sabato 22 dicembre 2007

Racconto di Natale


Ricevo da un amico e volentieri pubblico.

Baghdad, 24 dicembre 2007, esterno notte.
"Hassan, c'è da fidarsi?"
"Senti Selim, garantisce il Giordano. Bidoni non ne ha mai tirati fino ad ora, giusto?"
Selim annuì. Stavano rannicchiati da quasi mezz'ora dietro un moncone bruciacchiato di muro, al centro di ciò che restava di uno dei quartieri popolari sulla riva destra dell'Eufrate.
"Porca puttana!"
"Che c'è?"
"Il giapponese della Croce Rossa! M'ha fregato! Mi s'è piantato ancora l'orologio! Batterie al Cadmio del cazzo! Comunque, chi è che aspettiamo?"
"E' un Europeo. Norvegia, credo. E' nel giro da poco, ma dicono che sia strafornito. Ai gruppi di Fallujah è riuscito a procurare due casse di mine Claymore.
"Un professionista del settore?"
"Non so...dicono che prima si occupasse di spedizioni internazionali, consegne di merci varie...una specie di corriere...boh..."
"Speriamo solo di non avere grane con le pattuglie yankee"
"Lo sai che giorno è oggi, no? La vigilia di Natale."
"Natale?"
"Sì, la nascita del figlio del loro Dio"
"Il loro Dio ha un figlio?"
"Si, un figlio che però è anche Dio!"
"Eh???"
"Si insomma, due persone in una. Anzi, pare che siano tre...Comunque il concetto è che saranno tutti in festa, intanati nei bunker a mangiare, bere e scambiarsi i regali"
"Lo senti anche tu?"
Hassan annuì. Guardinghi, si sporsero oltre il bordo di mattoni sbrecciati. A fari spenti, un motocarro a tre ruote si avvicinava.
"Ci siamo" annunciò Hassan, alzandosi in piedi.
Ronzando come un calabrone, il motocarro zigzagò tra le buche e le pozzanghere dello spiazzo davanti al moncone di muro e si fermò cigolando.
Con un clangore acuto, la portiera si aprì, e l'abitacolo cagò letteralmente fuori il suo occupante, come un culo che finalmente riesce finalmente a liberarsi di uno stronzo decisamente fuori misura.
Perché il guidatore era alto, ma soprattutto largo. Decisamente largo. Inequivocabilmente largo. Vestiva un lungo caffettano rosso ed un fez dello stesso colore, entrambi bordati di bianco. Pelo bianco, per essere precisi.
L'ideale per non farsi notare. pensò Hassan, accorgendosi che indossava anche un visore monoculare notturno ad intensificazione di luce stellare, che lo rendeva simile ad una specie di ciclope post umano.
Scaricò dal mezzo due enormi sacchi marroni, e avanzò sui suoi stivali neri scamosciati verso il muro.
La barba folta ondeggiava alla brezza della sera, baluginando biancastra sotto i raggi della luna."Allora" cominciò con un voce baritonale, che tradiva appena l'accento straniero, posando i sacchi oltre il muro. "Qui c'è quello che avevate chiesto. Equipaggiamento da assalto leggero per due squadre".
"C'è tutto?"
"Controllate se volete, ma in fretta. Il giro stanotte è ovviamente più lungo del solito..."
"No" tagliò corto Hassan. "E' ok...puoi andare"
L'uomo li squadrò per un attimo dietro il visore monoculare. Poi si girò e si diresse a larghe falcate verso il motocarro.
"Ehi Norvegese...Perché lo fai? Il Giordano dice che la consegne di stasera non te le fai pagare." Il Ciclope rosso si fermò. Si voltò verso di loro. E sospirò.
"Diciamo che le consegne di stasera sono gratis...in ricordo dei vecchi tempi."
Selim e Hassan si scambiarono un fugace sguardo interrogativo, mentre lui si alzava per un attimo sulle punte degli stivali, le mani dietro la schiena, ondeggiando in avanti a piedi uniti con compiaciuta noncuranza.
"E comunque sono Finlandese."
Un attimo dopo era già sparito, assieme al motocarro.
"Cazzo", inizio a ringhiare Selim, che aveva iniziato a rovistare in uno dei due sacchi "Uzi 9 millimetri..."
Fu allora che si trovarono investiti in pieno dai fasci delle fotoelettriche della pattuglia di Natale
"...non voglio sporcarmi le mani con un'arma sionista. Dove diavolo sono i cari vecchi AK 47 eh?...Che Allah ti strafulmini maledetto svedese del cazz.."
"...VENITE AVANTI VERSO LA JEEP A MANI ALZATE..." cominciò a gracchiare il megafono del sergente caposquadra
"Selim?"
"Si, Hassan?"
"Per cortesia, zitto, adesso. E Spara".
Stacco netto.Nero.

