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lunedì 19 ottobre 2009

Islam a scuola? Magari un'oretta di storia delle religioni...


Fini e D'Alema hanno fatto i Gianburrasca; proprio quando la politica demagogica del Centrodestra sull'immigrazione è in pieno svolgimento, appena dopo l'attentato a Milano compiuto da un invasato bombarolo nordafricano, hanno proposto l'introduzione di un'ora facoltativa di religione islamica nelle scuole.
Il loro obiettivo è rompere il fronte del Centrodestra sul tema dell'integrazione degli extracomunitari nella società, e anche rompere le scatole al signor B. padrone del vapore; un'attività a cui Fini si dedica con entusiasmo crescente.
I militi padani si sono agitati subito, com'era scontato attendersi, e hanno avuto manforte dalla falange di atei devoti di diversa estrazione che hanno rivendicato la centralità dell'insegnamento cristiano. Ora di religione sì purchè cattolica, tanto per essere originali. Nel clima neomedievalista, o da ultima trincea, che ci circonda, sorprende constatare quanta gente, dai circoli della politica alle strade delle nostre città, abbia così a cuore la difesa delle radici cristiane.
Chi l'avrebbe mai detto, considerando la crisi delle vocazioni e i banchi vuoti nelle chiese durante le funzioni domenicali?
Di che si preoccupa Ratzinger l'antimoderno, che anche oggi ha esortato a non tralasciare le suddette radici cristiane dell'Europa?
Tuttavia neanche a me pare che una simile proposta sia da accogliere; ma non perchè tema l'ingresso del Corano nelle aule scolastiche.
La verità pura e semplice, e difficile da dichiarare in questo paese di beghine, è che nella scuola pubblica non dovrebbero esistere spazi didattici riservati a questa o quella religione. In quanto pubblica la scuola è un'istituzione che ha il dovere di accogliere i figli di chiunque; dei cristiani come dei musulmani, degli ebrei come dei protestanti, degli atei come degli agnostici e così via.
Sarebbe una scelta molto più equilibrata, laica nel senso più alto del termine, prevedere un'ora a settimana di storia delle religioni per tutti gli studenti.
Uno spazio dove approfondire la conoscenza delle tradizioni di fede dei popoli del mondo; la scuola assolverebbe pienamente e imparzialmente al suo obbligo formativo - informativo, facendo stare tutti assieme e sviluppando un confronto fra gli studenti che permetterebbe forse di superare meglio la non conoscenza dell'altro da cui derivano preconcetti e paure.
Diversamente non si fa altro che erigere l'ennesimo recinto, in cui questa volta verrebbero intruppati i ragazzi di religione islamica.
Le fedi hanno il pieno diritto di organizzarsi nella società e di portare avanti la loro missione, ma questo non è e non può essere l'obiettivo della scuola, che fra l'altro oggi ha ben altre priorità da affrontare.
Bisognerebbe anzi abolire il regime concordatario almeno per la parte che riguarda l'educazione.
Uno stato  non confessionale, e fino a prova contraria Costituzione alla mano l'Italia lo è, non può stabilire trattamenti di favore a una fede piuttosto che a un'altra.

