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mercoledì 10 marzo 2010

Zapata, Farinas e altri: a Cuba continua la mattanza dei dissidenti

Eccone un altro che rischia la pelle; Guillermo Farinas ha lasciato l'ospedale dove era stato ricoverato, a seguito dello sciopero della fame intrapreso per protestare contro la morte di Orlando Zapata e per chiedere la liberazione di una ventina di dissidenti.
Sulla questione degli oppositori a Cuba mi sono preso la briga di leggere gli interventi pubblicati su Latino America.
Minà e i suoi collaboratori sono battaglieri come sempre nel difendere la Revoluciòn; eppure a me i conti non tornano.
E' vero che gli Stati Uniti mettono in pratica contro Cuba una politica assai discutibile, che nonostante il passare del tempo e l'avvicendarsi dei presidenti nella sostanza non è cambiata.
Washington considera ancor oggi il Caribe e più ampiamente il Sud America come il suo cortile di casa, non ha ancora imparato a impostare i suoi rapporti con gli altri stati del continente su basi paritarie.
E' vero anche, come ricorda Minà, che sull'agguerita diaspora anticastrista dei cubani in Florida gravano sospetti (documentati e consolidati) di legami con i servizi USA e con la criminalità: Scarface è un film di gangster, ma ha il pregio di aver fotografato certe collusioni che gettano un'ombra sulla lotta di chi rivendica per Cuba i fondamentali diritti democratici. Onesti e lazzaroni finiscono mescolati assieme.
Ed è vero, ahinoi, che anche in Italia si suicidano detenuti per protesta, se non vengono ammazzati di botte come nel caso ignobile di Stefano Cucchi, su cui ho visto calare un preoccupante disinteresse da parte dei nostri media.
Però, ciò che ha scritto la stampa di regime cubana sulla figura di Zapata puzza di vecchio, è un film in continua replica o una canzone già sentita un migliaio di volte. 
Le dittature, di qualunque colore, hanno sempre descritto i dissidenti come delinquenti comuni, folli o agenti al soldo delle potenze straniere.
Sakharov era trattato come un caso clinico dalle autorità dell'Urss; Ahmadinejad ha bollato i giovani dell'onda islamica come mercenari al servizio dei governi occidentali.
La "prensa" della magnifica isola rivoluzionaria ci dice invece che Zapata era un criminale, e Latinoamerica con Alessandra Riccio rilancia, riporta, ci crede. E' una redazione di pappagalli?
Una persona dotata di medio senso critico si chiede se è possibile che una persona si lasci morire d'inedia per avere la tivù in cella; soprattutto se non è un uomo di specchiata moralità (a quanto pare Zapata aveva precedenti per reati comuni), o come scrive ambiguamente la Riccio - un muratore ribelle - insomma un soggetto lontano da una sensibilità di tipo politico.
Continuando il parallelismo con l'Italia, dovremmo pensare che i detenuti da noi si tolgono la vita per avere qualche confort, qualche gadget in più, e non perchè le condizioni di vita nelle nostre prigioni sono diventate intollerabili?
E che dire di Farinas su cui Latinoamerica opportunamente tace? La sua bio ci racconta una persona di assoluta rispettabilità: psicologo, ex militare decorato, suo padre combattè con Che Guevara.
Ammettiamo che nelle carceri cubane non si tortura e che il regime castrista non mette a morte nessuno.
Però sequestra e intimidisce, com'è successo alla blogger Yoani Sanchez, prelevata per strada e dissuasa da poliziotti maneschi dal proseguire le sue attività.
Oppure, per ridurre al silenzio i disturbatori si incarcera; Farinas e altri come lui rivendicano un fondamentale diritto umano, la libertà d'espressione, che il governo dell'Avana nega imperterrito; esattamente come nega imperterrito altri diritti, la libertà di riunione e di associazione politica su tutti, che costituiscono la base di una democrazia.
Tanto mi basta per esprimere un giudizio sulla Revoluciòn e su certi padri - padroni, da Fidel a suo fratello Raul, che i pasionari alla Gianni Minà si ostinano a difendere facendo scorrettamente un minestrone di casi che  vanno tenuti distinti.
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giovedì 2 luglio 2009

