Visualizzazione post con etichetta Rock and Roll. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Rock and Roll. Mostra tutti i post

giovedì 15 luglio 2010

14/07/10: ZZ Top a Piazzola sul Brenta - gli inossidabili barbudos fanno ancora centro



Afa opprimente ieri sera a Piazzola sul Brenta ma per vedere uno show degli ZZ TOP ne valeva la pena, perfino per i brontoloni come il sottoscritto che ogni anno sognano di starsene in una casetta di legno in riva a un fiordo fino a Settembre inoltrato.
Le barbe più lunghe del mondo del rock sono tornate (dopo il set di spalla affidato a Maurizio Solieri), si sono srotolate sul palco dell'anfiteatro di Villa Contarini e in un'ora e quaranta minuti hanno sciorinato una lectio magistralis di puro, massiccio ed entusiasmante Southern Rock.
Gli anni passano ma la vecchia guardia non cede terreno... E detta ancora legge. I Newbies umilmente prendano nota.
Inizio subito bollente con il trittico Got Me Under Pressure - Waitin' for The Bus e il blues tutto "anima e core" di Jesus Just Left Chicago.
Poi sono arrivati gli altri cavalli di battaglia: I'm Bad, I'm Nationwide - Cheap Sunglasses - Gimme All Your Lovin' - Sharp Dressed Man - Need You Tonight e così via.
Gli estratti da Eliminator hanno avuto molto spazio come previsto, dato che si tratta del loro album più fortunato in termini di vendite e quello, assieme al successivo Afterburner, che contribuì in misura maggiore a regalargli la fama mondiale.
Come sempre tutti i fan vorrebbero ascoltare un pezzo che invece non viene suonato; io ieri sera avrei saltellato molto volentieri sui ritmi di Sleeping Bag e My Head's in Mississipi (appena accennata da Billy Gibbons), ma va bene lo stesso.
C'è stato anche il tempo per una cover di Hey Joe e per una dimostrazione da parte di Billy della tecnica Slide, prima del finalone con le irresistibili Tush e La Grange.
E loro stessi poi sono uno spettacolo, catturano l'attenzione anche quando stanno fermi, riescono ad ammiccare anche dietro gli immancabili occhiali neri che con i cappelli, i vestiti di scena e bassi e chitarre personalizzate creano una coreografia coloratissima e unica.
Mica male per dei sessantenni: Billy, Dusty e Frank thanx a lot!
Bookmark and Share

giovedì 8 luglio 2010

Heineken Festival 2010: una parte dei veneziani protesta...e sbaglia

L'Heineken è finito. E' calato il sipario e il giorno dopo sono cominciate puntuali le polemiche, le diatribe che in  Italietta coronano sempre i grandi eventi... Non solo quelli gestiti dai Bertolaso Boys.
Sul sito del Gazzettino le voci pro e contro hanno cominciato il duello. Per una parte dei veneziani l'Heineken non s'aveva da fare perchè i disagi sono stati eccessivi. 
E leggendo certi interventi si nota che il vecchio immaginario perbenista è ancora vivo e vegeto; secondo qualcuno rock è uguale a droga, ignoranza, perversione dei costumi, rapporti contronatura, satanismo, maltrattamenti all'infanzia e scarsa igiene personale.
E' gente uguale a quella che applaudiva i reverendi americani quando organizzavano i falò dei dischi di Elvis e Jerry Lee Lewis, per purificare il mondo dalla musica del diavolo.
Io c'ero (per vedere i miei amati Pearl Jam) e di fattoni ne ho inquadrati davvero pochi; per la maggior parte si trattava di un pubblico normale, di semplici appassionati della musica, ma non importa. Sotto questo profilo, dagli anni '50 ad oggi non c'è niente di nuovo al fronte.
Quello che invece suona come una nota stonata, insopportabilmente stridula, è l'opinione di chi non voleva il festival perchè disturba la circolazione e il quieto vivere dei residenti dell'area di S. Giuliano, o perchè il comune  (dicono) non ci ha guadagnato niente.
Continuano i tempi duri per la gente della notte, per i "ggiovani". Nessuno li vuole, nessuno ne sopporta i raduni, fosse anche solo per un giorno, o per tre - quattro giorni al massimo come nel caso dell'Heineken.
I giovani (sempre descritti dalla retorica muffosa degli adulti come una speranza, una risorsa da valorizzare, il Futuro) nessuno tirando le somme li vuole vicino.
Per non parlare del fatto che i seniores accettano passivamente che vengano massacrati dai meccanismi dell'economia moderna.
Foglio di via. Vadano da un'altra parte, dove naturalmente qualcun altro si lagnerà e li vorrà cacciare.
Una parte del mondo adulto interpreta le città come grandi dormitori - caserme, dove dopo le h. 21,00 è vietato praticamente tutto. Coprifuoco.
Su questo influisce senz'altro l'invecchiamento della nostra società, dove gli over 60 ormai sono una componente (soprattutto elettorale) importante. 
Poi il classico provincialismo nostrano, che non comprende e non accetta qualunque fenomeno diverso dalle partite di serie A o dai concerti di Gianni Morandi e Albano. Per questa gente anche il Festivalbar è quasi quasi un fenomeno eversivo.
Ma c'è anche una dose di inedita e istintiva intolleranza: siamo sempre più divisi da barriere e fossati di ogni genere, quello che non garba a me non ha diritto di cittadinanza e non ne discutiamo nemmeno. Capito?
Bookmark and Share

martedì 18 maggio 2010

Ronnie James Dio, piccolo elogio a un protagonista del bel rock che fu

Se n'è andato anche lui, è entrato nel Valhalla accanto agli altri grandi del rock. E' riuscito a invecchiare, ha passato i 40, poi i 50 e infine i 60, e questo è un privilegio di non poco conto nel mondo della musica, che ci ha abituato a molte dipartite premature.
La notizia è dell'altro ieri ma l'ho saputo solo ieri sera. Durante la giornata, quando si ha altro da fare, a volte le notizie sfuggono, ma è singolare che nè un'occhiata veloce ai siti dei principali quotidiani la mattina, nè il tiggì dell'ora di pranzo mi abbiano informato.
L'ho saputo ieri sera da un bannerino di un altro tiggì: un bannerino di pochi secondi per un grande della musica che ci ha lasciato. Provincialismo dell'italica informazione.
Certo Ronnie James Dio non era Mino Reitano...
Me lo ricordo al Monsters Of Rock del 92. Era tornato da poco assieme ai vecchi compagni dei Black Sabbath e da poco era uscito Dehumanizer: sostanzialmente un Heaven & Hell rivisitato per gli anni 90 ma nonostante questo (anzi proprio per questo) una delizia per i nostalgici di Heaven & Hell o Mob Rules.
Cioè prima che Toni Iommi si abbandonasse agli esperimenti un pò controversi della seconda metà degli anni 80.
Me lo ricordo piccolo sul palco (arrivava a 1,65 R.J. Dio?) ma questo tappetto aveva una voce potentissima, capace di ringhiare e subito dopo di accarezzarti le orecchie con inaspettata dolcezza. Un mattatore, un protagonista, sempre.
Non c'è stagione del grande rock che Ronnie James Dio non abbia attraversato. Esordi da giovanissimo nel Rockabilly, poi l'Hard Rock degli Elf, tramutati in Rainbow dalla bacchetta magica di mr. Ritchie Blackmore con la sua approvazione; e poi il vero Bum quando approdò ai Black Sabbath, dopo che fra Ozzy e Toni Iommi erano volati i piatti e si era consumato il divorzio.
Alla fine lasciò anche i Sabs per iniziare la fatidica carriera solista, il karma (a volte fortunato, a volte no) a cui non sfuggono tutti i veri grandi cantanti.
Si portò dietro due o tre idee, poche e stabili, che hanno fatto la sua fortuna: un sound che alternava ritmi metal scatenati e improvvise frenate, dove dava sfogo ad atmosfere cupe o melodie dolci.
E poi l'immaginario fantasy, anch'esso un lascito del periodo sabbathiano, con qualche puntata nel finto satanico puntualmente riproposto nel songwriting, nelle copertine degli album e nel merchandising.
I risultati non sono sempre stati eccelsi ma album come Holy Diver o The Last in Line hanno lasciato il segno.
E quando saliva sul palco cari miei si scatenava sempre la furia più autentica e travolgente del metal, quello buono.
Ecco il mondo di Ronnie, elfo silvano che ha lasciato per sempre la nostra terra di mezzo, lasciandoci più soli e più consapevoli che stiamo invecchiando.
Rest in peace Ronnie. Ti vogliamo bene.
Bookmark and Share