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martedì 14 luglio 2009

La Bollywood di Bossi

A Milano è stato tagliato il nastro al Polo della Cinematografia Lombarda. I militi in camicia verde raggiungono un obiettivo importante: la Padania avrà il suo cinema. Stop al colonialismo culturale di Roma e del sud.
Rincara la dose il dotto Castelli con la Garzantina 2009 sotto il braccio: basta col romanesco, ascoltare attori che lo parlano in ogni contesto geografico è insopportabile.
Nella mia memoria non riesco a trovare film in cui la gente del nord viene insultata, ma fa niente.
Al massimo ricordo qualche vecchia commedia dove ai nordici, in particolare ai miei conterranei veneti, veniva riservata la parte del carabiniere tonto, che è speculare ai ritratti fortemente caricaturali dei siciliani mafiosi o dei campani imbroglioni di altri film del genere.
Non riesco nemmeno a ricordare film dove attori del nord (addirittura altoatesini) parlano in romanesco, dev'essere soltanto un incubo ricorrente nelle notti di Castelli. Si tranquillizzi un pò.
Fine di Un Posto al Sole degli odiati napoletani, quelli colerosi per dirla con Salvini che è un altro raffinato esponente leghista; largo a Un Posto nella Val Brembana, Anche i Bellunesi Piangono e a qualche Dallas nostrana con i re dell'industria bresciana come protagonisti.
Ci siamo sorbiti diversi telefilm sui marescialli dei carabinieri, Nonno Libero e così via, che hanno raffigurato un'Italia buonista da strapaese di cui è dubbia la reale esistenza.
Ci siamo sorbiti tonnellate di sceneggiati dedicati a preti, suore, vescovi, papi, perpetue e sacrestani, adesso arriverà il turno delle produzioni sul Nord, sulla bella storia padana amata da Bossi. Un cinema in dimensione etnica.
E' già in gestazione una fiction su un fraticello del seicento che diede conforto morale ai viennesi assediati dai turchi. Ovvero l'occidente assediato dai cattivoni islamici: tema di stringente attualità nell'ottica della Lega.
Si perpetua la tendenza italiana a strizzare l'occhio al potere, a strumentalizzare il racconto del paese per finalità di parte.
O l'agiografia della Chiesa e del mondo cattolico o quella delle genti virtuose del Nord, lo spettatore non ha scampo, dipende da chi comanda. Non ha scampo e non impara granchè.
Nessun film lumbard riuscirà a farmi amare le terre del nord come lo splendido Novecento di Bertolucci (parmense doc). Castelli l'ha visto?
O come il Viaggio sul Po di Cesare Zavattini (nato reggiano). Bossi sa chi è?
La cinematografia del nord esiste già e ha dato un contributo eccezionale alla cultura di questo paese.
I leghisti si ripassino Ermanno Olmi da Treviglio o Carlo Mazzacurati da Padova, tanto per citarne due. Esiste già una tradizione di attori del nord: Bentivoglio, Tognazzi, Accorsi, Pozzetto e così via.
Intanto, nella speranza vana che si sforzino di approfondire meglio certi argomenti per evitare di dire sciocchezze, i militi della Lega hanno trovato la loro Bollywood, che presumo sarà finanziata coi soldi dei contribuenti. All'italiana, anzi potremmo dire alla romana.
E infine diciamolo: Massimo Boldi è una schiappa, Alberto Sordi un fuoriclasse, con buona pace dei lumbard.

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venerdì 26 giugno 2009

Maicol Gecson is ded



Alla fine M.J. se n'è andato. Era nell'aria, anche se molti adesso si sorprendono. Stava da cani, che si sorprendono a fare?
A me musicalmente non è mai garbato; quando ha iniziato ad avere successo ero troppo piccolo, al massimo scoltavo le sigle delle serie tv nel mangiacassette; oppure la colonna sonora della Febbre del Sabato Sera, perchè piaceva al mio cuginone grande.
Poi ho maturato altri gusti; crescevo a pane, Iron Maiden e Metallica, Jacko come tutto il genere danzereccio era incompatibile con me. Non ci siamo mai intercettati.
E le sue mattane... Mi sono sempre state sulle palle; la villa californiana con il trenino e i tanti giochi con cui il bambinone riempiva le sue giornate da popstar annoiata e piena di miliardi. Come un novello mago di Oz ospitava bambini a ripetizione. Bah...
Anzi era un novello Willy Wonka, a Neverland i bambini entravano e facevano quello che gli pareva.
Quei bambini gli sono costati due processi per pedofilia: sì va bene è stato assolto, però a rileggere le carte un'ombra su M.J. rimane.
Non ho mai capito perchè uno che cantava una canzone antirazzista come Black Or White ha fatto di tutto per sbiancarsi la pelle, correggersi il nasino a tronchetto tipicamente afro, e via così...
Non so, da persona qualunque che si alza tutte le mattine per andare a lavorare, come si fa a sputtanarsi un patrimonio come il suo accumulando 400 ml di dollari di debiti.
Non ho mai capito perchè ha tenuto sospeso fuori da un balcone un neonato. Non ho mai capito Maicol Gecson.
Però tutto sommato mi è diventato più simpatico proprio quando ha cominciato a cadere a pezzi. Passavano gli anni e assomigliava sempre di più agli zombi che ballano con lui nel video di Thriller.
Uno dei suoi chirurghi plastici ha dovuto asportargli un pezzo di cartilagine da un orecchio perchè il suo naso stava letteralmente crollando.
Un altro intervento invece gli ha procurato una bella infezione che se lo stava per portare all'altro mondo.
La disintegrazione progressiva di Jacko è stata uno sberleffo (inconsapevole) allo star system mondiale, pieno di divi e dive che fanno di tutto per stirarsi, lisciarsi, ringiovanirsi, abbellirsi.
Per allontanare la fase discendente della parabola che accompagna gli artisti, in particolare nella musica, ma anche l'inevitabile traguardo che ci aspetta tutti, artisti famosi e non.
I suoi colleghi muoiono invariabilmente per 1) droga, 2) alcol, 3) incidenti mortali. Lui è stato originale, si è distrutto con la chirurgia. Un colpo di genio.
O forse era semplicemente più in sintonia coi tempi che viviamo; non si muore più per opporsi al sistema, per testimoniare in modo estremo una controcultura come si poteva fare negli anni 60 e 70. Una distanza siderale ci separa da Janis Joplin, Jimi Hendrix e Jim Morrison.
Le sue metamorfosi da ultimo lo rendevano sempre più simile a un personaggio dei cartoons. Avrebbe meritato un posto d'onore nel seguito di Roger Rabbit.
Ebbene he's dead. Umanamente mi spiace.
Adesso, mentre ci vengono sciorinati coccodrilli fotocopiati aspettiamo la solita lista infinita di cd postumi come hanno fatto con Freddie Mercury, che sono sicuro venderanno benissimo.
Speculazione necrofila. Showbiz.