Buon Natale a tutti.
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mercoledì 19 dicembre 2007

Sì al divorzio breve

Le notizie più rilevanti a volte passano in secondo piano; la stampa non gli da il dovuto risalto e anche noi cittadini, travolti ed ammorbati dall'onda di marea delle chiacchere politiche che il palazzo ci rovescia addosso, non prestiamo abbastanza attenzione.
La commissione giustizia del Senato ha approvato una bozza legislativa sul divorzio breve; in sostanza, nell'arco di un anno o anche meno, ricorrendo determinati presupposti, si potrà mettere fine al matrimonio.
Si tratta senza dubbio di una svolta fondamentale nel diritto di famiglia, se naturalmente qualche imboscata non metterà la parola fine al progetto.
Il divorzio breve, soprattutto dopo mesi di dibattito confuso e sterile sulle unioni di fatto, avvicinerebbe l'Italia al resto del mondo occidentale.
Assolutamente ragionevole permettere ad una coppia in crisi irreversibile di sciogliere in tempi rapidi il vincolo matrimoniale, senza le pastoie giudiziarie e burocratiche che ancor oggi comportano le separazioni e, suppongo, risparmiando anche denaro per la consulenza degli avvocati, che nella situazione attuale si prolunga inevitabilmente per molto tempo.
Scelta laica e civile, di buon senso, a meno che come spesso accade alle buone iniziative l'impianto della legge non venga manipolato e complicato fino a vanificarne lo scopo o, come dicevo sopra, qualcuno non faccia uno sgambetto.
Penso ai soliti parlamentari cosiddetti di area cattolica, che rispondendo fedelmente alle direttive del Vaticano, negli ultimi anni hanno contribuito a rendere l'Italia meno moderna e pluralista.
I fautori di una visione etica dello stato, la propria: non condivisa con gli altri gruppi e categorie della società, ma imposta a tutti.
Anzi, parafrasando Giovanna d'Arco Binetti, calata su noi tutti tramite lo spirito santo (amen).
Penso a loro e temo la debolezza, la pavidità dei parlamentari cosiddetti laici e riformisti, già dimostrata in altre occasioni.
Speriamo che la "ragion di stato" prevalga sulle pruderie ipocrite di una certa area cattolica.
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giovedì 13 dicembre 2007

Il trionfo dei Led Zeppelin a Londra


Londra, 10 Dicembre 2007: alla fine si sono ritrovati e hanno suonato ancora insieme, dopo tanti anni. Quanti?
Ogni giornale ha sparato la sua. C'è chi dice 19, chi 20, chi (Repubblica) addirittura 27.
All'appuntamento mancava solo John Bonham che a causa della sua natura selvaggia ed incontrollabile ne aveva colto un altro, con la morte, nel 1980.
Ma alle pelli c'era suo figlio Jason, che è un batterista altrettanto dotato. Robert Plant, Jimmy Page e John Paul Jones: i tre giganti che hanno detto molte delle cose che il rock, ancor oggi, continua a ripetere talvolta in modo inconsapevole.
Tre personaggi che milioni di persone in tutto il mondo, compreso il sottoscritto, amano profondamente, perchè rappresentano l'abc del rock; loro e solo pochi altri ne hanno saputo esprimere a fondo i vari significati.
A seconda dei momenti irruenti e crudi, oppure romantici e dolci; misteriosi, festosi e subito dopo malinconici. Immediati oppure colti e studiati.
Essendo musicisti totali, nei loro 8 album in studio hanno spaziato con disinvoltura accademica da una sonorità all'altra, in continua contaminazione ma senza esagerare e perciò evitando di diventare stucchevoli o cerebrali.
Sono davvero la madre di tutte le band? Impossibile dirlo. E i Beatles allora? E i Rolling Stones? Gli Who?
Sono alberi genealogici improponibili. Però ognuno di noi si porta dentro un nome, una canzone, una discografia che lo hanno cambiato.
Per me sono sicuramente i Led Zeppelin, perchè mi hanno messo in comunione totale e definitiva con il genere rock, me lo hanno fatto capire ed entrare dentro.
Com'è stato il concerto? Dicono buono. Ad ogni modo un grande evento, a cui hanno partecipato 18.000 persone. Altra cifra: le prenotazioni via Internet hanno generato 87 milioni di contatti.
I resoconti dei media dicono che il pubblico presente era assolutamente intergenerazionale, dai 20 ai 60 anni; cosa che ho notato anch'io, in scala, al concerto di Plant a Pordenone nel 2005.
Perchè un'aspettativa così alta per un gruppo di quasi sessantenni? Perchè questo trionfo? La nostalgia dei più anziani c'entra ma non spiega tutto, vista l'età di molti spettatori.
I Led Zep sono il simbolo di un modo genuino di fare musica che oggi latita. Questa è la vera nostalgia che tanti provano.
Dopo 27 anni sono tornati, anche se forse solo per una sera e "The Song Remains The Same", come dice una delle loro stupende canzoni, una delle sentenze che ci hanno consegnato.
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lunedì 10 dicembre 2007