Neda: l'immagine dice tutto


Un volto dice molto, o tutto, di una persona. Il volto bello di Neda esprime tutta la sua bellezza interiore, la sua purezza e la sua onestà.
Ancora una volta una dittatura brutale ha colpito; Neda è stata uccisa perchè manifestava per la libertà.
Il blocco di potere illegale dell'Iran non ha permesso che avesse esequie normali; hanno detto che apparteneva a una frangia terroristica; Khamenei ha affermato che dalle immagini si vede chiaramente che è stata uccisa dai manifestanti.
Però basta questo volto a smentire il castello di falsità che stanno cercando di mettere in piedi. E' un castello di carte, tutto quel regime lo è. Prima o poi cadrà.
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lunedì 7 aprile 2008

Olimpiadi, un'immagine vale più delle parole

Credo che quest'immagine sarà una di quelle che più caratterizzeranno le Olimpiadi del 2008. Ogni evento oggi viene simboleggiato da uno scatto fotografico o da una sequenza filmata in particolare. Questa sarà una delle immagini che rappresenteranno le Olimpiadi cinesi.
Come accadde per la primavera di Pechino dell'89, rimasta impressa nella memoria collettiva grazie alla foto del civile che si mette di fronte al carro armato per fermarlo.
Un piccolo, coraggioso e inerme cittadino bloccava la strada al mostro d'acciaio, sguinzagliato per le strade da una dittatura che aveva paura della gente, che schiacciò con le uccisioni e il terrore la protesta democratica.
A quasi vent'anni di distanza dai fatti di Tienammen le immagini tornano a perseguitare il potere cinese, a guastare la festa di Hun Jin Tao e della sua corte. Qualcuno nel coro ha steccato, il trombone suona sfiatato. Era ora.
Questa foto smaschera la falsità del regime; dietro la modernità, dietro l'immagine della Cina Felix proiettata a essere la principale potenza economica del XXI secolo, si nasconde la totale negazione dei diritti umani.
E si nasconde, o meglio si nascondeva fino a ieri, il dominio imperialistico sulla nazione tibetana, che per lingua, storia e cultura sta alla Cina come la Germania sta alla Spagna, o all'Africa nera.
Il Tibet è occupato illegittimamente dal 1950; ben prima che i militari sparassero sulla folla, solo con l'immigrazione di milioni di cinesi incentivata dal governo, ha subito uno stupro di massa.
E' nuda la fandonia sulla liberazione del Tibet dall'arretratezza, che il partito comunista ha propalato per cinquant'anni ai suoi sudditi; i quali candidamente (e si può capire) si stanno chiedendo come mai l'Occidente protesta. Loro non sanno, pure loro sono vittime: della propaganda.
Dispiace che ne faccia le spese la fiaccola olimpica, che richiama ben altri valori. Ma era inevitabile.
Così dopo Londra i tedofori sono sotto assedio a Parigi; la fiaccola viene messa al sicuro su un pullman, viene isolata dalla folla da un cordone di agenti.
Sono i poliziotti di quei governi che per pavidità e calcolo economico finora non hanno preso una posizione netta sul problema tibetano.
Almeno il CIO, con l'invito di oggi ad avviare il dialogo con il popolo tibetano, si è svegliato dal letargo.
I governi si adeguano alla corrente, la gente o almeno una parte della gente no. La protesta sale dal basso.
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venerdì 14 marzo 2008