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domenica 3 maggio 2009

In attesa di nuovi miti


R. Guttuso, Testa del Che (1967)

Il film di Steven Soderbergh sul Che Guevara pone un tema fra i tanti: quello dei miti, politici o culturali, che caratterizzano un'epoca.
Come il XIX secolo è stato caratterizzato da Giuseppe Garibaldi, il XX secolo è stato indubbiamente caratterizzato da Che Guevara, che assurge a simbolo massimo della figura del rivoluzionario.
La vita e la morte del Che sono la sublimazione di un'etica, di un impegno personale rigoroso e lontano dai compromessi, che coerentemente ha portato il leggendario comandante a sacrificarsi durante il fallimentare tentativo di insurrezione in Bolivia.
Nel quadro dedicatogli da Renato Guttuso vediamo la testa del Che esposta su un piatto. E' un destino simile a quello di S. Giovanni Battista, che pagò con la morte per decapitazione la sua predicazione contro le ingiustizie e la corruzione del potere.
Che Guevara come il personaggio dei Vangeli fu mutilato per spregio dai militari boliviani, che gli amputarono le mani, e l'immagine impietosa del suo cadavere sul tavolo delle autopsie fece il giro del mondo.
La figura di Ernesto Guevara tende a superare le tradizionali divisioni ideologiche e si è spesso guadagnata il rispetto e l'ammirazione anche di persone molto lontane dal comunismo.
Questo significativo film in due parti del resto è stato diretto da un regista americano: l'America contro cui Che Guevara si è battuto.
Questo perchè, considerazioni ideologiche a parte, Che Guevara è la rappresentazione della purezza, dello spirito eternamente giovane e perciò rivoluzionario per definizione.
Anche chi non è comunista può ammirare Che Guevara che prima di abbracciare il comunismo era una persona animata da un profondo senso morale: un uomo dalla parte degli sfruttati e degli umiliati sempre e comunque.
Prima di leggere Marx e imbracciare il fucile girò l'America Latina per curare i poveri, come è stato raccontato ne I diari della motocicletta.
In tal senso l'argentino morto per spingere alla rivolta i campesinos di un'altra nazione è riuscito a diventare l'icona di un secolo.
Dopo aver visto il fim resta una domanda: quali potranno essere i miti della nostra epoca, che appare così lontana da qualsiasi coinvolgimento valoriale se non ideologico, oltrechè dalla speranza.

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mercoledì 7 gennaio 2009

Terribile Twitter (scenari di un futuro possibile)