giovedì 29 ottobre 2009

Pearl Jam, backspace to rock

Vedder e compagnia sono tornati. La band più prolifica del mondo ha partorito un altro bambino, che però somiglia molto agli ultimi fratellini.
Dopo la riuscita parentesi solista di Into The Wild del 2007, Eddie Vedder ha riunito i suoi compagni per un nuovo capitolo della loro ormai monumentale discografia.
Non è una cosa da poco in un ambiente musicale che ormai ci costringe ad aspettare anni le realizzazioni dei nostri autori preferiti, talvolta deludendoci. Però Backspacer non suona granchè nuovo.
E' più allegro e arioso del precedente omonimo (Bush è andato a casa e l'incazzatura è scemata), ne mantiene l'impronta hard rock - grunge che ormai è l'inconfondibile marchio della premiata ditta Pearl Jam.
Insomma Backspacer non è brutto, molto belli a mio parere sono i due episodi acustici Just Breathe e The End; e il singolo The Fixer fila via che è una meraviglia. Solo c'è un pò di dejà ecoutez , ecco (si scriverà così?).
Ma siccome non siamo mai stanchi di ascoltarli e di farci contagiare dalla loro smisurata energia on stage, aspettiamo il loro arrivo in Europa.
Chi sa qualcosa di possibili date italiane?

Bookmark and Share

venerdì 26 giugno 2009

Maicol Gecson is ded



Alla fine M.J. se n'è andato. Era nell'aria, anche se molti adesso si sorprendono. Stava da cani, che si sorprendono a fare?
A me musicalmente non è mai garbato; quando ha iniziato ad avere successo ero troppo piccolo, al massimo scoltavo le sigle delle serie tv nel mangiacassette; oppure la colonna sonora della Febbre del Sabato Sera, perchè piaceva al mio cuginone grande.
Poi ho maturato altri gusti; crescevo a pane, Iron Maiden e Metallica, Jacko come tutto il genere danzereccio era incompatibile con me. Non ci siamo mai intercettati.
E le sue mattane... Mi sono sempre state sulle palle; la villa californiana con il trenino e i tanti giochi con cui il bambinone riempiva le sue giornate da popstar annoiata e piena di miliardi. Come un novello mago di Oz ospitava bambini a ripetizione. Bah...
Anzi era un novello Willy Wonka, a Neverland i bambini entravano e facevano quello che gli pareva.
Quei bambini gli sono costati due processi per pedofilia: sì va bene è stato assolto, però a rileggere le carte un'ombra su M.J. rimane.
Non ho mai capito perchè uno che cantava una canzone antirazzista come Black Or White ha fatto di tutto per sbiancarsi la pelle, correggersi il nasino a tronchetto tipicamente afro, e via così...
Non so, da persona qualunque che si alza tutte le mattine per andare a lavorare, come si fa a sputtanarsi un patrimonio come il suo accumulando 400 ml di dollari di debiti.
Non ho mai capito perchè ha tenuto sospeso fuori da un balcone un neonato. Non ho mai capito Maicol Gecson.
Però tutto sommato mi è diventato più simpatico proprio quando ha cominciato a cadere a pezzi. Passavano gli anni e assomigliava sempre di più agli zombi che ballano con lui nel video di Thriller.
Uno dei suoi chirurghi plastici ha dovuto asportargli un pezzo di cartilagine da un orecchio perchè il suo naso stava letteralmente crollando.
Un altro intervento invece gli ha procurato una bella infezione che se lo stava per portare all'altro mondo.
La disintegrazione progressiva di Jacko è stata uno sberleffo (inconsapevole) allo star system mondiale, pieno di divi e dive che fanno di tutto per stirarsi, lisciarsi, ringiovanirsi, abbellirsi.
Per allontanare la fase discendente della parabola che accompagna gli artisti, in particolare nella musica, ma anche l'inevitabile traguardo che ci aspetta tutti, artisti famosi e non.
I suoi colleghi muoiono invariabilmente per 1) droga, 2) alcol, 3) incidenti mortali. Lui è stato originale, si è distrutto con la chirurgia. Un colpo di genio.
O forse era semplicemente più in sintonia coi tempi che viviamo; non si muore più per opporsi al sistema, per testimoniare in modo estremo una controcultura come si poteva fare negli anni 60 e 70. Una distanza siderale ci separa da Janis Joplin, Jimi Hendrix e Jim Morrison.
Le sue metamorfosi da ultimo lo rendevano sempre più simile a un personaggio dei cartoons. Avrebbe meritato un posto d'onore nel seguito di Roger Rabbit.
Ebbene he's dead. Umanamente mi spiace.
Adesso, mentre ci vengono sciorinati coccodrilli fotocopiati aspettiamo la solita lista infinita di cd postumi come hanno fatto con Freddie Mercury, che sono sicuro venderanno benissimo.
Speculazione necrofila. Showbiz.