Cuba, la farsa continua

La dittatura cubana, dopo il cambio della guardia tra Fidel e suo fratello Raul, ha deciso di aprirsi al mondo moderno.
Mentre Fidel, dopo una vita di monumentali arringhe sui palchi si sta dedicando alla scrittura (facile immaginare la pubblicazione di una altrettanto monumentale autobiografia), è stato annunciato che presto sarà possibile acquistare legalmente computer e lettori DVD e che, udite udite, si potrà addirittura possedere televisori con schermi oltre i 24 pollici.
Se i primi due divieti avevano una logica (un computer, magari collegato a Internet, o un DVD possono diffondere contenuti sconvenienti per la propaganda di regime), resta incomprensibile il terzo, ma tant'è pure quello è stato tolto.
Il paese delle esauste auto - dinosauro che hanno lo stessa tutela riconosciuta a certe specie animali, dove tutto è "sgarruppato" e resta insieme per misericordia, si apre alla civiltà multimediale.
Comunque non si potrà accedere a Internet e resta il divieto di possedere cellulari, merce rara riservata ai funzionari di partito e agli stranieri. Troppo pericoloso hablar e troppo pericoloso navigar nel mare delle informazioni in rete.
Resta da capire che se ne faranno di queste concessioni i cubani, la cui esistenza da decenni è scandita dalle tessere del razionamento e spesso non hanno i quattrini per comprarsi un paio di scarpe, figurarsi per comprare i meravigliosi gadgets elettronici liberalizzati dal regime.
Nel frattempo, le tessere del nuovo potere cubano sono state messe al loro posto; il nuovo leader Raul Castro ha spostato Tizio di qua e promosso Caio di là. Comunque tutti vecchi personaggi già appartenenti alla nomenklatura cubana.
Qualche volto nuovo, qualche promessa di riforma: senz'altro questo speravano i sudditi del regime, ma per ora niente da fare.
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Tibet: la Cina vince le olimpiadi della repressione

Dal Tibet le notizie, come le immagini, stanno arrivando in maniera ancora un pò frammentaria. Però la sostanza è chiara: i tibetani da circa due giorni sono nuovamente in rivolta contro il drago cinese.
Come in Birmania, sono i monaci buddhisti gli animatori della sollevazione contro Pechino e come in Birmania, di cui non si parla più, sono loro le principali vittime della repressione.
Il popolo tibetano è una minuscola comunità annegata nel mare cinese; qualcuno ha detto che i cambiamenti della storia sono dettati dalla demografia.
Verità parziale, perchè c'è sempre comunque bisogno di un forte supporto militare ed economico. La Cina di oggi possiede tutte queste caratteristiche.
Le Olimpiadi devono ancora iniziare ma verrebbe da concludere che quelle della repressione i cinesi le hanno già vinte.
Però non ci si può voltare dall'altra parte di fronte alla violenza del regime comunista di Pechino; una violenza particolarmente odiosa poichè si rivolge contro una nazione pacifica, custode della plurimillenaria saggezza buddista, contro uno dei membri fondatori dell'Onu.
L'occupazione illegittima del Tibet dura dal 1950 e la comunità internazionale se n'è sempre sostanzialmente disinteressata.
A maggior ragione adesso, a pochi mesi di distanza dalle Olimpiadi, che per il regime sono l'occasione per sbandierare il suo tronfio e volgare orgoglio nazionalista.
Tutti quanti tacciono imbarazzati, per non urtare la suscettibilità della principale potenza economica emergente.
Ma proprio per il fatto che le Olimpiadi stanno puntando con decisione i riflettori sulla Cina, emergono le occasioni più favorevoli per dare maggiore impatto mediatico ai malcontenti e alle rivendicazioni.
Il riesplodere della fronda tibetana ne è un esempio, ne è esempio anche il risveglio della protesta degli intellettuali cinesi, vittime di una repressione poliziesca a base di sequestri e incarcerazioni, o il presunto tentativo di sequestro di un aereo ad opera di estremisti islamici dello Xiniang.
Forse il giocattolo che il regime ha preparato si sta rompendo fra le sue mani: cosa potrà accadere ancora? E cosa serve per risvegliare la coscienza narcotizzata dell'Occidente?
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venerdì 29 febbraio 2008