I partiti sono come un virus

I partiti italiani sono come un virus che si replica in modo inarrestabile. Non passa quasi settimana senza che l'opinione pubblica sia afflitta dall'annuncio della nascita di una qualche nuova formazione politica.
Nel periodo da Ottobre a Dicembre abbiamo assistito alla lieta novella che la famiglia della partitocrazia si è allargata ad includere nuovi membri.
I Liberaldemocratici di Dini, per ora rappresentativi solo di Dini stesso e del senatore Manzione; la Cosa Rossa che si chiamerà la Sinistra e l'Arcobaleno (la poesia applicata alla politica), che però ha già subito alcune defezioni, come quella di Marco Rizzo che presumibilmente fonderà a sua volta un micropartito per mantenere in vita, in saecula saeculorum, il prezioso simbolo della falce e martello.
Poi abbiamo il Partito della Libertà di Berlusconi (a quando la libertà dai partiti?), di cui non si capisce la novità visto che gli iscritti sono gli stessi di Forza Italia ed il leader è sempre lui, Berlusconi.
Alleanza Nazionale fa i conti con l'abbandono della Destra di Storace; anche su quel lato dell'arco costituzionale si fa a gara per stabilire chi è più di destra, esattamente come a sinistra, ficcandosi le dita negli occhi senza misericordia.
Quasi dimenticavo le tradizionali grandi manovre al centro, con l'UDC casiniana che continua a predicare la necessità di stabilizzare il quadro politico inserendovi una grande forza moderata (la Cosa Bianca).
La persona di media intelligenza si chiede a che pro, visto che molti partiti già esistenti rivendicano di essere i legittimi interpreti delle istanze moderate, compresa la suddetta Forza Italia ed il Partito Democratico stesso.
E così mentre anche i socialisti, divisi da anni fra mille schegge impazzite, tentano l'ennesima improbabile riaggregazione, per giunta fuori tempo massimo, vale la pena di riflettere brevemente su due aspetti di una democrazia moderna.
Ovvero due questioni fondamentali: quella della rappresentanza e quella della governabilità. Un sistema democratico deve garantire parità di trattamento fra le forze politiche, o come si dice la par condicio, per esempio nell'accesso ai mezzi di informazione.
Ma un sistema democratico non può anteporre in maniera assoluta l'esigenza della rappresentanza a quella dell'efficienza ed efficacia del processo decisionale.
Oltretutto, nelle democrazie moderne si osserva una convergenza dell'elettorato attorno ai partiti maggiori e ancor di più attorno ai candidati premier che li guidano. I piccoli tendono a sparire o ad essere assorbiti dai primi.
In Italia invece i cespugli, con percentuali di consensi a volte infinitesimali, resistono a dispetto di tutto ed esercitano un potere di ricatto verso le assi centrali delle coalizioni.
Tutto ciò è antitetico rispetto alla democrazia autentica, perchè piccole quote di elettorato e minuscole consorterie portatrici di interessi talvolta poco nobili tengono in ostaggio un intero paese. Un esempio ne è l'Udeur, che rappresenta circa 400.000 elettori.
In una tale situazione non si riesce a raggiungere l'obiettivo della governabilità, quanto mai prioritario nel mondo di oggi, dove i cambiamenti sono rapidi e richiedono un altrettanto rapido adeguamento da parte della politica, che da noi invece ha il passo della tartaruga.
Che questo governo cada o no, sarebbe assolutamente necessaria una nuova legge elettorale in grado di fare sintesi fra le esigenze della rappresentanza e della governabilità. Ma nella nostra Italietta questo è un sogno. Mostruosamente proibito.
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venerdì 7 dicembre 2007