Bookmark and Share

martedì 3 febbraio 2009

Il futuro passato lisergico dei Black Mountain


Zampettando sul web ho sentito parlare di questa nuova band canadese di Vancouver, mi hanno incuriosito e mi sono procurato l'ultimo album In The Future, che per la verità ormai ha circa un anno di vita.
Che dire? Il pezzo d'apertura Stormy High si apre con un riff pesante e un grido di battaglia tipo Immigrant Song dei Led Zeppelin, e fa capire subito dove i Black Mountain vogliono andare a parare.
Suppongo che il titolo abbia un significato ironico, perchè questi ragazzi hanno il cuore negli anni 70 e da lì traggono tutta la loro (notevole) ispirazione.
Curiosità: vivono in una comune, proprio come potevano fare i loro genitori al tempo degli Hippies.
Black Mountain è rock a valanga, atmosfere psichedeliche e voglia di prolungare i brani sperimentando in vera libertà (cosa possibile solo con un'etichetta indipendente, nel loro caso l'americana Jagjaguwar).
Il primo assaggio lo si ha con Tyrants (8 minuti), ma soprattutto verso la fine c'è Bright Lights, una suite di ben 16 minuti che richiama il miglior progressive di quel periodo.
In un'epoca dove la musica è un prodotto sempre più pop, da consumare in fretta, è una scelta controcorrente.
Altre canzoni invece sono più compatte (Evil Ways per esempio) e i Black Mountain d'altra parte non disdegnano le ballate; semplice ed efficace Angels, mentre la piacevole Stay Free strizza l'occhiolino al loro illustre connazionale Neil Young.
Ma ciò che colpisce soprattutto è la capacità di costruire atmosfere miscelando i suoni in un caleidoscopio sempre vario e l'ascolto dell'album restituisce un senso di immediatezza che non è facile trovare in giro.
Da questo punto di vista peccato che la produzione non sia eccelsa; manca qualcosa. Il basso e l'Hammond chiaramente Purple - Oriented risultano un pò soffocati: meriterebbero ben altro proscenio.
Il cantato è affidato a Stephen Mc Bean e al suo contraltare femminile, Amber Webber, e a tratti è sottile, efebico, forse non adeguato alla potenza che la band, ne sono sicuro, può dispiegare soprattutto dal vivo.
Comunque buono.

Bookmark and Share

venerdì 19 dicembre 2008

Nuovo album per gli AC/DC: dove eravamo rimasti?


Eccoli qui; dopo otto anni dall'ultima release (Ballbreaker) è uscito il nuovo Black Ice, che in una sola settimana dalla pubblicazione ha registrato circa due milioni di copie vendute nel mondo, senza considerare il numero enorme di download a gratis dalle reti P2P: basta vedere, per chi usa Vuze, il numero elevato di seeds presenti.
A due mesi di distanza, Billboard li mette al secondo posto nella categoria Rock della Chart americana: mica male. Dunque, dove eravamo rimasti? A Ballbreaker per l'appunto. E le differenze? Nessuna.
Gli AC/DC ritornano e sono sempre gli stessi: fedeli alla linea. Angus, in un'intervista di molti anni fa l'aveva detto e anzi rivendicato con orgoglio, gli album degli AC/DC suonano tutti uguali.
A dire il vero qualche cambiamento di sound nell'arco della loro discografia si può cogliere, ma stringi stringi è come dice Angus. Allora che palle?
No, perchè gli AC/DC sono come il cacio sui maccheroni, la sigaretta dopo il caffè o la pennichella domenicale sul divano; guai se mancano, guai se cambiano.
Quando hai bisogno di ascoltare Rock allo stato puro gli AC/DC sono la risposta: il Rock'n'Roll è il loro gioco e nessuno lo gioca meglio di loro.
Nel nuovo album c'è qualche momento un pò più debole, ma complessivamente regge bene. Merito anche della produzione (affidata a un pezzo grosso, quel Brendan O'Brien che ha prodotto i Pearl Jam e Bruce Springsteen), che gli ha dato una sonorità particolarmente compatta.
I brani migliori per me: Rock'n'Roll Train, Skies On Fire, War Machine, She Likes R'n'R e la titletrack Black Ice.

Bookmark and Share

mercoledì 23 luglio 2008

22/07/2008, Bologna: semplicemente Metallica


I Metallica non incidono qualcosa di decente dal 1991, quando uscì il mitico Black Album; da allora hanno pubblicato alcuni lavori un pò frammentari e discutibili, con l'eccezione del Garage Inc. (1998), tossico e divertente al punto giusto.
Però in questo caso stiamo parlando non di farina della loro saccoccia, ma di una raccolta di covers, anche se suonate da esecutori di lusso.
Eppure dal vivo smuovono le montagne, le trombe del giudizio suonano a distesa, i mari si aprono, fate un pò voi. Chi ieri era a Bologna come me (ed eravamo in tanti) lo sa bene.
L'occasione era ghiotta, perchè in attesa del nuovo lavoro in studio, si poteva facilmente immaginare che la scaletta sarebbe stata tutta incentrata sui classici.
Quelli che fanno venire i lucciconi ai vecchi rockers come me e che i nostri cavalieri dell'apocalisse hanno sparato a raffica sul pubblico in estasi.
Pubblico intergenerazionale, dai 14 anni in su fino ai 40 e oltre. C'era persino qualche papà con il figlio... Il miracolo meraviglioso del Rock si perpetua.
A me è mancata Battery, pazienza. Qualche gradita sorpresa: And Justice For All, Harvester Of Sorrow e No Remorse per quanto mi riguarda.
Potenti, generosi, magnetici; precisi e impeccabili come si addice a una band di consumati professionisti ma caldi e coinvolgenti.
Grandi intrattenitori grazie a un James Hetfield mattatore come non mai, al truce e muscolare Robert Truijllo, a quell'orologio atomico di nome Lars Ulrich dietro i tamburi e a un Kirk Hammet protagonista di lunghe cavalcate solistiche.
Un concerto da incorniciare sperando che il prossimo disco (Death Magnetic) ci dimostri che i Four Horsemen o Fab Four (senza offesa per Lennon e compagnia) sono ancora i senatori del Metal, capaci di regalarci nuove grandi canzoni e non di farci entusiasmare solo con i vecchi successi.

Scaletta:
1 - Creeping Death
2 - For Whom The Bell Tolls
3 - Ride The Lightning
4 - Harvester Of Sorrow
5 - Bleeding Me
6 - The Four Horsemen
7 - And Justice For All
8 - No Remorse
9 - Fade To Black
10 - Master Of Puppets
11 - Whiplash
12 - Nothing Else Matters
13 - Sad But True
14 - One
15 - Enter Sandman
16 - So What?
17 - Motorbreath
18 - Seek And Destroy