Vladimir Putin, il leader nazionale

Lo sguardo di ghiaccio tipico della spia, il machismo sbandierato a volte in modo grossolano (come in questa foto), lo stile autorevole del grande statista: a Vladimir Putin non manca proprio niente per affascinare le masse.
Putin, al potere dal 2000, è il nuovo zar di tutte le Russie; non è riuscito o forse non ha voluto modificare la costituzione per assicurarsi il terzo mandato, ma si è assicurato un successore, Medvedev, a lui fedele.
Un giovane tecnocrate lindo e sicuro di se come lui, che eserciterà i poteri presidenziali nel solco della continuità.
Putin veglierà sul suo operato, ancorchè come primo ministro e quindi in una posizione formalmente subordinata.
Il gioco è fatto; la Russia il 2 Marzo svolgerà le elezioni presidenziali più farsesche e inutili del periodo post-sovietico, dopo quelle per il rinnovo della Duma.
Intimidazioni agli avversari, l'esclusione discutibile di liste avverse, i partiti di quella parte d'opposizione tollerata già rassegnati al verdetto.
Putin come Mussolini, che non reagiva alle continue e serrate critiche di Benedetto Croce per dimostrare che il Fascismo era rispettoso della libertà di pensiero.
Gli osservatori internazionali diserteranno il prossimo happening elettorale, essendo in totale disaccordo sulla sua gestione. Fine della democrazia.
Putin è un personaggio alla John Le Carrè; è un funzionario cresciuto, dopo la laurea in diritto internazionale (sic), nei ranghi del KGB e si narra che si commuova sempre quando rievoca quel periodo. Giovinezza primavera di bellezza.
Ed è un figlio d'arte, dato che anche suo padre militò nell'NKVD, la sinistra polizia politica di Stalin.
Queste le radici culturali del nuovo zar e perciò non sorprende affatto la gestione autoritaria del potere che ha caratterizzato la sua presidenza.
Putin appartiene alla generazione di burocrati e quadri rimasti orfani dell'Unione Sovietica (Vladimir era in Germania Est quando crollò il muro), che nonostante o forse grazie a questo sono riusciti a fare una grande carriera.
Putin nel 2000 era l'uomo giusto al momento giusto; il paese aveva un'economia in ginocchio, un'influenza politico-militare azzerata, un presidente (Eltsin) in declino fisico e mentale, la Cecenia in fuga.
Proprio Eltsin ha acceso la stella putiniana nominandolo primo ministro nel 1999. Il giovane leader ha mostrato subito di che pasta era fatto reprimendo nel sangue la rivolta della Cecenia. Lo zar Vladimiro poi ha trasformato la caotica Russia degli anni 90 in un paese ordinato e con un PIL in crescita, nonostante la miseria di gran parte della popolazione raccontata dalla giornalista Anna Politkovskaja.
Adesso guida una politica internazionale volta a riaffermare il prestigio e l'influenza di Mosca, a spese delle repubbliche confinanti, che vengono destabilizzate (come nel caso dell'Ucraina o della Georgia) se provano ad allontanarsi, entrando perciò in conflitto con gli Stati Uniti che dopo la fine del patto di Varsavia sono riusciti ad attrarre diversi stati dell'Est. Con quali conseguenze per la stabilità mondiale è facile immaginare.
Putin dal 2 Marzo non sarà più presidente ma ormai è il leader, la guida per una nazione a cui sta anche insegnando a liberarsi dell'imbarazzo per il suo passato totalitario.
Anzi ha sostenuto pubblicamente che Stalin, pur essendo un dittatore, ha fatto cose buone di cui i programmi scolastici, nell'insegnare la storia, devono tenere conto.
Quali siano queste cose buone si può leggere ad es. nella biografia di Stalin di Robert Conquest, che ha dedicato gran parte della sua attività di storico ad analizzare gli orrori del Comunismo.
Quest'uomo, dittatore assassino di giornalisti, alla fine del 2007 è stato nominato uomo dell'anno dalla rivista britannica Time.
Proprio nel paese, culla della democrazia moderna, dove l'oppositore Litvinenko è stato ucciso con il Polonio dagli agenti di Putin.
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lunedì 3 dicembre 2007