Paola Binetti, il mostro

Le imboscate per il governo Prodi, ormai sempre più in bilico, possono provenire da qualunque parte.
L'ultimo parlamentare della maggioranza che ha messo in difficoltà l'esecutivo è la senatrice Paola Binetti.
Il motivo è l'inclusione, nel pacchetto sicurezza votato ieri, di alcune norme cosiddette anti - omofobia, che prevedono sanzioni per chi attua discriminazioni sessuali.
A dire il vero, bisognerebbe più correttamente parlare di norme antidiscriminazione, perchè vanno a colpire chi incita a compiere o compie in prima persona anche atti discriminatori basati, per esempio, sull'appartenenza religiosa.
Ma i media hanno messo l'accento sull'omosessualità, perchè il contrasto di una senatrice cattolica rispetto a norme inerenti l'omofobia colpisce di più l'immaginario dell'opinione pubblica, soprattutto considerando che la misticheggiante parlamentare non da ieri è la campionessa della lotta all'omosessualità.
La devota Binetti definisce l'omosessualità una devianza, una patologia, definizione che implica la possibilità e probabilmente la necessità, secondo lei, di curarla.
Con quali metodi, se coercitivi o no, al momento non è dato saperlo: forse pensa al cilicio o a qualche altro strumento di mortificazione fisica, come quelli che utilizza su di se. In Iran sono più drastici: per l'omosessualità si prevede la condanna a morte.
Ciò che comunque scaturisce chiaramente dalla Binetti è un mix di cattolicesimo fanatico e retrò e di cultura scientifica.
Sì, perchè la signora è una psicoterapeuta e perciò ammanta le sue prese di posizione di scientificità, come faceva il Nazismo a proposito della teoria della razza.
Immagino lo sconcerto dello staff del Partito Democratico, che si è visto esplodere fra i piedi un tale ordigno; un ordigno non disinnescabile, perchè animato dal fervore della fede e quindi non incline ai compromessi.
Cosa ha da dire sul tema Walterone Veltroni, interprete del neoriformismo italiano, che aspira ad essere il pilastro nella politica italiana della razionalità, della tolleranza e dei diritti civili?
Ma soprattutto perchè nel PD, se questa è la sua natura, è entrata la componente Teodem che si mette in rotta di collisione con i valori di una moderna democrazia pluralista?
Domande senza risposta...
Ad ogni modo, la Binetti è un mostro. Uso questo termine nella sua accezione italiana e latina; siamo di fronte a qualcosa che è nel contempo orribile e prodigioso, straordinario.
La pia donnetta legata all'Opus Dei (e già qui nasce qualche sospetto) ed interprete della nuova ventata integralista che sta soffiando sull'Italia da qualche tempo, si flagella il corpo con fruste e cilicio perchè, sostiene, è un modo di riflettere sulla fatica ed il dolore del vivere. Non immagina nemmeno che nella vita non ci sono soltanto momenti di dolore, ma anche di serenità se non di gioia.
Conosce solo la cupezza, come Jacopone da Todi, o forse trova il godimento nell'autoflagellazione e allora è perversione, pornografia d'autore.
Però a smentire questa interpretazione c'è il volto legnoso, di estrema severità, che la caratterizza. Chissà...
Se si limitasse a parlare farebbe poco danno, ma purtroppo passa anche all'azione, come nel caso della campagna per l'astensione dal referendum sulla fecondazione assistita.
La Binetti ci riporta ad un Medioevo polveroso ed oscurantista e testimonia la sopravvivenza di vecchi scontri ideologici, letali per un paese che dovrebbe invece proiettarsi nel futuro.
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giovedì 6 dicembre 2007

