i remi in barca.
Con un'impareggiabile sceneggiata, qualche giorno prima dell'inizio ha dichiarato davanti alle telecamere che siccome la festa è stata turlupinata dai suoi colleghi di giunta, non ci sarebbe andato neanche lui.
Strano ragionamento, se la condividi invece dovresti andarci per sostenerla, o no?
E' il solito vecchio trombone.

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venerdì 11 luglio 2008

Tutti pazzi per l'IPhone


Tutti pazzi per l'IPhone, è proprio il caso di dirlo. Da mezzanotte il nuovo fantasmagorico telefonino è ufficialmente in vendita anche in Italia, più altri paesi (io però già nei mesi scorsi l'ho visto in mano a qualcuno).
Code notturne per accaparrarselo; nel centro di Milano si è creata una fila di 300 metri per avere il privilegio di essere fra i primi a possederlo.
Com'è ovvio data una simile aspettativa, il prezzo non è molto popolare: sui 500 euro.
Non è da furbi andarselo a comprare ora, ma la saggezza del consumatore vecchio stampo è scomparsa da tempo.
Un ragazzo intervistato ha detto che gli piacerebbe essere il primo acquirente italiano dell'IPhone.
Domanda: e se anche fosse, cosa ti cambia? Naturalmente niente, continui a essere quello di prima.
Però nella società di oggi, basata su una spinta consumistica esagerata verso i beni voluttuari (come i gadgets elettronici o l'abbigliamento griffato), si conta o meglio si esiste per ciò che si possiede e conseguentemente si finisce per esibire in pubblico: di fronte agli amici e ai colleghi, o durante lo struscio in centro.
Gli altri però nel frattempo si saranno già procurati un identico o analogo feticcio tecnologico per annullare la differenza. Tiè.
L'uomo medio si identifica con gli oggetti dei suoi consumi, diventa un centro di consumo. E' la sua forma di esistenza.
Si esiste solo così o se si appare sugli schermi televisivi; code per un nuovo modello di cellulare, code per le selezioni del Grande Fratello o delle veline di Striscia.
Un altro aspirante proprietario di IPhone al giornalista di turno ha dichiarato che avere un gadget Apple è uno stile di vita. Nientedimeno.
Io ero convinto che un telefonino servisse per telefonare e che un Ipod servisse per ascoltare musica. Mi sento molto banale, out.
L'Iphonaro che pensa di distinguersi dalla massa grazie al telefono Apple (ormai però già comprato da altri n consumatori), è un operatore di call-center. Sicuramente l'oggetto dei desideri gli è costato un mese di stipendio...Contento lui...

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mercoledì 2 luglio 2008

Dal Giappone una lezione di civiltà


Mi ha fatto un pò sorridere la vicenda dei turisti giapponesi imbrattatori in visita a Firenze, che al loro rientro in patria sono stati duramente redarguiti. Uno di questi, un docente, rischia addirittura il posto di lavoro.
Mi ha fatto sorridere l'energica reazione di tutto il paese: dagli organi di stampa, al governo, fino alle scuole a cui risultavano iscritti alcuni dei reprobi, e poi mi sono stupito perchè ho sorriso della notizia.
Già, perchè noi italioti ormai siamo assuefatti alla completa mancanza di civiltà e di rispetto delle regole che ci caratterizza, e quindi restiamo stupiti se da un altro paese arriva un insegnamento di tal genere.
Siamo quasi totalmente privi di "Civic Culture", come la chiamano gli anglosassoni (chissà come si dice in giapponese), il caso della monnezza docet.
Ma a parte gli episodi eclatanti come quello della monnezza napoletana, valso a metterci alla berlina una volta di più di fronte al mondo intero, ogni giorno sul nostro territorio si consumano scempi di varia natura, silenziosamente. E' uno stillicidio.
Abusi edilizi, opere che impattano negativamente sull'ambiente, dissesto idrogeologico, cementificazioni e asfaltature in ogni dove, inquinamento, fino ad arrivare alle minacce al patrimonio storico e culturale, uno dei nostri beni più preziosi assieme al paesaggio; quel paesaggio che ci aveva portato a essere il giardino d'Europa.
E' il patrimonio che Tremonti anni fa sostanzialmente voleva vendere ai privati (leggere al riguardo il libro di Salvatore Settis - Italia Spa, l'assalto del patrimonio culturale). Altro che scritte a pennarello sui monumenti!
Lo stato italiano può ipotizzare l'alienazione dei suoi beni artistici e culturali, riconosciuti come patrimonio dell'umanità, perchè siamo un paese dalla coscienza addormentata. Un paese che non si vuole bene, senza coscienza storica e orgoglio delle sue radici.
La manovra criminale tentata qualche anno fa è abortita ma il pericolo è sempre incombente, soprattutto ora che il Centrodestra è tornato in sella.
A questo punto però arrivano i giapponesi, a ricordare non solo a loro ma soprattutto a noi che gli imbrattatori di monumenti devono essere puniti e che il patrimonio culturale va difeso e rispettato.
Sarà pur vero che gli amici dagli occhi a mandorla sono ossessionati dall'immagine che danno di se all'estero.
Ma la realtà è che il Giappone è un paese con un'etica rigorosa e coerente o, più semplicemente, un paese di gente educata (basta incontrarli negli alberghi per rendersene conto).
Tutto questo stride con la cialtroneria e inciviltà dell'Italia, che non si vergogna mai dell'immagine nefanda che da di se.