Bookmark and Share

venerdì 16 maggio 2008

Eddie Vedder, miele, rabbia e tanta passione


Ho imparato a stimarlo col tempo; quando la sua band, i Pearl Jam, esplose a livello mondiale (erano i primi anni 90) ero ancora coinvolto dal Metal.
Da purista (ho imparato a detestare i purismi) snobbavo un pò il Grunge. Ma quale Grunge poi?
Ai Pearl Jam non calzano bene i confini di genere; forse non sono mai realmente appartenuti a quel movimento.
Anche se vengono fuori dall'ambiente di Seattle e sono contemporanei dei gruppi di punta come Nirvana, Soundgarden ed Alice in Chains. Gli unici ancora in piena attività, del resto.
Il loro sound è un Hard Rock che rieccheggia la lezione degli anni 70; la matrice Neo-Punk del movimento Grunge, così evidente nei Nirvana, in loro è nettamente più sfumata già nel primo lavoro (Ten, 1991).
Comunque li si voglia valutare, Eddie Vedder è l'anima della band; la sua voce inconfondibile a seconda dei momenti sprigiona miele, ambrosia, o rabbia e tristezza.
Più che un cantante, è un interprete che vive un processo di identificazione totale con le situazioni e i sentimenti che raccontano le canzoni dei Pearl Jam, o che lui decide di raccontare come solista.
Basti pensare alle atmosfere coinvolgenti che ha creato incidendo le colonne sonore di Dead Man o di Into The Wild.
Un artista a tutto tondo, scrive i testi e oltre a cantare suona più strumenti: la chitarra è l'eletta, ma non trascura l'armonica.
L'altra dimensione di Eddie Vedder è l'impegno politico. Anche in questo si rivela figlio della canzone americana impegnata dei seventies, o se vogliamo è il fratello artistico di Bruce Springsteen.
Seppur con parole diverse, con sensibilità diverse, entrambi hanno parlato dell'America popolare, con le sue storie di esclusione e fatica. E' nota la l'opposizione a Bush di Eddie Vedder.
Da questo punto di vista, l'influenza più netta nella sua poetica sono gli Who, per i quali nutre un'autentica venerazione: ne ripropone le cover e ha pure suonato con loro.
Eddie Vedder non ha esitato a mettersi in contrasto con le etichette discografiche o con le società che gestiscono la vendita dei biglietti per i concerti. I Pearl Jam sono una delle poche band contemporanee a non girare video dei loro singoli.
Un personaggio in controtendenza. Un bel personaggio.
Bookmark and Share

domenica 16 marzo 2008

Gli Who, volto romantico del rock

Gli Who: quante cose ci sarebbero da dire, c'è materia per un libro. E' il destino che accomuna le leggende della musica.
Gli Who hanno collezionato i dischi d'oro e i premi come se fossero figurine, sono stati citati come influenza determinante, nell'arco di oltre quarant'anni di carriera, da tanti nomi che contano (fra gli altri Clash, Pearl Jam, Green Day, Ramones, White Stripes).
Sono stati i portabandiera degli anni 60, contribuendo a caratterizzarne la controcultura giovanile. Presenti a tutti i momenti fondamentali, come Woodstock o il festival dell'isola di Wight.
Hanno continuato a essere un gruppo di successo per tutti i 70 e a godere di una devozione intergenerazionale che arriva fino a oggi, passando indenni in mezzo alle mode.
Gli Who come parte (assieme a Beatles e Rolling Stones) della trimurti da cui è scaturito il pop in senso lato. A mio parere, i migliori fra i tre.
Per la storia, si può leggere l'ottima scheda di Wikipedia o dare un'occhiata al sito ufficiale della band.
Gli Who sono il volto romantico del rock, come può esserlo ad esempio Bruce Springsteen che tuttavia appartiene a un altro paese e un'altra generazione.
Le canzoni, gli atteggiamenti pubblici e le scelte personali dei quattro britannici sono il manifesto dei giovani ribelli che si giocano tutto, coerentemente, in prima persona.
Roger Daltrey e soci hanno tradotto in musica e songwriting il senso di esclusione e di rivolta che iniziava contro la società, come nei primi singoli di successo della band, Can't Explain e My Generation. Gli uomini giusti al momento giusto, potremmo dire.
Era una rivolta a tratti scomposta e priva di obiettivi, concretizzata nel movimento londinese dei Mods che li aveva eletti a leader.
Romantici dunque perchè pronti al rifiuto, alla lotta senza compromessi combattuta con chitarra e penna, come recita il titolo di una loro canzone "tarda" (the Guitar And The Pen - album Who Are You, 1978).
Per questo vengono considerati gli anticipatori del punk; ma non si sono limitati a esprimere ingenuamente delle semplici pulsioni.
Gli Who hanno esplorato la sfera dei sentimenti, hanno ricercato la genuinità e la purezza, hanno criticato con intelligente ironia la politica, la società omologante dei consumi di massa, come nello splendido The Who Sell out. Un album attuale oggi più che mai.
E hanno raccontato con rara efficacia il sofferto cammino dell'adolescente verso la maturità nell'immaginifico Tommy, che è prima di tutto un racconto interiore del chitarrista Pete Townshend.
Gli Who allora come archetipo del mondo rock, e questo anche sul piano stilistico. Il loro sound prende le mosse dal rock americano, nonostante i Mods combattessero nelle strade una guerra senza quartiere contro i Rockers proprio perchè questi ultimi restavano fedeli agli idoli della prima ora (Elvis, Eddie Cochran, Gene Vincent etc...).
La seconda ascendenza è il Rhytm and Blues in quegli anni in ascesa; entrambi vengono fusi in una miscela dura e nervosa, con la chitarra distorta di Townshend a dominare prima di essere immancabilmente fracassata sul palco; gesto assai scandaloso per i tempi.
Ma è un sound che con gli anni si fa più studiato e articolato; nasce l'Opera Rock, il Concept Album che racconta di canzone in canzone un'unica storia.
Dopo Tommy e The Who Sell Out è un'idea che trova l'apoteosi con lo spettacolare Quadrophenia (1973), rievocazione nostalgica della Swinging London dei Mods (da cui sarà tratto l'omonimo film con Sting), a dimostrare la grande maturità tecnica e compositiva ormai raggiunta dal gruppo.
Dopo la morte del batterista Keith Moon (1978) il vecchio incantesimo perde a poco a poco vigore; gli Who vanno avanti fino a It's Hard (1982) e poi, proprio perchè è dura, si sciolgono.
Iniziano nuove storie, in particolare per Townshend animatore di svariate iniziative musicali e teatrali.
Gli Who però tornano in scena per tour e concerti celebrativi o benefici; da segnalare le serate alla Royal Albert Hall (dove i nostri maestri sono accompagnati da Noel Gallagher, Eddie Vedder e altri) documentate, per chi lo trova, nel triplo cd pubblicato nel 2003.
Del 2006 è invece il primo album in studio dai tempi di It's Hard: Endless Wire, che racconta come Daltrey e Townshend (a questo punto orfani anche di John Entwistle, morto nel 2002) vedono il mondo di oggi con le sue meraviglie tecnologiche (ma sono tali davvero?).
Bookmark and Share

sabato 2 febbraio 2008

Foo Fighters, oltre i Nirvana?