La moderna ossessione di apparire

E' proprio vero. I N.I.P. (not important person) battono in ritirata e si riducono sempre di più.
Trionfano invece i V.I.P. (very important person) o quelli che aspirano ad esserlo.
Ce lo conferma Natascha Kampusch, la ragazza austriaca salita alla ribalta per la fuga dall'abitazione del suo carceriere folle a Vienna nel 2006, dopo otto anni di segregazione.
Ha aperto un sito e prossimamente inizierà a condurre un talk show tutto suo su un'emittente privata.
L'angelica diciannovenne, con tono da profonda conoscitrice della psiche umana e professionista consumata dell'informazione (stile Enzo Biagi o Walter Cronkite), promette che non farà domande scontate ma cercherà di entrare nella personalità dell'intervistato.
A quando una collaborazione con Bruno Vespa?
Nel suo sito è disponibile invece una galleria fotografica assieme ad una rassegna stampa che la riguarda. Tutto a beneficio dei numerosi web-curiosi.
Avrei sperato che la biondina ed ormai rotondetta austriaca tornasse ad un sereno anonimato da N.I.P., dopo tutto il clamore mediatico che aveva suscitato il suo dramma.
Ma evidentemente in tale clamore ci si trova bene e ne vuol fare occasione di guadagno e fama.
Tutto legittimo, per carità, ma da un punto di vista anche "estetico" sarebbe stato bello un rifiuto della dittatura del virtuale, dell'immagine che alimenta la smania di apparire di troppa gente. Soprattutto di chi ha poco o nulla da dire.
La piccola Natascha è in buona compagnia; accade spesso che comuni mortali, protagonisti di qualche fatto di cronaca, grazie alla formidabile cassa di risonanza offerta da Internet, giornali e TV, cerchino di entrare nell'Olimpo delle celebrità fosse anche per lo spazio di un giorno o una settimana.
Meno legittimo è che manager televisivi o direttori di testate laidi e spregiudicati diano ampio spazio a personaggi che invece sarebbe bene dimenticare, o in qualche caso lasciare alle cure della giustizia.
Come nel caso dello spacciatore tunisino Marzouk, eletto a star televisiva dopo la strage di Erba.
Dell'estortore Fabrizio Corona, che dopo le sue vicissitudini penali è diventato una presenza fissa ed insopportabile degli schermi ed ha addirittura avuto l'onore di un confronto televisivo con un ministro.
O ancora della squillo romana che si è sentita male in albergo durante la notte di aspirazioni di coca con l'onorevole Mele. Chissà quando scriverà la sua versione delle confessioni di una cortigiana?
Ma si sa, chi ragiona come il sottoscritto al giorno d'oggi è "out", appartiene a quella piccola minoranza di persone che si pone ancora qualche problema etico. Che gente che siamo!
Sappiamo solo criticare... E non ci lasciamo trascinare dalla corrente. Praticamente dei marziani.
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lunedì 3 dicembre 2007

Elezioni farsa nella Russia Neozarista

Cronaca di una vittoria annunciata; il partito Russia Unita dello Zar Vladimiro ha vinto le elezioni per il rinnovo della Duma. Anzi, ha trionfato visto che ha raccolto circa il 64% dei suffragi. Berlusconi se lo sogna un successo del genere.
Gli osservatori stranieri hanno denunciato i brogli, la pressione mediatica assordante a favore di Putin, tutti hanno visto i pestaggi e gli arresti degli oppositori, fra i quali Kasparov che ha fatto qualche giorno di prigione, ma chi se ne importa?
Il nuovo potere russo marcia spedito ed indifferente a tutto, è come uno schiacciasassi inarrestabile.
L'aspetto più triste della questione, secondo me, è che anche qualora non vi fossero state le violazioni dei diritti democratici che sono state denunciate, Putin avrebbe vinto comunque; anche se magari non con simili percentuali.
Perchè è un leader che parla alla pancia di un paese ancora politicamente immaturo. La Russia ha bisogno di sentirsi di nuovo un primattore, una superpotenza nello scenario mondiale, cosa che non è più dalla caduta dell'Urss.
Putin è l'uomo forte che promette di guidare con mano salda una nazione piena di angosce nuove ed antiche.
La dittatura putiniana ha successo perchè la Russia è abituata da lunghi secoli ad essere soggetta a monarchi espressione di quell'autocrazia di cui parlano gli storici.
E' un dato della cultura russa che esisteva ben prima del nefasto culto della personalità introdotto dal partito comunista nell'epoca di Stalin. Dispiace che la speranza democratica nata negli anni 90 sia naufragata così miseramente.
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sabato 1 dicembre 2007