Twitter è uno dei nuovi nati nel mondo dei Social Network. Se sia proprio l'ultimo grido non lo so, crescono come i funghi.
L'idea base del progetto è permettere agli utenti di creare un microblog, una pagina da dove irradiare a gruppi di amici (o Followers nel Twit gergo) piccoli post di massimo 140 parole; qualcosa di simile concettualmente agli sms.
Twitter in inglese significa cinguettare e per estensione chiaccherare futilmente. Un micropost in effetti è un cinguettio elettronico, un frammento di parole che si diffonde e disperde nella rete.
Per dirla tutta esiste anche la parola Twit, che significa scemo; il giudizio talvolta conseguente, da parte dell'uditorio, al chiaccherare futile di qualcuno: ironia involontaria?
La Homepage di Twitter spiega che la piattaforma serve a rispondere alla domanda: cosa stai facendo? Istintivamente mi sono dato una risposta: e agli altri cosa importa?
Perchè dovrei far sapere cosa sto facendo in un dato momento, come dice il portale Twitter, nella mia vita reale fra un blog e una mail? E quale diventerà nel mondo prossimo futuro il confine fra il reale e il virtuale?
Quante domande nascono da una visita a un sito web, che nelle ultime ore è stato reso ancora più popolare dal furto d'identità toccato ad alcune celebrità americane fra cui Barack Obama.
Diciamolo pure: il desiderio di esserci e dire la nostra, di affermare la nostra identità, è una caratteristica dell'essere umano. Così è anche per chi cura un blog amatoriale come il sottoscritto.
Da qui deriva il presenzialismo narcisista, caratteristica fondante della nostra società ipertecnologica, fatta di una tecnologia veramente alla portata di tutti. La televisione è stato il battistrada, Internet ha fatto il resto.
Esserci e mostrarci, magari nelle attività più semplici e private della nostra vita, può diventare anche ansia esistenziale.
Sono in quanto mi trovo davanti alla telecamera: quanti personaggi si sistemano vicino agli inviati dei Tiggì allungando il collo come tacchini, fino magari a precipitare nella patologia paolinesca, e quante chilometriche code per le selezioni del Grande Fratello.
Sono in quanto ho il profilo su Facebook o su Twitter. Mi affermo, impongo o propongo il mio essere, condivido con gli altri perfino banalità come guardare un film o bere un caffè, senza soluzione di continuità. Mi confondo con il mio avatar di Second Life. Ma allora cosa sono?
E non sarebbe meglio ogni tanto prendersi delle pause, tagliare fuori il circuito multimediale che ci avvolge, conservare il nostro spazio interiore, coltivare il nostro silenzio?
Nei primi anni 80 il geniaccio David Cronenberg faceva uscire Videodrome, misconosciuta perla incentrata sulla televisione. La rivoluzione informatica era ancora di là da venire.
In Videodrome la tivù è l'arma con cui un'organizzazione di malintenzionati intende condizionare la mente dei cittadini, ma soprattutto il segnale subliminale delle trasmissioni Videodrome provoca una confusione d'identità nelle vittime che alla fine si suicidano, come capita al protagonista nella convinzione di rinascere a nuova vita, perchè Videodrome è la nuova carne. Profetico.
Qualcuno potrebbe dire: il solito criticone apocalittico. In realtà sono un sostenitore delle tecnologie, ma che uso intendiamo farne? E come modificano il nostro essere? In bene o in male?
Nel susseguirsi rapidissimo delle meraviglie tecnologiche non ci si ferma mai abbastanza a riflettere.
Tornando a Twitter (che non voglio demonizzare, ma serve da esempio) su Apogeo c'è un'interessante fantasticheria, dove l'autore immagina che attraverso un paio di occhiali speciali, collegati al cellulare, si sia in grado alla maniera di Robocop di vedere il profilo Facebook o Twitter di chi incontriamo per strada, le sue idee, il suo photobook e le sue opinioni. Meraviglioso o terribile essere sempre monitorati, essere sempre in rete? Scegliamo.
Qualche settimana fa un'amica mi ha detto che ha provato inutilmente a cercarmi su Facebook. Appunto. Poteva telefonarmi o venirmi a trovare di persona, non esisto su Facebook, ma esisto. O forse no?

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mercoledì 2 luglio 2008

Dal Giappone una lezione di civiltà


Mi ha fatto un pò sorridere la vicenda dei turisti giapponesi imbrattatori in visita a Firenze, che al loro rientro in patria sono stati duramente redarguiti. Uno di questi, un docente, rischia addirittura il posto di lavoro.
Mi ha fatto sorridere l'energica reazione di tutto il paese: dagli organi di stampa, al governo, fino alle scuole a cui risultavano iscritti alcuni dei reprobi, e poi mi sono stupito perchè ho sorriso della notizia.
Già, perchè noi italioti ormai siamo assuefatti alla completa mancanza di civiltà e di rispetto delle regole che ci caratterizza, e quindi restiamo stupiti se da un altro paese arriva un insegnamento di tal genere.
Siamo quasi totalmente privi di "Civic Culture", come la chiamano gli anglosassoni (chissà come si dice in giapponese), il caso della monnezza docet.
Ma a parte gli episodi eclatanti come quello della monnezza napoletana, valso a metterci alla berlina una volta di più di fronte al mondo intero, ogni giorno sul nostro territorio si consumano scempi di varia natura, silenziosamente. E' uno stillicidio.
Abusi edilizi, opere che impattano negativamente sull'ambiente, dissesto idrogeologico, cementificazioni e asfaltature in ogni dove, inquinamento, fino ad arrivare alle minacce al patrimonio storico e culturale, uno dei nostri beni più preziosi assieme al paesaggio; quel paesaggio che ci aveva portato a essere il giardino d'Europa.
E' il patrimonio che Tremonti anni fa sostanzialmente voleva vendere ai privati (leggere al riguardo il libro di Salvatore Settis - Italia Spa, l'assalto del patrimonio culturale). Altro che scritte a pennarello sui monumenti!
Lo stato italiano può ipotizzare l'alienazione dei suoi beni artistici e culturali, riconosciuti come patrimonio dell'umanità, perchè siamo un paese dalla coscienza addormentata. Un paese che non si vuole bene, senza coscienza storica e orgoglio delle sue radici.
La manovra criminale tentata qualche anno fa è abortita ma il pericolo è sempre incombente, soprattutto ora che il Centrodestra è tornato in sella.
A questo punto però arrivano i giapponesi, a ricordare non solo a loro ma soprattutto a noi che gli imbrattatori di monumenti devono essere puniti e che il patrimonio culturale va difeso e rispettato.
Sarà pur vero che gli amici dagli occhi a mandorla sono ossessionati dall'immagine che danno di se all'estero.
Ma la realtà è che il Giappone è un paese con un'etica rigorosa e coerente o, più semplicemente, un paese di gente educata (basta incontrarli negli alberghi per rendersene conto).
Tutto questo stride con la cialtroneria e inciviltà dell'Italia, che non si vergogna mai dell'immagine nefanda che da di se.