Elezioni farsa nella Russia Neozarista

Cronaca di una vittoria annunciata; il partito Russia Unita dello Zar Vladimiro ha vinto le elezioni per il rinnovo della Duma. Anzi, ha trionfato visto che ha raccolto circa il 64% dei suffragi. Berlusconi se lo sogna un successo del genere.
Gli osservatori stranieri hanno denunciato i brogli, la pressione mediatica assordante a favore di Putin, tutti hanno visto i pestaggi e gli arresti degli oppositori, fra i quali Kasparov che ha fatto qualche giorno di prigione, ma chi se ne importa?
Il nuovo potere russo marcia spedito ed indifferente a tutto, è come uno schiacciasassi inarrestabile.
L'aspetto più triste della questione, secondo me, è che anche qualora non vi fossero state le violazioni dei diritti democratici che sono state denunciate, Putin avrebbe vinto comunque; anche se magari non con simili percentuali.
Perchè è un leader che parla alla pancia di un paese ancora politicamente immaturo. La Russia ha bisogno di sentirsi di nuovo un primattore, una superpotenza nello scenario mondiale, cosa che non è più dalla caduta dell'Urss.
Putin è l'uomo forte che promette di guidare con mano salda una nazione piena di angosce nuove ed antiche.
La dittatura putiniana ha successo perchè la Russia è abituata da lunghi secoli ad essere soggetta a monarchi espressione di quell'autocrazia di cui parlano gli storici.
E' un dato della cultura russa che esisteva ben prima del nefasto culto della personalità introdotto dal partito comunista nell'epoca di Stalin. Dispiace che la speranza democratica nata negli anni 90 sia naufragata così miseramente.
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lunedì 26 novembre 2007

L'altra Russia è in pericolo


La notizia è pesante, una di quelle che dovrebbero lasciare il segno nella comunità democratica dell'occidente.
Kasparov, uno dei nomi più in vista della dissidenza russa al regime dello Zar Vladimiro, è stato sbattuto dentro assieme ad altri oppositori, per aver svolto una manifestazione non autorizzata.
L'obiettivo era protestare contro l'esclusione delle liste di Altra Russia, di cui Kasparov è animatore, dalle prossime elezioni politiche.
La Russia ufficiale, quella autoritaria di Putin, ha ancora una volta represso in modo spiccio una legittima protesta democratica.
Non mi stupirei se prima o dopo Kasparov venisse condannato al confino, nel solco della più antica tradizione locale, o se gli accadesse di peggio.
L'arroganza e la sfacciataggine dello Zar Vladimiro non hanno limiti; il governo non esita a mostrare i muscoli alla comunità internazionale o all'opinione pubblica, quando si sente sotto pressione.
Gli oppositori vengono ridotti nella condizione di non nuocere, attraverso gli strumenti offerti dalla repressione poliziesca o giudiziaria o attraverso le esecuzioni sommarie, come accaduto a Litvinenko o alla Poliktovskaja.
Con la fine della guerra fredda molti speravano che la Russia, pur in mezzo a tentennamenti e contraddizioni, si stesse avviando lentamente verso la democrazia.
Invece, a 16 anni di distanza dalla fine dell'URSS constatiamo che l'orso russo è ancora vivo e vegeto ed ha ripreso il suo cammino minaccioso.
Preoccupante la situazione dei diritti umani e delle libertà politiche all'interno, altrettanto preoccupante la strategia aggressiva emergente in politica estera, che comunque, a dire il vero, è stata stimolata dalle provocazioni statunitensi.
Il regime putiniano è un groviglio di interessi che trasversalmente passa per il suo entourage, il partito Russia Unita, settori importanti della macchina statale, le forze armate e le grandi corporazioni che hanno preso il posto delle vecchie aziende pubbliche.
A questo monolite si oppongono gruppi politici e culturali piuttosto sparuti, i cui membri rischiano letteralmente la vita. Davide sfida Golia ma non si sa come andrà a finire.
In mezzo la grande massa dei cittadini russi, apatici, intimiditi, oppure schierati con il presidente - zar perchè sedotti dalle sue promesse di recuperare la grandeur perduta.
Sta alla finestra la comunità occidentale, che ogni tanto rumoreggia ed esprime critiche, ma non può entrare in rotta di collisione con i vertici di un paese i cui legami economici con l'occidente sono ormai molto saldi e che è uno nostri dei principali fornitori di energia.
Tuttavia, credo che l'Altra Russia, quella possibile della democrazia, non possa essere lasciata da sola in questo momento. Servirebbe uno slancio diverso.
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domenica 7 ottobre 2007