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mercoledì 30 aprile 2008

Il macabro culto di Padre Pio

Dopo l'ammissione nel pantheon cattolico del nuovo santo Padre Pio, avvenuta qualche anno fa, da qualche giorno il corpo del frate cappuccino è a disposizione dei fedeli nella chiesa di S. Giovanni Rotondo.
Sono state trasmesse le immagini della fiumana di gente in coda per vedere la salma, rivolgere una preghiera, lasciare un bigliettino d'intercessione, scattare una foto col cellulare, variante tecnologica di un rituale vecchio di secoli. Via uno e sotto un altro. Ressa, molte persone commosse, alcune in lacrime.
Riemerge la religiosità popolare, superstiziosa, dei semplici, che ha bisogno di essere fortificata tramite la vista, il contatto diretto con il corpo del santo di turno.
O con una parte di esso: dalla lingua di Sant'Antonio al sangue di San Gennaro, passando attraverso il commercio truffaldino delle reliquie sbeffeggiato dal Boccaccio nel Decameron o criticato severamente dai riformatori del cinquecento.
E' una materializzazione un pò macabra e grossolana del sentimento religioso. Trovo poco attraente e significativo venerare le spoglie sotto vuoto di un uomo morto quarant'anni fa. Naturalmente chi vuole farlo si accomodi pure.
Meglio sarebbe fermarsi a riflettere su ciò che ha detto e fatto Padre Pio; meglio sarebbe pregare, per chi crede, concentrandosi sull'essenza della fede e lasciando da parte orpelli come il culto di un'immagine o di un corpo, accessori che di per se non significano niente. O si crede o non si crede, è vano cercare la prova fisica della divinità.
Ciò che accade a S. Giovanni Rotondo è semmai un caso esemplare di marketing religioso, in cui la Chiesa eccelle, ed un'occasione per fare affari: la cosa migliore che potesse capitare al paesino della Puglia è stata ospitare per molti anni il frate cappuccino.
Fioriscono i commerci di ricordini, pacchiani come tutti i ricordini; i mercanti sono dentro il tempio ma non c'è più Gesù a scacciarli, ne Padre Pio è in grado di dire cosa pensa di questo business.
San Giovanni Rotondo è stato definitivamente e solennemente incluso nei luoghi simbolo del Cattolicesimo, anche se qualche passaggio della sua storia è tutt'altro che pacifico e mistico.
Durante il Risorgimento un gruppo di patrioti fu linciato dai villici aizzati dai Borboni; dopo la Prima Guerra Mondiale ci furono scontri, provocati dalla vittoria alle amministrative di una lista socialista contro la lista fascista degli Arditi di Cristo, che si chiusero con un bilancio di quattordici vittime. In nome della religione.
Cose vecchie, del passato; oggi resta comunque il trionfo della materialità, la spiritualità ne esce decisamente malconcia.
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martedì 11 marzo 2008