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domenica 11 maggio 2008

Se boicotti Israele, boicotti la cultura

La sinistra radicale - extraparlamentare ha sfilato a Torino. Ha dimostrato la sua atavica e tenace avversione a Israele. Felicitazioni, il compitino è stato diligentemente eseguito.
Messaggio netto: il popolo d'Israele non si può esprimere, non ha diritto di parola. D'altro canto, l'atto di bruciare le bandiere israeliane com'è avvenuto sempre a Torino il primo Maggio dice già tutto. Significa annientare, o desiderare di farlo.
Lo striscione "boicotta Israele, sostieni la Palestina" che apriva il corteo, non rende bene l'idea; doveva essere sostituito da "Sostieni la Palestina e distruggi Israele".
Una fiera del libro è il luogo naturalmente deputato al confronto fra le culture. E' l'occasione, per un popolo, di raccontarsi di fronte agli altri. Ma Israele no. La cultura di un intero popolo paga le conseguenze della politica dei suoi governanti.
Sarebbe stato un fatto positivo se gli aderenti alla manifestazione, radunati dal network Free Palestine, avessero indetto un forum per discutere sul conflitto israelo - palestinese, invece di sfilare nel solito corteo vecchia maniera.
Ma si è scelta la strada della contrapposizione frontale senza se e senza ma, anticipata dalla scelta di alcuni scrittori di lingua araba, a Febbraio, di disertare l'appuntamento.
Vale a dire, solo noi possiamo parlare, esistono solo le nostre ragioni. Se invitate Israele, noi non partecipiamo.
Le suffragettes dei centri sociali e dei partiti dell'arcobaleno hanno così consumato il loro rito tradizionale e stantio. E poi si chiedono perchè vengono mollati dagli elettori.
Il manicheismo semplificatorio che li affligge, tutto il bianco da una parte e tutto il nero dall'altra, li porta a identificare in Israele il male da sconfiggere.
Stiamo parlando, è bene ricordarlo ai duri di comprendonio, non solo dello stato che occupa ancora terre dei palestinesi; che mette in difficoltà la già precaria autonomia dei territori con la chiusura delle frontiere; che provoca con le sue incursioni militari vittime civili e così via dicendo.
Stiamo anche parlando dell'unica democrazia del Medio Oriente, a parte il fragile Libano che in questi giorni ancora una volta attraversa un momento difficile; dove le dispute politiche non vengono regolate a colpi di kalashnikov come fanno Hamas e Fatah, ma con i metodi della democrazia.
Dove esiste un'opposizione netta alla gestione dell'infinita crisi palestinese espressa da associazioni e gruppi politici ai quali si permette di esistere e di operare.
Dove le donne hanno pari opportunità, non sono schiave del velo e dei loro mariti; dove anche agli arabi che l'hanno voluta è stata concessa la cittadinanza.
Mentre agli ebrei in ogni tempo e in ogni luogo è stato dato il foglio di via, quando non si è tentato di massacrarli.
E proprio qui c'è un nodo fondamentale, che ogni riflessione sulla tragedia che si consuma in Palestina da troppo tempo non può ignorare.
Israele nasce, nel lontano '48, per dare alle comunità ebraiche sopravvissute alla Shoah una terra dove vivere, dove sentirsi finalmente al sicuro. E' il focolare di cui parlava il Sionismo.
Israele nasce con un atto di forza non solo perchè Stati Uniti e Gran Bretagna non si decidevano a sbloccare lo stallo con una mediazione fra le parti, che portasse già allora alla spartizione e alla nascita di due stati.
Ma anche perchè la comunità musulmana, mal rappresentata da dirigenti che in precedenza avevano appoggiato Hitler, non voleva la spartizione.
Casomai voleva una guerra di sterminio contro gli ebrei, "un massacro di dimensioni imponenti" (dichiarazione della Lega Araba, 1947).
Ci sono forti dubbi, dopo sessant'anni, che il mondo islamico su cui si stende l'ombra di Ahmadinejad, Nasrallah e altri ameni leader, abbia abbandonato questo proposito. Nell'attesa di un chiarimento, difendiamo il diritto di parola di Israele o meglio della sua gente, che non può essere zittita per gli errori e le colpe di chi la governa.
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mercoledì 20 febbraio 2008