Anna Politkovskaja: in memoriam

Il 7 Ottobre 2006 la giornalista della Novaja Gazeta Anna Politkvoskaja veniva assassinata a Mosca, davanti alla porta di casa.
Cinque colpi di pistola, il primo e l'ultimo in testa, gli altri tre nel corpo. Lavoro da professionisti.
Ancora ignoti mandanti ed esecutori. La procura di Mosca ha recentemente effettuato degli arresti, si ipotizza che siano stati dei criminali ceceni.
Un'affermazione che fa sorridere con amarezza, nella sua evidente illogicità.
Chi più ha da temere dai racconti degli orrori ceceni non è la mafia, che negli articoli della giornalista ha sempre occupato un posto marginale.
Bensì il presidente Putin ed il suo fedelissimo leader locale Kadirov, destinatari costanti delle sue denunce.
Vale la pena di leggere "Proibito parlare" (ed. Mondadori), che raccoglie molti articoli della Politkovskaja divisi per tema, dove la guerra in Cecenia è il principale.
La coraggiosa Anna ha fatto conoscere al mondo la Russia contemporanea, un paese ancora povero, dove diritti umani è un'espressione vuota, oppresso da un potere ormai apertamente autoritario che uccide i giornalisti: dal 1991 ad oggi ne sono caduti più di duecento.
Un regime che ha soffocato con terribile violenza ed abusi spaventosi le rivendicazioni politiche della popolazione cecena.
La Politkovskaja sapeva di essere condannata a morte, ma non ha rinunciato in nome dei valori democratici ad essere una testimone scomoda della nostra epoca; diceva  - vivo la mia vita e scrivo di ciò che vedo. Tanto le bastava.
Va così ad affiancare altri suoi colleghi, morti in varie parti del mondo ed in ogni tempo, perchè vivevano la loro vita e raccontavano ciò che vedevano, in prima linea; il reporter giapponese ucciso in Birmania, il giornalista turco Dink, Enzo Baldoni, Ilaria Alpi...l'elenco purtroppo sarebbe molto lungo.
La libertà d'informazione come la satira fa paura, perchè mette a nudo gli errori e le colpe del potere. I giornalisti vengono ammazzati oppure isolati, neutralizzati.
In Italia, paese di democrazia incerta e fragile, si ricorre al secondo metodo; da Berlusconi con il suo cd. editto bulgaro del 2003, grazie al quale Biagi, Santoro e Luttazzi sono stati espulsi dalla tv, passando per le ultime esternazioni di Mastella contro la Rai, fino alle querele, spesso infondate, ma comunque sempre usate come una clava contro chi cerca di fare il suo mestiere (celebre quella di D'Alema a Forattini per la vignetta sul caso Mithrokin).
Il braccio di ferro fra potere politico e libera informazione è sempre in corso.
Nel caso della Russia è il primo contendente a prevalere; non credo che i veri assassini della Politkovskaja finiranno mai alla sbarra.
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venerdì 28 settembre 2007