Il punto della situazione

Dunque, facciamo un pò il punto della situazione.
A Novembre l'inflazione è aumentata nuovamente; fare la spesa costa sempre di più, per non parlare del pieno dal benzinaio o delle bollette di luce e gas.
Le agitazioni delle varie categorie si susseguono a raffica; le ultime in ordine di tempo sono state quella della Coldiretti, quella del comparto dei trasporti e quella dei poliziotti.
E' vero che in pendenza di finanziaria le varie categorie scendono sempre in piazza per rivendicare una porzione della torta, ma le ultime manifestazioni sono la spia di un malessere nuovo, derivante dall'oggettiva difficoltà di vivere che sta dilagando nel paese.
A questo proposito, le centinaia di migliaia di precari che, per dirla con Beppe Grillo, hanno reso l'Italia la Cina d'Europa, attendono l'approvazione del pacchetto Welfare, ma soprattutto stanno ancora aspettando una riforma strutturale ed incisiva del mercato del lavoro che era scritta nel programma dell'Unione e resta, ad oggi, solo una buona intenzione.
Mentre i richiami dell'Unione Europea sull'insufficienza dell'impegno italiano a ridurre il debito pubblico giacciono sul tavolo del Consiglio dei Ministri, il Pil del nostro paese continua ad essere uno dei più bassi della zona Euro.
E la politica che fa?
La casta dei mandarini di Roma si appassiona al dibattito sulla legge elettorale: meglio un proporzionale alla tedesca con correzione alla spagnola o un maggioritario all'ugandese con un innesto proporzionale alla tibetana? E' dura scegliere...
Il centrodestra è in crisi e volano gli stracci; Casini e Fini litigano con Berlusca, che per questo fine settimana ha nuovamente chiamato in piazza le decine e decine di milioni di cittadini (il numero aumenta ogni giorno) che hanno firmato contro il governo per fargli decidere come chiamare il nuovo partito.
Un quesito fondamentale per il futuro dell'Italia, che sicuramente appassiona tutti anche oltre i confini nazionali.
Gli stracci però volano anche nell'Unione; la sinistra estrema è scontenta e accusa Dini di essere un ricattatore, Dini fa lo stesso. Il bue da del cornuto all'asino ed intanto il tempo passa, i problemi si aggravano.
Nascerà la Cosa Rossa? E come si chiamerà? Nascerà la Cosa Bianca? Chi parteciperà, Montezemolo, Pezzotta? Ma di cosa stanno parlando? La gente aspetta col fiato sospeso.
Siamo messi bene, non c'è che dire.
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Ben Harper l'ultimo cantore afroamericano