Boris Pahor, una voce dell'altra storia

Boris Pahor, ne ho sentito parlare per la prima volta Domenica scorsa; era ospite della trasmissione di Fabio Fazio - Che tempo che fa -
Prima non ne sapevo nulla; la scuola non me lo ha fatto mai conoscere.
Classe 1913, triestino, scrittore con all'attivo decine di libri. Cittadino italiano ma di nazionalità slovena, conosciutissimo all'estero, sconosciuto nel nostro paese dove ha sempre vissuto.
Pluripremiato (ha anche la Legion d'Onore francese), ignorato in casa nostra.
L'occasione per la sua presenza in TV è la ristampa di uno dei suoi romanzi più famosi (ma non qui) - Necropoli - dove racconta la sua esperienza di deportato nei campi di concentramento nazisti.
Mi ha colpito non solo perchè ha rievocato quella tragica vicenda con un tocco di profonda umanità, ma anche perchè è una voce dell'altra storia e dell'altra cultura; quella che dal dopoguerra ad oggi in Italia non è mai stata riconosciuta ufficialmente e quindi divulgata.
E' lo stesso atteggiamento che per decenni ha impedito di conoscere nella sua esatta dimensione il dramma delle foibe (chi lo ha studiato nei libri di storia?), che ha portato a tollerare con un certo disagio gli esuli istriani fuggiti dai titini alla fine degli anni '40.
Non era opportuno parlarne per ragioni diplomatiche, di rapporti con la vicina Jugoslavia e perchè la sinistra comunista, che ha influenzato la memoria della resistenza, voleva rimuovere una pagina imbarazzante.
Voleva cancellare l'altra storia, quella degli sconfitti o di chi, pur non essendolo, non si allineava al nuovo corso politico e culturale.
Pahor rientra in quest'ultima categoria perchè è uno sloveno di Trieste, città conquistata dall'Italia al termine della prima guerra mondiale, dove il Fascismo ha cercato di marginalizzare la presenza slovena.
Ed è poi un intellettuale legato all'umanesimo cattolico e quindi inviso alla parte dominante della cultura italiana del dopoguerra, condizionata dal Marxismo e dal PCI.
Fortunatamente, l'altra storia prima o dopo riemerge dalla nebbia in cui qualcuno cerca di cacciarla.
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martedì 5 febbraio 2008

Fiera del libro: assurdo boicottare gli scrittori israeliani

Alcuni scrittori di lingua araba intendono boicottare la prossima fiera del libro, che si terrà a Maggio, perchè ospite d'onore sarà Israele con la sua letteratura.
La protesta è stata prontamente appoggiata da associazioni italiane vicine alla sinistra. E' una vicenda che ci insegna alcune cose.
Innanzitutto gli scrittori arabi tradiscono la funzione propria dell'intellettuale, che è quella di interrogarsi, di indagare e riflettere, e soprattutto di confrontarsi liberamente, senza pregiudiziali, con la società e gli altri intellettuali.
Invece di recarsi ad un appuntamento che sarebbe un'occasione importante di incontro e confronto (magari duro, perchè no?) con persone della "parte avversa", preferiscono declinare l'invito.
Non riconoscono dignità di interlocutore a un'intero paese. Solo loro ritengono di avere il diritto di esprimersi e di raccontare.
E pensare che molto probabilmente troverebbero negli scrittori israeliani disponibilità ad ascoltarli e a condividere parte delle loro ragioni. Ma sono ciechi e sordi.
E pensare che alcuni provengono da paesi dove la libertà di manifestazione del pensiero è negata, a differenza di Israele dove, nonostante gli errori commessi in sessant'anni di storia, c'è la democrazia.
E' il riflesso, in campo culturale, di una politica che va avanti dal lontano 1948; quella perseguita da molti partiti e stati musulmani che ancor oggi si ostinano a non voler riconoscere piena legittimità allo stato d'Israele, quando non la negano apertamente come fanno Hamas o l'Iran.
Tutti costoro negano, in sostanza, la dignità e il diritto all'esistenza di un intero popolo. E' una posizione che richiama sinistramente il capitolo doloroso della Shoah.
In secondo luogo il pregiudizio anti israeliano trova una sponda favorevole nei soliti ambienti della sinistra radicale italiana, che vedono solo le ragioni della parte palestinese; è un triste e stantio retaggio degli scontri ideologici del passato.
Un atteggiamento che anche da questa parte del mediterraneo rischia di saldarsi, consapevolmente o no, con il pregiudizio anti semita che peraltro fa parte del bagaglio culturale della sinistra marxista.
Massima solidarietà agli scrittori israeliani. Per esprimerla in concreto, bisognerebbe comprare un libro di un autore israeliano. Anche uno a caso.
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lunedì 14 gennaio 2008