Sesso libero all'aperto in Olanda

L'Olanda ha spostato un pò più in là il limite di quello che una volta veniva chiamato il comune senso del pudore.
Come racconta il sito del Corriere della Sera, a breve chi lo desidera potrà fare sesso liberamente nei parchi pubblici.
Si intende estendere a tutte le città la sperimentazione già effettuata con successo ad Amsterdam, dove da qualche tempo è possibile godersi le gioie del sesso ai giardinetti.
Dunque Olanda avanguardista e sperimentalista come da tradizione consolidata, soprattutto in tema di costumi sessuali.
Attenzione però: non sarà possibile prima del tardo pomeriggio, ne consumare rapporti vicino alle aree per i bambini, e bisognerà comunque nascondersi alla vista.
La polizia non dovrà intervenire fino a che le particolari attività non arrecheranno disturbo a qualcuno ed è fatto obbligo di ripulire l'area (via preservativi e mozziconi di sigaretta). Civilissima e liberale Olanda.
Il diritto in questione si applica a due o più persone (sic). Perciò è garantita anche la libertà d'ammucchiata.
Non so quanti saranno pronti a sfidare i rigori dell'inverno, che da quelle parti picchia duro, per usufruire di questo diritto.
Comunque è un esempio della mentalità aperta e naturista che, come si sa, caratterizza le genti del Nord Europa.
Davvero un grande contrasto con l'Europa meridionale e quindi anche con l'Italia, dove sussiste ancora la fattispecie penale dell'atto osceno in luogo pubblico; per cui una coppietta che ha il coraggio di appartarsi in macchina (coi tempi che corrono) può in teoria essere denunciata.
Mi vengono in mente anche le polemiche che puntualmente contrappongono favorevoli e contrari quando qualcuno vuole aprire un sexy shop, magari con l'intervento del vescovo di turno a difendere la moralità; o quando si parla di legalizzare la prostituzione.
In Olanda di fronte a tutto ciò corrugheranno la fronte: che strana gente, penseranno. D'altra parte, paese che vai usanze che trovi.
Gioiscono i gay locali, che evidentemente sono i più interessati al provvedimento. Adesso, dicono, potremo goderci il nostro amore e saremo più sicuri perchè la polizia vigilerà.
I gay in occidente stanno facendo di tutto per farsi pienamente accettare dalla società; forse non hanno pensato che con questa esultanza rinverdiscono l'immagine stereotipata dei pervertiti che si imboscano dietro una siepe o sotto un ponte per consumare il loro amore proibito.
Molto più moderno e normale farlo in casa o darsi appuntamento in qualche albergo: o no?
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mercoledì 30 gennaio 2008

Dall'omofobia all'eterofobia

Il ministro dell'istruzione britannico, come riporta il sito del Corriere della Sera, ha proposto che nelle scuole debba essere proibita l'espressione mamma e papà, che dovrebbe essere sostituita da quella, decisamente più anodina, di genitori. Politically correct.
Questo perchè le persone, fin dall'infanzia, dovrebbero essere abituate a considerare l'ipotesi dei genitori dello stesso sesso. Un'iniziativa antiomofobia per favorire la piena integrazione degli omosessuali, suggerita dalla solita agguerrita e creativa associazione per i diritti dei gay.
Si sa che la creatività è una dote che non difetta agli omosessuali.
Due anni fa, se non ricordo male, è esplosa una polemica perchè in alcune aziende non si teneva più il tradizionale party natalizio, per non urtare la sensibilità religiosa dei dipendenti musulmani.
L'Inghilterra, terra d'origine dei diritti, del liberalismo e della democrazia, ogni tanto se ne esce con qualche bizzarria, con qualche proposta che sposta al limite estremo il rispetto dei diritti individuali fino a determinare il risultato opposto. Effetti collaterali disastrosi.
Anche in Italia, tempo addietro, un sindaco di non ricordo quale comune del Nord aveva proposto di non svolgere celebrazioni pubbliche del Natale per non mettere a disagio i residenti extracomunitari di fede islamica.
A Natale del 2006 nella mia Treviso alcune maestre di una elementare non volevano mettere in scena la recita natalizia per gli stessi motivi, provocando l'insurrezione dei genitori (anch'io uso questa parola e mi adeguo al nuovo trend). Da oltremanica al continente, c'è un fenomeno comune.
La nostra civiltà va incontro a una curiosa metamorfosi; ci sono identità culturali, posizioni etiche o religiose, costumi, che secondo alcuni non possono più essere esibiti e praticati nella vita quotidiana. Per non turbare, per non discriminare.
E' un processo che arriva a coinvolgere anche le inclinazioni sessuali e il modello naturale della famiglia.
Un'identità tipica e maggioritaria viene soffocata per favorirne un'altra emergente. Esistono le famiglie composte da genitori di sesso diverso (e sono la quasi totalità, almeno ad oggi), ma non diciamolo, anzi vietiamolo e magari comminiamo anche una multa ai trasgressori. Dall'omofobia ci si sta spostando all'eterofobia?
Se il linguaggio ha un valore nella nostra esistenza, l'espressione "genitori" richiama l'idea del generare, dell'atto della procreazione voluto da una madre di sesso femminile e da un padre di sesso maschile.
Allora, seguendo il ragionamento del ministro inglese e dei suoi consiglieri omosessuali, nemmeno l'espressione genitori va bene.
Come si vede, è un dibattito che si avvita in una spirale di assurdità senza fine. Ed è davvero un'involuzione pericolosa questa delle democrazie occidentali, che nell'affanno di garantire sempre e comunque il politically correct, mettono in crisi tendenze e stili di vita largamente condivisi, abitualmente praticati dai più.
Il rispetto dei diritti delle minoranze non può andare a discapito della maggioranza; questo, in senso logico, è contrario alla democrazia.
I bambini di tutto il continente hanno il pieno diritto di dire mamma e papà, due parole così cariche di bellissimi significati. Con buona pace di politici imbecilli e isteriche suffragette gay.
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giovedì 6 dicembre 2007