I Foo Fighters, di cui quest'anno ricorre il tredicesimo compleanno, si sono sempre confrontati con un dilemma: Nirvana o non Nirvana?
Per Dave Grohl che ne è leader il paragone ricorre inevitabile. Assieme a Kurt Cobain e Christ Novoselic è stato animatore del gruppo più significativo e amato (assieme ai Pearl Jam) dell'ondata Grunge.
Dopo la morte di Cobain e lo scioglimento dei Nirvana non ha temporeggiato; ha subito lanciato un nuovo progetto.
Si è chiuso in studio e ha inciso un album da solo, in cui ha cantato e suonato tutti gli strumenti.
E' l'omonimo Foo Fighters del 1995. La copertina riporta l'immagine di una pistoletta laser da marziani dei fumetti, che starebbe bene in mano ai cattivissimi alieni del film Mars Attacks.
Un modo per ironizzare sulla passione ufologica che Grohl ha sempre avuto, che lo ha portato a battezzare il suo progetto musicale col nome che i piloti alleati della seconda guerra mondiale davano agli oggetti misteriosi che ogni tanto intercettavano nei cieli.
O a manifestare tutto il suo entusiasmo quando, qualche anno fa, ha avuto la possibilità di suonare nel Roswell Center del New Mexico, l'attrazione costruita sul vecchio campo d'aviazione dove, a quanto si narra, nel '47 si schiantò il famoso disco volante.
Dopo quel primo assaggio i Foo Fighters si trasformano in vera band, con il reclutamento di altri musicisti (Grohl ha riservato per se la voce e una delle chitarre).
Ma dal nuovo ensemble il vecchio compagno Novoselic è sempre rimasto fuori; Grohl evidentemente fin dagli esordi intendeva guardare oltre e scrollarsi di dosso l'immagine di quello che aveva suonato la batteria nei Nirvana. Ci è riuscito?
Il sound dei Foo Fighters li richiama parzialmente; pezzi veloci e compatti, chitarre molto distorte, cantato urlato, assenza quasi totale di assoli. La furia neo-punk che si poteva cogliere nella produzione di Cobain si è in parte mantenuta.
Però i Foo Fighters sono più orecchiabili, o perlomeno hanno una vena hard-rock più marcata; non disdegnano le incursioni nel semiacustico e nelle ballate e compongono brani più articolati e di respiro.
Anzi, col passare del tempo questa dimensione si fa sempre più evidente e li porta a smarcarsi dal puro retaggio eversivo dei lavori di Cobain, da quei telegrammi nichilisti. Allora valgono meno in termini strettamente artistici? Sono più commerciali? Domanda aperta.
Qualche caduta di tono comunque l'hanno avuta; "There Is Nothing Left To Lose" (1999) non è sensazionale, come non lo è l'esperimento Unplugged di "Skin & Bones" (2006); il loro repertorio non si presta benissimo alla conversione integrale in acustico.
A Settembre 2007 è uscito invece "Echoes, Silence, Patience And Grace", che fila via come un treno.
A volte identificati come gli ultimi epigoni del Grunge, a volte invece come il gruppo post Grunge più importante, in realtà i Foo Fighters sono semplicemente una band che suona rock'n'roll, e per giunta molto bene.
Bookmark and Share

mercoledì 16 gennaio 2008

Saxon, i templari del metal


Post nostalgico dedicato ai Saxon di Biff Byford, di cui ieri ascoltavo in auto un cd ripescato dopo molto tempo dall'archivio.
I Saxon possono essere definiti i templari dell'Heavy Metal; sono una di quelle band, come i Judas Priest, che hanno sempre portato avanti con coerenza il messaggio dell'Heavy nudo e crudo, alieno dai compromessi.
Quindi una di quelle band destinate ad essere giudicate da qualcuno ripetitive e un pò grottesche, visto che gli anni sono passati e sono ancora in attività, con le stesse parole d'ordine di una volta.
Ma per chi come me a metà degli anni 80 era un ragazzino, i Saxon sono importanti. Naturalmente parlo di chi voleva dalla musica emozioni più forti di quelle che poteva regalare il pop da classifica dell'epoca e si aggregava a quelli come lui, quelli contro, i cosiddetti metallari.
D'altronde gli anni 80 sono stati l'ultimo periodo caratterizzato dalle tribù giovanili. Metallari, Punk, Paninari (oddio, pure loro!!), Dark, Rockabilly, Skins.
Tante tribù in competizione, tutte convinte di interpretare una nuova contestazione, una nuova controcultura.
Se escludiamo la fiammata violenta ed antisistema del Punk Rock erano tutto sommato innocui, ma hanno portato colore e hanno accompagnato una stagione irripetibile di grande musica.
Oggi invece, in un mondo magmatico dove i ragazzi tendono a somigliarsi tutti, a vestirsi tutti allo stesso modo, a parlare lo stesso linguaggio, il massimo della distinzione è appartenere alla tribù della Tim: il che è tutto dire.
Comunque, i Saxon sono i crociati dell'Heavy (un loro album si intitola proprio Crusader). Si sono sempre presentati come guerrieri, i Sassoni per l'appunto, che portano nel mondo un messaggio musicale e uno stile di vita.
Lotta e onore o Power And The Glory (parafrasando il titolo di un altro loro album) e per questo sono stati accusati di simpatie destrorse, non tenendo conto che il Metal è un genere musicale fondamentalmente apolitico.
Partiti di gran carriera con le altre band della New Wave Of British Heavy Metal, a cui appartengono fra gli altri le superstar Iron Maiden, fino alla metà degli anni 80 sono stati un gruppo di riferimento con un buon riscontro di mercato.
Potevano contare su un seguito affezionatissimo e su audience bollenti alle loro esibizioni e provocavano l'irresistibile tentazione di alzare a palla il volume dello stereo.
Consigliati tutti gli album da quello di esordio (Saxon, 1979) a Innocence Is No Excuse (1985) o il caldo documento live The Eagle Has Landed (1982).
Bookmark and Share

giovedì 13 dicembre 2007

Il trionfo dei Led Zeppelin a Londra


Londra, 10 Dicembre 2007: alla fine si sono ritrovati e hanno suonato ancora insieme, dopo tanti anni. Quanti?
Ogni giornale ha sparato la sua. C'è chi dice 19, chi 20, chi (Repubblica) addirittura 27.
All'appuntamento mancava solo John Bonham che a causa della sua natura selvaggia ed incontrollabile ne aveva colto un altro, con la morte, nel 1980.
Ma alle pelli c'era suo figlio Jason, che è un batterista altrettanto dotato. Robert Plant, Jimmy Page e John Paul Jones: i tre giganti che hanno detto molte delle cose che il rock, ancor oggi, continua a ripetere talvolta in modo inconsapevole.
Tre personaggi che milioni di persone in tutto il mondo, compreso il sottoscritto, amano profondamente, perchè rappresentano l'abc del rock; loro e solo pochi altri ne hanno saputo esprimere a fondo i vari significati.
A seconda dei momenti irruenti e crudi, oppure romantici e dolci; misteriosi, festosi e subito dopo malinconici. Immediati oppure colti e studiati.
Essendo musicisti totali, nei loro 8 album in studio hanno spaziato con disinvoltura accademica da una sonorità all'altra, in continua contaminazione ma senza esagerare e perciò evitando di diventare stucchevoli o cerebrali.
Sono davvero la madre di tutte le band? Impossibile dirlo. E i Beatles allora? E i Rolling Stones? Gli Who?
Sono alberi genealogici improponibili. Però ognuno di noi si porta dentro un nome, una canzone, una discografia che lo hanno cambiato.
Per me sono sicuramente i Led Zeppelin, perchè mi hanno messo in comunione totale e definitiva con il genere rock, me lo hanno fatto capire ed entrare dentro.
Com'è stato il concerto? Dicono buono. Ad ogni modo un grande evento, a cui hanno partecipato 18.000 persone. Altra cifra: le prenotazioni via Internet hanno generato 87 milioni di contatti.
I resoconti dei media dicono che il pubblico presente era assolutamente intergenerazionale, dai 20 ai 60 anni; cosa che ho notato anch'io, in scala, al concerto di Plant a Pordenone nel 2005.
Perchè un'aspettativa così alta per un gruppo di quasi sessantenni? Perchè questo trionfo? La nostalgia dei più anziani c'entra ma non spiega tutto, vista l'età di molti spettatori.
I Led Zep sono il simbolo di un modo genuino di fare musica che oggi latita. Questa è la vera nostalgia che tanti provano.
Dopo 27 anni sono tornati, anche se forse solo per una sera e "The Song Remains The Same", come dice una delle loro stupende canzoni, una delle sentenze che ci hanno consegnato.
Bookmark and Share