Le ultime dalla Birmania

Come si poteva facilmente prevedere, gli uomini forti al potere a Rangoon sono passati all'azione. Blindati, fucili e scarponi contro una massa di civili inermi ma coraggiosi (loro sì sono veramente uomini forti), contro i monaci buddisti scalzi, armati soltanto della loro forza spirituale.
L'esito di questa crisi non è facilmente prevedibile; pare che all'interno della giunta militare ci siano dei disaccordi.
Tuttavia il potere abusivo ed infame della Birmania ha amici potenti; la Cina innanzitutto, che ha rapporti di business importanti con il Myanmar.
Pechino ipocritamente ha raccomandato moderazione, preoccupata com'è di salvare la faccia di fronte alla comunità internazionale, alla vigilia delle Olimpiadi.
Più sincero è stato il regime di Putin: ha detto all'Onu che la crisi è un affare interno della Birmania.
Tanto per mettere in chiaro che quando si tratta di reprimere il dissenso (e il potere russo è specialista in questo), è bene che ognuno pensi a fatti suoi.
Il caso di Anna Politovskaja, la giornalista scomoda ammazzata un anno fa a Mosca, lo dimostra. Oltre ai civili, ci rimettono i giornalisti; un reporter giapponese è stato freddato in strada senza tante cerimonie, abbiamo visto le immagini.
Negli alberghi c'è la caccia ai rullini fotografici, ai taccuini, ai pc portatili; come sempre, le dittature hanno paura della forza della parola, della testimonianza diretta.
Quindi i giornalisti sono vittime predestinate: spesso li critichiamo, ma molti di loro interpretano con coraggio e coerenza la missione della stampa.
Quella di raccontare, di portare alla luce i fatti, di inchiodare il colpevole alle sue responsabilità. Senza la libertà di stampa non c'è democrazia.
Anche di questo hanno paura i militari del Myanmar, e per questo tanti giornalisti muoiono in ogni parte del mondo.
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domenica 23 settembre 2007

L'autunno di Fidel Castro

E così Fidel è riapparso; prima intervista rilasciata alla tele cubana dopo i ben noti problemi di salute, che hanno fatto temere per la sua vita.
Una sorta di apparizione mariana, per chi lo ama, la conferma invece che questa iattura resiste a dispetto degli acciacchi, per chi lo odia (in primis molti cubani).
Prima o dopo il Lider Maximo passerà a miglior vita; ma il suo declino fisico appare senza fine. Mi ricorda un bel libro di Gabriel Garcia Marquez, L'autunno del patriarca.
E' ambientato in un paese immaginario del Sud America, schiacciato dal regime di un dittatore senza nome, conosciuto solo come il Patriarca; in fondo che importanza potrebbe avere il nome? I dittatori sono tutti uguali.
Violento e spietato, avido di potere all'inverosimile, abile nello sfuggire ai tranelli dei suoi rivali, il Patriarca invecchia ma non muore, fino a raggiungere una decrepitezza inverosimile, soprannaturale.
Quando Fidel morirà sicuramente sarà compianto da schiere di ammiratori, anche in Italia; non è mai mancato chi, a sinistra, lo ha difeso e considerato un campione del terzo mondo, dei reietti che non chinano la testa e si oppongono al capitalismo, all'arroganza imperialista degli USA.
Della misera condizione di vita dei cubani (vista con i miei occhi anni fa) di solito non si parla; se lo si fa è per attribuirne la colpa all'embargo statunitense, senza ammettere che dipende anche dall'organizzazione economica collettivista, di scuola marxista - leninista, che già vent'anni fa era decrepita come il Patriarca di Garcia Marquez.
Sulle modalità con cui Fidel gestisce il potere, sulla repressione del dissenso, sulla polizia presente ad ogni angolo che terrorizza la gente, neanche un accenno.
Fidel piace a Diliberto, leader maximo di una scheggia del comunismo italico, come a Gianni Minà, che macchia il prestigio e la competenza di giornalista che non gli vogliamo disconoscere con l'inaccettabile simpatia per un tiranno, che vive in una bella villa mentre i cubani si arrangiano in stamberghe.
Ma l'Italia è fatta così: la sinistra è inquinata dai rigurgiti di un pensiero che fu, che lungi dall'essere materia per gli storici viene tenuto in vita artificialmente.
Nei prossimi giorni, a Parma, si terrà la mostra Mai dire Mao, con tanto di locandina che raffigura quest'altro illustre dittatore a fianco del comico (ma a me non ha mai fatto ridere) Piero Chiambretti che tiene in mano il libretto rosso del timoniere. Che tristezza.