La moderna ossessione di apparire

E' proprio vero. I N.I.P. (not important person) battono in ritirata e si riducono sempre di più.
Trionfano invece i V.I.P. (very important person) o quelli che aspirano ad esserlo.
Ce lo conferma Natascha Kampusch, la ragazza austriaca salita alla ribalta per la fuga dall'abitazione del suo carceriere folle a Vienna nel 2006, dopo otto anni di segregazione.
Ha aperto un sito e prossimamente inizierà a condurre un talk show tutto suo su un'emittente privata.
L'angelica diciannovenne, con tono da profonda conoscitrice della psiche umana e professionista consumata dell'informazione (stile Enzo Biagi o Walter Cronkite), promette che non farà domande scontate ma cercherà di entrare nella personalità dell'intervistato.
A quando una collaborazione con Bruno Vespa?
Nel suo sito è disponibile invece una galleria fotografica assieme ad una rassegna stampa che la riguarda. Tutto a beneficio dei numerosi web-curiosi.
Avrei sperato che la biondina ed ormai rotondetta austriaca tornasse ad un sereno anonimato da N.I.P., dopo tutto il clamore mediatico che aveva suscitato il suo dramma.
Ma evidentemente in tale clamore ci si trova bene e ne vuol fare occasione di guadagno e fama.
Tutto legittimo, per carità, ma da un punto di vista anche "estetico" sarebbe stato bello un rifiuto della dittatura del virtuale, dell'immagine che alimenta la smania di apparire di troppa gente. Soprattutto di chi ha poco o nulla da dire.
La piccola Natascha è in buona compagnia; accade spesso che comuni mortali, protagonisti di qualche fatto di cronaca, grazie alla formidabile cassa di risonanza offerta da Internet, giornali e TV, cerchino di entrare nell'Olimpo delle celebrità fosse anche per lo spazio di un giorno o una settimana.
Meno legittimo è che manager televisivi o direttori di testate laidi e spregiudicati diano ampio spazio a personaggi che invece sarebbe bene dimenticare, o in qualche caso lasciare alle cure della giustizia.
Come nel caso dello spacciatore tunisino Marzouk, eletto a star televisiva dopo la strage di Erba.
Dell'estortore Fabrizio Corona, che dopo le sue vicissitudini penali è diventato una presenza fissa ed insopportabile degli schermi ed ha addirittura avuto l'onore di un confronto televisivo con un ministro.
O ancora della squillo romana che si è sentita male in albergo durante la notte di aspirazioni di coca con l'onorevole Mele. Chissà quando scriverà la sua versione delle confessioni di una cortigiana?
Ma si sa, chi ragiona come il sottoscritto al giorno d'oggi è "out", appartiene a quella piccola minoranza di persone che si pone ancora qualche problema etico. Che gente che siamo!
Sappiamo solo criticare... E non ci lasciamo trascinare dalla corrente. Praticamente dei marziani.
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mercoledì 24 ottobre 2007