Ben Harper mi piace perchè probabilmente è l'ultimo cantore della tradizione musicale afroamericana.
Quel favoloso viaggio iniziato ai primi del 900 con il blues, da cui in un incessante rapporto di filiazione sono derivati il Soul, il Funky, il Rock e così via fino al giorno d'oggi.
Mi piace perchè è un personaggio a se stante, alternativo rispetto alla valanga pacchiana di Hip Hop che monopolizza l'attuale scena afro, un prodotto industriale per orecchie di poche pretese che viene spinto all'inverosimile dal circuito dei media e delle case discografiche.
Da questo punto di vista è senz'altro un sopravvissuto; non si è adeguato alle tendenze del momento, ma ha preferito studiare la slide guitar come i vecchi maestri blues di cui si sente apprendista ed allievo.
Ben Harper è nativo di Claremont, Virginia, e da buon virginiano di colore ha respirato sin da bambino una certa aria, favorito in questo dall'attività della famiglia che gestisce un negozio di musica e lo ha incoraggiato a coltivare la passione per il magico mondo delle note.
Il suo esordio è nei primi anni 90; all'inizio è conosciuto solo nel circuito delle radio e delle università, poi viene scoperto e lanciato verso il successo. Nulla di diverso rispetto ad altri nomi diventati famosi.
Il percorso di Ben Harper inizia con un album di stile semi acustico (Welcome To The Cruel World, 1993), dove alterna momenti intimisti a denunce di carattere politico e poi devia verso un rock più deciso ed aggressivo, come per es. in Fight For Your Mind (1995) e The Will To Live (1997).
Si lascia sedurre dalle contaminazioni del Funky e del Reggae (in Diamonds On The Inside, 2003 e Both Sides Of The Gun, 2005) senza disdegnare una digressione nel gospel con lo stupendo There Will Be A Light (2004), inciso insieme al coro dei Blind Boys Of Alabama e che gli ha fruttato un meritato Grammy.
Con il recente Lifeline (2007) è ritornato a sonorità più blues-rock e ad atmosfere più riflessive, testimoniate dal ritrovato carattere intimista dei testi che hanno un pò tralasciato la tematica politica.
Ben Harper è l'ultimo menestrello della tradizione afroamericana; la sua musica ne rappresenta una sintesi, una riscoperta guidata dalla mente e dal cuore di un musicista ispirato e di buon gusto.
E' un cantautore impegnato, di denuncia, in un mondo dominato dal conformismo e dal pensiero unico; scusate se è poco.
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lunedì 26 novembre 2007

L'altra Russia è in pericolo


La notizia è pesante, una di quelle che dovrebbero lasciare il segno nella comunità democratica dell'occidente.
Kasparov, uno dei nomi più in vista della dissidenza russa al regime dello Zar Vladimiro, è stato sbattuto dentro assieme ad altri oppositori, per aver svolto una manifestazione non autorizzata.
L'obiettivo era protestare contro l'esclusione delle liste di Altra Russia, di cui Kasparov è animatore, dalle prossime elezioni politiche.
La Russia ufficiale, quella autoritaria di Putin, ha ancora una volta represso in modo spiccio una legittima protesta democratica.
Non mi stupirei se prima o dopo Kasparov venisse condannato al confino, nel solco della più antica tradizione locale, o se gli accadesse di peggio.
L'arroganza e la sfacciataggine dello Zar Vladimiro non hanno limiti; il governo non esita a mostrare i muscoli alla comunità internazionale o all'opinione pubblica, quando si sente sotto pressione.
Gli oppositori vengono ridotti nella condizione di non nuocere, attraverso gli strumenti offerti dalla repressione poliziesca o giudiziaria o attraverso le esecuzioni sommarie, come accaduto a Litvinenko o alla Poliktovskaja.
Con la fine della guerra fredda molti speravano che la Russia, pur in mezzo a tentennamenti e contraddizioni, si stesse avviando lentamente verso la democrazia.
Invece, a 16 anni di distanza dalla fine dell'URSS constatiamo che l'orso russo è ancora vivo e vegeto ed ha ripreso il suo cammino minaccioso.
Preoccupante la situazione dei diritti umani e delle libertà politiche all'interno, altrettanto preoccupante la strategia aggressiva emergente in politica estera, che comunque, a dire il vero, è stata stimolata dalle provocazioni statunitensi.
Il regime putiniano è un groviglio di interessi che trasversalmente passa per il suo entourage, il partito Russia Unita, settori importanti della macchina statale, le forze armate e le grandi corporazioni che hanno preso il posto delle vecchie aziende pubbliche.
A questo monolite si oppongono gruppi politici e culturali piuttosto sparuti, i cui membri rischiano letteralmente la vita. Davide sfida Golia ma non si sa come andrà a finire.
In mezzo la grande massa dei cittadini russi, apatici, intimiditi, oppure schierati con il presidente - zar perchè sedotti dalle sue promesse di recuperare la grandeur perduta.
Sta alla finestra la comunità occidentale, che ogni tanto rumoreggia ed esprime critiche, ma non può entrare in rotta di collisione con i vertici di un paese i cui legami economici con l'occidente sono ormai molto saldi e che è uno nostri dei principali fornitori di energia.
Tuttavia, credo che l'Altra Russia, quella possibile della democrazia, non possa essere lasciata da sola in questo momento. Servirebbe uno slancio diverso.
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sabato 24 novembre 2007