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venerdì 7 settembre 2007

Birmania, una dittatura dimenticata


Mi ha colpito, negli ultimi giorni, l'assenza dai telegiornali di un accenno, anche minimo, alla grave crisi politica che attanaglia la Birmania.
D'accordo, fra emergenza criminalità, la morte di Pavarotti ed altro, c'erano molte notizie da dare...però non parlarne proprio dimostra che l'Italiotta in cui viviamo ha decisamente bisogno di sprovincializzarsi. Anzi, di liberarsi.
Chi non legge i quotidiani o non naviga in rete a caccia d'informazione, o magari di controinformazione, sprofonda nella bambagia in cui ci ha ficcato il sistema Rai - Mediaset.
Sì, colpisce la differenza con i media stranieri (come BBC o CNN), pronti invece a dare risalto a moltissime notizie da tutto il mondo: fosse anche una crisi di starnuti del segretario dell'Onu o il campionato nazionale di bocce australiano.
Comunque, la situazione in Birmania è precipitata; questo disgraziato paese da molti anni è sotto la morsa di una dittatura militare che non solo lo ha privato della libertà, ma lo sta facendo letteralmente morire di fame, più o meno come la Corea del Nord.
La dieta tipo del birmano consiste in un piatto di riso con foglie di tè crude, per non consumare troppo gas.
Effetto di un razionamento dei generi alimentari abbinato ad uno spaventoso aumento del prezzo di combustibili e benzina (+ 500%). In un paese ricco di fonti di energia.
Diritti civili negati, arresti e desaparecidos, corruzione spaventosa, elezioni rimandate di continuo: la signora Suu Ki, premio nobel, da 17 anni è ai domiciliari perchè nel 1988, alla testa del suo partito, ha osato vincere le elezioni.
I militari golpisti hanno persino cambiato nome al paese, tempo addietro: non si chiama più Birmania ma Myanmar. Forse un estremo tentativo di nascondersi agli occhi del mondo.
Non che ce ne sia bisogno: l'Europa tace, gli USA balbettano ogni tanto una protesta che somiglia a un raglio d'asino.
La Cina invece assicura apertamente la sua protezione, per via degli interessi economici che la legano al regime birmano. Fra dittature ci si intende sempre...
L'ultimo aggiornamento: i monaci buddisti, spalleggiati dalla popolazione, hanno cominciato una pubblica protesta che monta sempre di più.
Chissà se i birmani riusciranno a togliersi le manette; se accadrà sarà solo per merito loro. I presunti democratici si girano dall'altra parte.

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giovedì 30 agosto 2007

La solitudine degli intellettuali cinesi


La Cina si prepara alle Olimpiadi del 2008; le manifestazioni e le celebrazioni sono iniziate in pompa magna.
Il regime vuole sfruttare fino in fondo questa grande vetrina, per dimostrare che la Cina è matura e moderna, che il paese del drago merita il rispetto ed il consenso della comunità internazionale.
Nel frattempo mille intellettuali hanno firmato una lettera al Capo dello Stato per rivendicare la tutela di alcuni fondamentali diritti democratici: la libertà di associazione, di espressione del pensiero, di stampa.
Una coraggiosa presa di posizione, in un paese dove si rischiano anni di carcere per molto meno.
Cosa faranno le democrazie occidentali?
Finora solo la cancelliera tedesca Merkel, durante il suo viaggio in Cina, ha sollevato la questione dei diritti civili.
Per dire il vero anche Bush si è espresso in questo senso, ma è come la storia del bue che da del cornuto all'asino: e Guantanamo? E i sequestri illegali in giro per il mondo? E la pena di morte comminata anche a chi non ha ucciso, come nel recente caso di Foster?
I paesi occidentali, Italia compresa, dovrebbero boicottare le Olimpiadi: i precedenti nella storia ci sono.
I loro leader invece si limitano a dichiarazioni che servono soprattutto a fare bella figura con le rispettive opinioni pubbliche.
L'Italia si distingue anche in questa occasione, dato che il governo di Centrosinistra finora non ha praticamente detto e fatto nulla in proposito.
Intanto, gli intellettuali cinesi restano da soli a sfidare un Leviatano che prima o dopo, c'è da scommetterci, gliela farà pagare.
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