sabato 1 dicembre 2007

Ben Harper l'ultimo cantore afroamericano

Ben Harper mi piace perchè probabilmente è l'ultimo cantore della tradizione musicale afroamericana.
Quel favoloso viaggio iniziato ai primi del 900 con il blues, da cui in un incessante rapporto di filiazione sono derivati il Soul, il Funky, il Rock e così via fino al giorno d'oggi.
Mi piace perchè è un personaggio a se stante, alternativo rispetto alla valanga pacchiana di Hip Hop che monopolizza l'attuale scena afro, un prodotto industriale per orecchie di poche pretese che viene spinto all'inverosimile dal circuito dei media e delle case discografiche.
Da questo punto di vista è senz'altro un sopravvissuto; non si è adeguato alle tendenze del momento, ma ha preferito studiare la slide guitar come i vecchi maestri blues di cui si sente apprendista ed allievo.
Ben Harper è nativo di Claremont, Virginia, e da buon virginiano di colore ha respirato sin da bambino una certa aria, favorito in questo dall'attività della famiglia che gestisce un negozio di musica e lo ha incoraggiato a coltivare la passione per il magico mondo delle note.
Il suo esordio è nei primi anni 90; all'inizio è conosciuto solo nel circuito delle radio e delle università, poi viene scoperto e lanciato verso il successo. Nulla di diverso rispetto ad altri nomi diventati famosi.
Il percorso di Ben Harper inizia con un album di stile semi acustico (Welcome To The Cruel World, 1993), dove alterna momenti intimisti a denunce di carattere politico e poi devia verso un rock più deciso ed aggressivo, come per es. in Fight For Your Mind (1995) e The Will To Live (1997).
Si lascia sedurre dalle contaminazioni del Funky e del Reggae (in Diamonds On The Inside, 2003 e Both Sides Of The Gun, 2005) senza disdegnare una digressione nel gospel con lo stupendo There Will Be A Light (2004), inciso insieme al coro dei Blind Boys Of Alabama e che gli ha fruttato un meritato Grammy.
Con il recente Lifeline (2007) è ritornato a sonorità più blues-rock e ad atmosfere più riflessive, testimoniate dal ritrovato carattere intimista dei testi che hanno un pò tralasciato la tematica politica.
Ben Harper è l'ultimo menestrello della tradizione afroamericana; la sua musica ne rappresenta una sintesi, una riscoperta guidata dalla mente e dal cuore di un musicista ispirato e di buon gusto.
E' un cantautore impegnato, di denuncia, in un mondo dominato dal conformismo e dal pensiero unico; scusate se è poco.
Bookmark and Share

giovedì 1 novembre 2007

Un folletto di nome Angus Young


Angus Young è uno dei due archetipi del chitarrista rock.
Nell'arco della sua più che trentennale carriera, spesa interamente negli inossidabili AC/DC, ha incarnato il lato più viscerale ed istintivo di questo genere come pochi altri hanno saputo fare.
L'altro archetipo è quello del chitarrista colto, dallo stile complesso tecnicamente e ricco di riferimenti: categoria a cui appartengono nomi come Ritchie Blackmore, Jimmy Page e Tony Iommi fra gli altri. Musicisti venerati e di atteggiamento un pò algido, distaccato.
Angus è diverso; è un autodidatta dallo stile semplice (e per questo snobbato da una parte della critica), che ha imparato a suonare da solo ascoltando gli album degli Yardbirds, degli Who e di Muddy Waters.
Si è sempre posto, come tutti i membri degli AC/DC, in comunione totale con il pubblico. Un dilettante allo sbaraglio assurto a fama mondiale grazie alle ritmiche sfrenate e grezze impresse all'Hard Rock, ai riff al fulmicotone che fuoriescono dalla sua Gibson modello diavoletto.
E' un folletto che rappresenta il feeling più profondo del rock, la pancia del genere, specularmente ai personaggi succitati che ne rappresentano invece la testa.
Nel film School Of Rock, l'insegnante interpretato da Jack Black per spiegare ai suoi allievi come deve essere una chitarrista fa vedere un video di Angus.
Il suo marchio di fabbrica sono le esibizioni dal vivo in cui si dimena come un ossesso, saltando di qua e di la vestito con la celebre divisa da scolaretto, suggeritagli dalla sorella.
Gli AC/DC in effetti nascono come una questione di famiglia. Ne sono fondatori, all'alba degli anni 70 Angus ed i suoi fratelli Malcom (chitarra ritmica) ed Harry Young, che ne produrrà gli album per diversi anni.
Gli Young appartengono all'ambiente dell'immigrazione scozzese di Sydney, Australia; un ambiente tosto, fatto di grandi lavoratori ed altrettanto grandi bevitori.
Gente sanguigna ed un pò ai margini, pronta a menare le mani soprattutto dopo una serata al pub; gli Young rispettano la tradizione, già ai tempi della scuola si segnalano per il carattere fin troppo vispo e la scarsa dedizione allo studio.
Quando prende corpo il progetto di fare musica, incontrano sul loro cammino un altro figlio di emigranti scozzesi, Bon Scott.
Anarchico ragazzo di strada che di tanto in tanto finisce nei guai con la giustizia e viene piazzato davanti al microfono (pure lui è un dilettante allo sbaraglio) .
Bon Scott evidenzia uno stile canoro molto originale, è un urlatore blues capace di passare dalle vocine infantili o maniacali ad interpretazioni struggenti e sofferte. Unico.
Con l'ingresso di Phil Rudd alla batteria e di Mark Evans al basso la squadra è completa, gli ingredienti per un cocktail esplosivo sono pronti.
Gli AC/DC iniziano un percorso che li porterà ad essere uno dei gruppi Hard più amati, con il loro tipico, bollente boogie rock dalle venature blues, che nel corso degli anni 80 assume connotazioni più heavy mantenendo però sempre un imprinting inconfondibile.
Gli anni 80 tuttavia si snodano senza Bon Scott, morto nel Febbraio dell'80, soffocato dal vomito dopo l'ennesima sbronza.
Viene sostituito da un altro urlatore d'eccezione, lo scozzese (tanto per restare in tema) Brian Johnson, che riesce nel non facile compito di farsi accettare dai fans.
Gli AC/DC sono stati fonte d'ispirazione di decine di gruppi. Angus ne è l'anima ed è uno dei pochi musicisti che hanno tirato fuori completamente il potenziale energetico di questo genere.
Volare a un milione di watt.
Bookmark and Share