L'uomo del Vaticano e Galileo

Quest'uomo, Galileo Galilei, è uno dei padri della scienza moderna, assieme a Copernico, Newton e così via.
E' grazie a loro e ad altri più o meno famosi che nel corso dei secoli hanno lavorato con passione e serietà se è stato reso possibile il progresso culturale e materiale dell'umanità.
L'uomo si è avvicinato ad una più profonda comprensione della natura (e quindi del cosmo) e ha migliorato la propria vita sotto tanti diversi profili.
Galileo fu processato due volte e nell'intermezzo fra un processo e l'altro fu sottoposto a notevoli pressioni perchè difendeva la teoria copernicana, ovvero in estrema sintesi l'ipotesi che la terra gira intorno al sole e non il contrario, come credeva invece la tradizione sostenuta dalla Chiesa che bollò l'idea di Galileo di manifesta assurdità e sacrilegio.
Ratzinger, l'instancabile e cocciuto antimoderno anni fa affermò che il processo a Galileo fu giusto.
Ratzinger per anni è stato Prefetto per la Congregazione della Fede, l'organo della Chiesa che nei secoli scorsi, con il nome di Inquisizione, si è reso colpevole di aver soffocato il dibattito culturale e religioso in Europa.
Costringendo molti uomini liberi all'abiura (come nel caso di Galileo) o talvolta mandandoli a morte. Cambiano i tempi, ma la funzione di sbirro dell'ortodossia e dell'ignoranza di tale nefanda istituzione è rimasta inalterata.
Ratzinger stesso infatti ha perseguitato le voci di dissenso all'interno della Chiesa costringendole al silenzio, come nel caso della teologia della liberazione.
Vale la pena di ricordare questi punti, perchè si può comprendere la reazione determinata e compatta di molti docenti e studenti della Sapienza di Roma, che contestano la presenza del papa antimoderno alla prossima inaugurazione dell'anno accademico.
La Chiesa risponde un pò piccata e sorpresa che le contestazioni sono un segnale di intolleranza e che Benedetto XVI porta un messaggio di pace.
Purtroppo, la verità è esattamente all'opposto; dal giorno del suo insediamento e prima ancora in tutto il suo cursus honorum ecclesiastico, il papa tedesco è stato promotore di una serie di iniziative che di pacifico non hanno nulla.
Passaggi e capitoli con un filo conduttore, una linea di pensiero ben precisa: cancellare la storia, la ragione e il divenire, per congelare l'umanità nel sistema di valori cristiani discendenti da una presunta verità rivelata.
L'immagine del papa che a Roma officia una cerimonia battesimale volgendo le spalle ai fedeli è altamente simbolica.
Si volge le spalle a una massa che non merita lo sguardo e il dialogo diretto con il celebrante, ma che deve semplicemente ascoltare, obbedire e pregare.
Ratzinger vuole fermare la storia, vuole fermare il pensiero ponendosi in rotta di collisione con la Chiesa stessa, che dagli anni 60 ha voluto, tramite il Concilio Vaticano II, aprirsi al mondo, giungendo fra l'altro alla completa riabilitazione di Galileo sanzionata da Giovanni Paolo II.
Tacciare di intolleranza chi si indigna e critica l'anacronistico programma politico religioso di Ratzinger è semplicemente ridicolo.
Chiedere sanzioni contro i contestatori come proposto dai sepolcri imbiancati Gasparri e Volontè è una grave intimidazione, che li pone in contrasto con il fondamentale valore democratico della libertà di manifestazione del pensiero.
Tacere sulla vicenda come sta facendo il Partito Democratico è la dimostrazione che questo partito non è nè carne nè pesce, ma un accrocchio traballante e balbettante di laici e cattolici incapace di prendere una posizione netta su qualcosa, che sia una.
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mercoledì 31 ottobre 2007