Dormitorio Italia

Riprendendo il tema del precedente post, l'Italia mi sembra assomigliare sempre più ad un gigantesco dormitorio, fatto su misura per gli anziani e per chi non tollera il minimo disturbo alla quiete pubblica.
Qui nel Veneto per esempio i giovani hanno un diritto allo svago sempre più limitato, controllato, sottoposto a sanzioni.
A Treviso da tempo è stata dichiarata la guerra ai bar, numerosi nel centro e sempre più punto di aggregazione per i giovani, non solo nelle sere del fine settimana.
A Padova il tradizionale "spritz hour" (fra le 18,00 e le 20,00) in Piazza delle Erbe è stato stroncato.
I bar disturbano con la musica ed il vociare dei ragazzi il sonno dei residenti, lo spritz hour porta confusione e spazzatura che deve essere ripulita.
A Jesolo le discoteche, in virtù dei nuovi piani urbanistici, sono state espulse dal centro e spostate sull'anello stradale esterno. Troppo rumore, troppi problemi di traffico.
E' stata predisposta un'area per una cittadella del divertimento dove però ad oggi ha traslocato solo il vecchio luna park con le sue noiose giostre, le stesse da vent'anni.
Di investitori disposti a fabbricare locali per i ragazzi non se ne vedono, e difficilmente se ne vedranno, date le norme molto restrittive varate in tema di orari e somministrazione di alcolici. In compenso fioriscono le speculazioni immobiliari; casette a schiera ed orridi casermoni (moderni alveari per accogliere i turisti - api). Una colata di cemento.
I residenti di certe zone, come accaduto quest'estate vicino a Treviso, si muniscono di periti ed apparati per misurare i decibel delle discoteche vicine e le fanno punire dai comuni. Multa e chiusura forzata.
A Milano Vasco Rossi sempre quest'estate ha avuto problemi con i residenti di San Siro, che mugugnavano per la confusione ed il volume troppo alto.
Il Blasco con gli anni si è imborghesito e rabbonito, però ha tirato fuori il vecchio spirito e gli ha risposto di tapparsi le orecchie, che tanto il concerto si sarebbe tenuto comunque al volume adeguato per un evento rock.
Insomma i giovani vengono espulsi ovunque, vengono invitati o costretti ad andare altrove, non si sa bene dove.
Viviamo in una società sempre più a misura dei vecchi, che difatti stanno diventando la maggioranza della popolazione e sono rappresentati da una classe politica altrettanto geriatrica.
Pensiamo agli esponenti più illustri: Prodi è ultrasessantenne, Berlusconi ha passato i settanta, anche se cerca di nasconderlo con il lifting ed il trapianto di capelli.
Si sa che con l'età diminuisce la tolleranza, si diventa bizzosi e capricciosi, si va a dormire presto e non si vuole sentir ragione.
Così sindaci e pubblici amministratori in genere vengono messi in croce da chi reclama silenzio totale durante le ore notturne. Come nei dormitori o nelle caserme dopo il contrappello.
Intendiamoci: il diritto al divertimento non può essere assoluto. Va contemperato con le esigenze della popolazione, con il diritto al riposo, con il rispetto verso il prossimo.
Però suscita amarezza questa chiusura emergente verso le nuove generazioni, che come i loro fratelli maggiori, padri e nonni, vivono intensamente, si radunano, cercano avventura ed amore, fanno inevitabilmente un pò di chiasso. Come sempre in questo disgraziato paese, non si trova mai un equilibrio accettabile.
Ho compassione per i giovani; gli si prospetta un futuro di precariato, di bassi salari, magari dopo aver preso addirittura una laurea; quando saranno vecchi a loro volta dovranno arrangiarsi con una pensione misera.
Gli riducono sempre di più anche gli spazi per divertirsi. La società gli da il foglio di via, ma per dove?
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lunedì 22 ottobre 2007