venerdì 26 ottobre 2007

Kyuss, l'estinzione della specie


I Kyuss hanno suonato assieme circa dieci anni, dal 1988 al 1997. Una band californiana che non lo sembra affatto.
Se si pensa alla California e la si associa alla musica, cosa viene in mente?
D'istinto si pensa ad un tipo di rock solare, da classifica, da "easy listening". Possono venire in mente i Beach Boys, con le loro sciocche canzonette da spiaggia o magari l'orecchiabilità di vari gruppi AOR che impazzavano fra gli anni 70 ed 80.
Possono venire in mente i Van Halen, esponenti di un rock commerciale che però bilanciavano con un indiscutibile talento ed i furibondi raid chitarristici di Eddie Van Halen, grande innovatore della sei corde.
Le ville di Malibù con vista sul mare, i Grammy Awards, l'oca miliardaria Britney Spears e la dolce, eccessiva vita delle rockstar: celebri sono rimaste le scorribande di Vince Neil dei Motley Crue in Limousine attrezzata con Jacuzzi ed escort prosperose.
Ma la California ha anche un altro volto; esiste una California periferica e poco frequentata; un entroterra sabbioso ed oscuro, più scarno e trasognato se vogliamo. Questa California ha il volto dei Kyuss.
Nome curioso, preso dal gioco di ruolo Dungeons & Dragons, per una band che parte dai Black Sabbath, dalla loro idea di musica inquietante ed angosciata e li mescola alla pesantezza del Trash Metal.
Altra numerosa famiglia di guastatori del suono che ha avuto i natali proprio nella solatia California, in particolare nella bay area di S. Francisco, a smentire la spensierata immagine da copertina che ha questa terra.
I Kyuss sono gli interpreti più rappresentativi dello "Stoner Rock", vale a dire del rock fumato (stoned significa appunto questo in inglese).
Un filone con vari protagonisti, un fenomeno comunque rimasto a livello underground, a lato della musica da classifica, per tutto il suo ciclo di vita.
La sonorità dei Kyuss oscilla fra il metal d'impatto e suite complesse e spesso sbilenche; passa da pezzi aggressivi a momenti malinconici e sballati.
Sono una band dal suono particolare, che regala all'ascoltatore piccoli deliziosi viaggi in un luogo marginale e rarefatto, nell'entroterra della California con le sue strade secondarie e le sue piane isolate, dalle valenze metafisiche.
Dovremmo dire erano, visto che si sono estinti con tutta la specie degli Stoner Rockers. Due dei loro membri (il chitarrista Josh Homme ed il batterista Alfredo Hernandez) hanno fondato i Queens Of The Stone Age. Nuove esperienze, l'evoluzione della specie.
Ma il "Desert Sound" ogni tanto resuscita: Homme si è dato cura di gestire un progetto (the Desert Sessions), che prevede la pubblicazione di raccolte di brani dei musicisti della scena californiana.
L'altra s'intende, non quella delle classifiche e della dolce vita.
Caldamente consigliati: Blues For The Red Sun (1992) e Welcome To Sky Walley (1994).
Bookmark and Share

mercoledì 10 ottobre 2007

Tony Iommi il signore dei riff

Tony Iommi fra i guitar hero che il rock ha prodotto è uno dei più oscuramente suggestivi.
Il suo stile chitarristico è grezzo e pesante, parte da riff nervosi che restano impressi a fuoco nella memoria.
Tuttavia è in grado di decollare inaspettatamente verso sonorità aeree, cristalline e limpide che spiazzano l'ascoltatore.
Come tutti i maestri della vecchia generazione, Iommi ha robuste basi blues, che nel suo caso si fondono con evidenti influenze jazzistiche.
La sua carriera si è svolta quasi tutta all'interno dei Black Sabbath, di cui è stato l'anima creativa.
Inizia nel natio borgo di Birmingham, Inghilterra, dove si esibisce giovanissimo assieme al batterista Bill Ward con i Mithology.
La rivalità rispetto agli altri complessini locali è forte; lo è in particolare con i Rare Breed, capitanati dall'istrionico ed irrequieto cantante Ozzy Osbourne.
I due non si possono soffrire, ma finiscono per fondare i Black Sabbath (e continueranno a fare scintille), in cui reclutano il fido Ward ed il talentuoso bassista Geezer Butler.
Non prima però di aver calcato brevemente le scene sotto l'improbabile nome di Polka Tulk, preso da un negozio di vestiti indiani (era il periodo dei figli dei fiori).
Black Sabbath è anche il titolo dell'album d'esordio (1970) e della title track, che ne assurge a manifesto e li segnala subito all'attenzione.
Atmosfere cupe, gotiche, immagini horror e richiami al satanismo, concepito più come un'espediente per scioccare che come una fede realmente sentita, data la loro assodata ignoranza in materia esoterica.
Ozzy, nel suo tipico modo, ricorda che Black Sabbath voleva essere una reazione pessimistica a "tutta quella merda di peace, love and happiness che c'era in giro".
Nel giro di pochi anni si costruiscono una fama mondiale basata sugli oltraggi ed un sound particolarissimo, un'ossatura hard su cui si innestano virtuosismi ed architetture progressive.
E' il periodo più espressivo, i capolavori si susseguono: Master Of Reality, Sabbath Bloody Sabbath, Sabotage...
Dopo la pubblicazione del sottovalutato Never Say Die (1978) avvenne la rottura fra Iommi ed Ozzy, che essendo fautore di un rock semplice ed istintivo, non reggeva più lo sperimentalismo del chitarrista ed iniziò una fortunata carriera solista.
Negli anni 80 i Black Sabbath assumono un sound più definito e compatto, un heavy metal che ha dato il via al sottogenere Epic.
A causa dei frequenti cambi di formazione (persino Jan Gillan dei Deep Purple vi ha militato brevemente) diventano sempre più la band personale di Tony Iommi; la vena di una volta si è un pò persa, ma vi sono episodi pregevoli all'inizio del decennio, quando Ozzy viene sostituito alla voce dal piccolo ma grintoso Ronnie James Dio.
Dalla metà degli anni 90 inizia la stasi, l'età della pensione, interrotta da alcune riunioni della line up storica, che ha suonato ancora assieme e ha dato alle stampe il live Reunion.
Operazioni nostalgia, come se ne fanno tante, che ruotano però attorno a Tony Iommi, personaggio cruciale che ha influenzato almeno due generazioni di adepti della sei corde e compare ai primi posti in tutte le classifiche dei migliori chitarristi rock.
Sabbath rules!
Bookmark and Share