Ratzinger, pericoloso papa antimoderno

La figura di papa Ratzinger è affascinante, anche se in fin dei conti molto irritante per un laico come me.
Ascoltando le frequenti esternazioni del pontefice ed osservando le sue iniziative, sembra di avere di fronte un papa del passato che grazie a qualche prodigio, magari ad una macchina del tempo, è piombato nel bel mezzo del 21° secolo.
Ratzinger è latore del messaggio di una chiesa vecchissima e tuttavia viva: una chiesa preconciliare, come dicono alcuni commentatori.
Meglio ancora tridentina, in ricordo del Concilio di Trento (1542-1563), che segnò l'avvio di un'energica e spietata reazione teologica e politica da parte della chiesa di Roma, che stava subendo l'emorragia dello scisma protestante.
Quella reazione passata alla storia come controriforma, che grazie all'appoggio del "braccio secolare", vale a dire delle istituzioni degli stati europei rimasti vicini a Roma, soffocò con violenza il libero dibattito culturale che si stava sviluppando in molte regioni d'Europa.
Lo storico del 700 Giambattista Vico sosteneva che la storia è fatta di "corsi e ricorsi". E' come un pendolo che oscilla da destra a sinistra e viceversa.
Nella vicenda plurimillenaria della chiesa, alla riforma protestante è seguita la controriforma; adesso, dopo il Concilio Vaticano II (1962) che aveva ufficializzato una linea di confronto più moderato ed aperto con la società civile, Ratzinger si fa guida di una nuova controriforma.
E' una battaglia dagli esiti in parte imprevedibili; emerge con chiarezza però una grave tensione fra mondo cattolico e laico particolarmente sofferta in Italia, dove ha sede il Vaticano.
Per non parlare della crescente incomunicabilità interreligiosa di cui Ratzinger è responsabile.
Ne è esempio la presa di posizione contro il mondo protestante (ricordo la polemica di qualche settimana fa con la piccola, dignitosa e civile comunità dei Valdesi).
Oppure le dichiarazioni critiche verso l'ebraismo, rieccheggianti la sinistra polemica del passato contro "i fratelli che sbagliano" perchè non riconoscono il messaggio di Cristo, grazie a cui si sono giustificate ignobili persecuzioni.
E pensare che, in una razionale prospettiva di analisi storica, Cristo non era altro che un ebreo ortodosso... Chi ha il coraggio di dirlo ai cattolici?
L'unica cautela che Ratzinger osserva, per ovvi motivi, è nei riguardi del mondo islamico, oggi più che mai un bacino di intolleranza e totalitarismo in grado di far esplodere rapidamente dimostrazioni sanguinose in ogni parte del globo.
Fatte le debite proporzioni, fra l'oscurantismo di molti imam e quello di Benedetto XVI, non c'è poi una grande differenza.
Le tirate ratzingeriane paiono autorevoli ma sono in realtà tesi semplicistiche, o se vogliamo clamorose castronerie.
Il 900 è da condannare, dice il papa, perchè allontanandosi da Dio ha creato i totalitarismi (nazifascismo e comunismo) e quindi la seconda guerra mondiale e la guerra fredda, omettendo di ricordare quante guerre sono state combattute ben prima per motivi religiosi da cattolici mossi da un identico spirito totalitario.
L'ultima perla regalataci dal papa preconciliare ed antimoderno è la direttiva impartita ai farmacisti, che non dovrebbero prescrivere terapie contrarie all'etica cattolica.
Questo episodio dimostra la linea di contrapposizione con le regole dello stato sovrano sostenuta con fermezza dal teologo tedesco.
L'offensiva di Ratzinger ripropone un dilemma che ha lacerato per secoli le coscienze: viene prima il potere temporale o quello spirituale?
Pensavamo che con l'avvento della modernità e del concetto di stato "aconfessionale" avessimo trovato una risposta accettabile: lo stato aconfessionale o laico garantisce eguale spazio di espressione ad ogni confessione religiosa.
Ma Ratzinger ci riporta indietro, ci da addirittura la possibilità di celebrare la messa in latino. Non ce n'era proprio bisogno.
Benedetto XVI continua a bacchettare la società pluralista per conservare la chiesa cristallizzata.
La sua estrazione del resto è quella del teologo, del docente che indica la verità da seguire; e che se necessario, boccia e punisce.
Dopo la carriera accademica, Giovanni Paolo II chiama Ratzinger (1981) a ricoprire la carica di prefetto per la congregazione della fede, l'istituzione è bene ricordarlo che in passato si chiamava Inquisizione.
Il solerte professore prende sul serio l'incarico e perseguita senza requie tutte le tendenze di pensiero non allineate all'interno della chiesa, a cominciare dalla famosa teologia della liberazione di padre Boff.
Dopo aver svuotato il dibattito interno alla chiesa, adesso da papa Ratzinger prova ad allineare il mondo: compito titanico e sicuramente irrealizzabile anche per un uomo dalla ferrea volontà e dalla convinzione di essere nel giusto come lui.
Senz'altro però ha realizzato un obiettivo: rimettere in discussione per la sventura di tutti, laici e cattolici, principi che parevano affermati e avevano assicurato un minimo di civile convivenza.
Grazie Ratzinger.
Per chi vuole approfondire il pensiero del papa antimoderno, consiglio la lettura di "Contro Ratzinger", ed. ISBN.
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