Tempi duri per la gente della notte

Ieri sera ero in pizzeria con alcuni amici. Uno di questi gestisce un locale, un disco pub che dalle mie parti sta avendo un buon successo. Finora.
Naturalmente siamo finiti a parlare della nuova normativa, varata il 2 Ottobre, che proibisce la vendita di alcolici in pub e discoteche dopo le 2.00.
Una normativa partita proprio dal Veneto dove abito, una regione che, va riconosciuto, detiene in tema di ubriachezza al volante e morti sulle strade un primato assai triste.
Il mio amico, in toni molto sconsolati, ci raccontava il suo punto di vista e quelle che a suo parere sono le incongruenze della normativa (piuttosto efficace come sintesi questo articolo che ho trovato navigando).
Il proibizionismo mi ha sempre convinto poco; credo che ognuno debba decidere come agire ed eventualmente, se sbaglia, pagarne le conseguenze. Si chiama responsabilità personale.
Se bevo e mi metto al volante, e magari provoco un incidente, il mio comportamento deve essere sanzionato con la dovuta severità. Il mio personale comportamento.
In questo caso invece lo stato ha deciso per tutti, imponendo un divieto che va a colpire indiscriminatamente tutti; in primo luogo i gestori dei locali notturni, a cui di fatto viene appioppata in maniera impropria la responsabilità della sicurezza stradale.
E lasciamo stare le solite illogicità delle leggi del bel paese; niente alcol dopo le 2.00 in discoteca, ma il paninaro che staziona fuori può vendere birra tranquillamente.
Se voglio, posso fermarmi in autogrill e comprarmi una bella bottiglia di vodka o vino e scolarmela in parcheggio. Nessun divieto per Autogrill Spa.
Devono anche spiegare poi cosa faranno per chi comunque si sbronzerà entro le 2.00 e poi uscirà buttandosi sulla strada, in contemporanea a tutti gli altri avventori. Infatti, negli ultimi fine settimana si è già visto che alle 3.00 i locali tendono a svuotarsi.
E se le discoteche anticiperanno gli orari di apertura come è stato ipotizzato, cosa faranno? Proibiranno la mescita alla mezzanotte? O le chiuderanno d'autorità?
Io vivo in una parte del paese da cui ha avuto origine questa bella pensata e dove nel contempo la cultura "dell'ombra" risalente alla vecchia società contadina, si perpetua di generazione in generazione con il benestare della classe politica (Lega Nord in primis) e delle categorie economiche.
Tanto è vero che a Treviso proprio ieri si celebrava l'Ombralonga, ed oggi abbiamo assistito al solito codazzo di polemiche fra favorevoli e contrari, mentre i netturbini lavavano via le vomitature dalle strade.
In Friuli ogni anno si svolge Cantine Aperte, un bel tour domenicale dove, degustazione dopo degustazione, si può tornare a casa con una sbornia colossale.
Nella Treviso gioiosa et amorosa capita di vedere aggirarsi ragazzini alticci, di un'età nella quale il sottoscritto invece andava avanti a Coca Cola.
Evidentemente ci sono baristi che non rinunciano ai 2 euro e mezzo dello "sprizzetto", anche se chi lo chiede è minorenne. E i genitori non si accorgono di niente.
Il proibizionismo è inutile; è una foglia di fico, una presa di posizione della classe politica che non va al nocciolo della questione, che è soprattutto culturale.
La diffusione dell'alcolismo, testimoniata dai rapporti delle Usl e di cui gli incidenti sulle strade sono un corollario inevitabile, è una piaga da contrastare con l'educazione, che spetta alla famiglia, alla scuola ed alle istituzioni con campagne di comunicazione mirate.
Senz'altro è una battaglia a lungo termine, ma è l'unico modo di affrontare il problema; nel frattempo, si rendano ancora più aspre le sanzioni per chi infrange le norme, e ci sia più vigilanza sulle strade da parte delle forze dell'ordine. Perchè deve pagare solo chi sbaglia.
E la gente, in questo paese sempre più intristito e diretto da un ceto politico di anziani, ha diritto almeno una sera a settimana, di tirare tardi e dimenticare le varie angosce che ci attanagliano, ballando e bevendo un drink in santa pace. Ovviamente escluso chi guida.
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