mercoledì 3 ottobre 2007

Eugene Hutz, un rivoluzionario dall'est

Eugene Hutz è uno dei pochi personaggi genuini ed originali del panorama musicale di oggi.
Nativo dell'Ucraina, del profondo est europeo, e' emigrato negli USA con la famiglia dopo il disastro di Chernobyl.
Ragazzo diviso a metà, come tutti gli emigranti di qualsiasi luogo e qualsiasi tempo, fra inquietudini ed incertezze va a caccia di un'identità mai completamente definita.
Ne di qua, ne di là. Canta e suona la chitarra.
E forse per questo ricerca le sue radici attraverso la musica; è il fondatore ed animatore dei Gogol Bordello, nome che è già tutto un programma.
I Gogol Bordello sono in realtà un collettivo di musicisti dal numero variabile, quasi tutti appartenenti agli ambienti dell'immigrazione russa.
Iniziano a suonare a New York, ai matrimoni degli immigrati dell'est, e a furia di strepitare e sconquassare gli strumenti si mettono in mostra. Fino ad arrivare all'agognato traguardo, l'album in studio (Voi-la Intruder). E' il 1999.
Da qui l'ascesa, fino al recente Super Taranta! (2007), anche se a tutt'oggi appartengono ancora all'underground; dubito che li vedremo mai nella top ten di MTV...ed è meglio così.
Violini, chitarra, percussioni, fiati, basso, armonica, batteria, numeri improvvisati di giocolieri sul palco, ritmi forsennati o astutamente cadenzati.
Tutto questo sono i Gogol Bordello, che recuperano la tradizione popolare slava e la abbinano, in una logica crossover, al rock nella sua accezione più immediata e punk.
Senza disdegnare magari una puntatina verso altri impensabili territori, come il reggae o addirittura le tarantelle mediterranee.
Eugene Hutz del resto non ha mai nascosto la sua simpatia per l'Italia, dove ha vissuto per qualche tempo.
I loro testi, cantati in un inglese dall'inflessione irrimediabilmente slava, sono permeati da graffiante ironia e puntano al divertimento puro. Come nella canzone Think Locally Fuck Globally che potrebbe esserne degno manifesto.
E' un bordello sonoro solo apparente, perchè vive di una regia attenta. E si arricchisce dell'istrionismo di Hutz e dei suoi compari, che dal vivo portano avanti uno spettacolo dai mille colori. L'uomo infatti si fa riconoscere, fra le altre cose, per i bizzarri costumi di scena.
Potremmo definirlo un eclettico immigrant punk (dal titolo di un altro loro brano). Difatti ha anche recitato insieme ad Eliah Wood, il Frodo del Signore degli Anelli, nel film Everything is Illuminated, dove ha interpretato il ruolo di un dj di Odessa.
Forse è solo da un crossover come questo, che sposi la ethnic music, che il rock può riprendersi dal letargo in cui è caduto.
Se è così, allora il rock non è morto.
Bookmark and Share

mercoledì 26 settembre 2007

Rob Halford, vita in nero

Rob Halford da Birmingham.
Con il passare del tempo assume un'aria sempre più inquietante, vampiresca. Rob Halford come Nosferatu.
Cantante dotato di grande estensione, di una voce calda ed inconfondibile, a 56 primavere raggiunte è ancora in grado di tenere il palco senza cedimenti, lanciando acuti che suscitano brividi alla spina dorsale. Grida di guerra.
Ma soprattutto è una figura carismatica, la bandiera universale dell'heavy metal senza compromessi. La perversa musa ispiratrice di altri interpreti del genere.
Esattamente come la sua band, gli energetici Judas Priest, che hanno dato l'imprinting al suono di molti altri gruppi più giovani; loro, insieme ai Black Sabbath, hanno gettato i semi da cui sono nati i figli più degeneri dell'heavy: speed, trash e death metal.
Rob Halford è un uomo controcorrente, sempre fuori dagli schemi; nel 1998, durante un'intervista ad MTV ha fatto outing, come si suol dire.
Rivelando al pubblico metal, notoriamente machista, la sua omosessualità, che gli altri membri dei Priest hanno sempre conosciuto.
Una confessione non semplice, in un mondo abituato alle gesta di rockstar sciupafemmine e a sentir celebrare in tante canzoni le gioie dell'amore eterosessuale. Ma l'affetto che lo circonda ha prevalso.
E' un uomo che predilige le tinte forti; non solo per le scelte artistiche, ma anche per il look provocatorio, sempre in bilico fra il sado-maso e la ieraticità di un devoto alla causa del rock.
I Judas Priest hanno dato non pochi grattacapi alla censura; le Washington Wifes, associazione di mogli dei parlamentari americani, volevano censurare i loro pezzi, sempre molto espliciti in materia di sesso.
Sono stati anche coinvolti in un procedimento giudiziario (risolto a loro favore) che li accusava di aver spinto al suicidio due giovani, a causa di messaggi subliminali contenuti nel brano Better By You, Better Than Me. La solita vecchia storia.
Dopo l'uscita del granitico Painkiller (1991), vero monumento e canto del cigno del genere heavy, ha intrapreso la via solista con risultati onorevoli, passando attraverso vari progetti culminati nell'intenso doppio dal vivo Live Insurrection (2001).
Dopo, il ritorno ai Priest, che orfani del loro leader non erano più gli stessi.
Rob Halford ed i Judas Priest rappresentano un'idea della musica fatta di coerenza, sincerità, trasporto verso il pubblico e vera trasgressione.
Tutti elementi pressochè sconosciuti ai "posers" del carrozzone rock di oggi. O no?
Un genuino defender of the faith, come recita uno degli inni che i Priest hanno consegnato alla storia della musica.
Bookmark and Share

mercoledì 19 settembre 2007

Sir Robert Plant


Robert Plant, leggenda vivente del rock. E' difficile scrivere qualcosa su un tale, gigantesco personaggio.
Potremmo dire, prima di tutto, che a quasi 40 anni dall'esordio discografico con i Led Zeppelin (era il 1969, un esordio col botto, di quelli che hanno cambiato la musica), Sir Robert è ancora artisticamente vivo. Un miracolo.
Cantante, o meglio artista appassionato e curioso, sensibile alla sperimentazione ed alle contaminazioni, dopo lo scioglimento dei Led Zep nel 1980 ha sempre ricercato nuove strade.
Un percorso di esplorazione delle tante possibilità della musica, secondo alcuni con risultati contraddittori, ma se non altro non si è mummificato, non è diventato la caricatura di se stesso (chi ha detto Rolling Stones?).
Percy, come lo chiamavano i suoi compagni negli anni gloriosi dei Led Zeppelin, è un senatore del rock, l'appellativo Sir gli calza bene; è vissuto in mezzo al glamour ed agli eccessi delle rockstar, senza però autodistruggersi come altri suoi colleghi.
Anzi, col passare degli anni ha assunto atteggiamenti sempre più sobri, signorili, decisamente british.
Ma soprattutto è un uomo capace di rimescolare le carte. Con complici sempre diversi. Quello che sta avvenendo con gli Strange Sensations, il nuovo progetto in cui ha coinvolto musicisti giovani e virtuosi come John Baggott (ex Portishead e Massive Attack).
Un ottimo album nel 2005 (Mighty Rearranger) ed uno nuovo che dovrebbe essere pronto nel 2008. Infaticabile Plant, senz'altro non è più capace dei vocalizzi di un tempo, ma l'entusiasmo, l'amore, è intatto.
Chi come me lo ha visto dal vivo a Pordenone nel Novembre 2005 può confermare.
Sir Robert è, nello scenario complessivamente desolato della musica di oggi, un ponte. E' un vero "Mighty Rearranger" che avverte la necessità, quasi l'urgenza di ricapitolare la grande lezione che parte dal blues, passa per il rock ed arriva al crossover di oggi.
Un lungo viaggio che inizia dai maestri blues come Willie Dixon e Robert Johnson e attraversa le tendenze di un trentennio.
Provare, per credere, Dreamland (2002) o la raccolta Sixty Six To Timbuktu (2003).
Bookmark and Share