Raiset: il monopolio della disinformazione

In questi ultimi giorni in Italia abbiamo scoperto l'acqua calda. Alcuni dirigenti della Rai e di Mediaset, quando era al governo il centrodestra, si accordavano per pilotare palinsesti, linee editoriali dei tiggì, titoli, numero di apparizioni dell'uomo della provvidenza Berlusconi e così via.
Ma non solo; a quanto sembra la gestione delle due aziende televisive, teoricamente concorrenti, veniva unificata dietro le quinte anche per licenze e diritti di trasmissione.
Esiste una corrispondenza e-mail fra manager statunitensi ed italiani di importanti case cinematografiche come Sony e Warner, allegata agli atti del processo milanese sulla questione, da cui traspare la rabbia per aver appurato che Raiset faceva cartello per abbassare il prezzo delle licenze relative a fiction e film.
Tutto questo avveniva per volontà di uomo che afferma di essere un convinto sostenitore del libero mercato.
Berlusconi si autodefinisce liberista quando in realtà sotto il profilo imprenditoriale è un monopolista, perfetto interprete della tradizione capitalistica italiana oligarchica ed intrallazzona.
Mentre sotto quello politico vuol passare per liberal-democratico mentre invece è un peronista, un populista che spaccia menzogne a ciclo continuo.
Non so se ridere o arrabbiarmi di fronte a esponenti del centrodestra, come Guzzanti e Liguori, che hanno dichiarato: dov'è lo scandalo?
O ci sono o ci fanno; nella prima ipotesi sono talmente immersi nella melma del sistema politico e dell'informazione che non si rendono conto della gravità dei fatti.
Nella seconda (secondo me quella vera), cercano di nascondere in maniera risibile quello che si presenta evidentemente come uno scandalo dai risvolti penali.
Divertente anche il direttore generale della Rai Cappon, che dice: faremo chiarezza. Come si può dare fiducia ai vertici di un'azienda pubblica screditata?
Sconcerta poi il riemergere del finto garantismo, altro leit motiv di questo paese da operetta; non bisogna esprimere giudizi prima che i fatti siano chiari, si dice; e fin qui va bene.
Bisogna attendere l'esito delle indagini della magistratura, e va bene anche questo. Non bisogna divulgare le intercettazioni perchè è una violazione dei diritti dell'indagato e si presta a strumentalizzazioni politiche.
E questo non va affatto bene; le intercettazioni telefoniche, in un paese di inchieste insabbiate, processi tagliati dalle prescrizioni e continue interferenze della sfera politica in quella giudiziaria, sono uno strumento di controllo democratico.
Chi ha un ruolo pubblico e viene sorpreso a fare conversazioni telefoniche che presentano profili di illecito, deve dimettersi. Poi la giustizia farà il suo corso ed accerterà l'effettiva sussistenza di fatti penalmente rilevanti.
L'episodio dovrebbe finalmente far capire anche ai più duri di comprendonio quanto è pericoloso per la democrazia che un uomo a capo di un grande gruppo editoriale (nonchè proprietario di altri asset di rilievo in campo bancario, edilizio etc) possa essere contemporaneamente capo del governo o leader di una coalizione di partiti.
A meno che non ci siano molte persone, in Italia, che lo capiscono ma lo accettano, e questo è letale per il futuro della democrazia.
D'altra parte, la folla accorsa Domenica scorsa a Milano per la chiassata del Berlusca purtroppo lo dimostra.
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mercoledì 21 novembre 2007

Il populismo di Berlusconi

Berlusconi ne ha fatta un'altra. Nel corso della battaglia per la leadership del Centrodestra pareva ormai messo all'angolo ed in attesa solo del colpo del KO, dopo la sconfitta del tentativo di far cadere il governo. Però con una mossa imprevista ha rimesso tutto in discussione.
Ha sorpreso gli alleati, annunciando in piazza a Milano la volontà di sciogliere Forza Italia per costituire un nuovo partito.
Il messaggio di domenica scorsa è duplice; è ad uso e consumo dei partner insofferenti come della sua base interna.
Io l'ho fatta ed io la distruggo...ha ribadito una volta di più che Forza Italia non è tanto un punto di riferimento per l'elettorato moderato, quanto piuttosto una sua creatura di cui resta il padrone indiscusso.
Forza Italia fin dalle origini è un partito azienda, diretta emanazione dell'impero economico del cavaliere, o se vogliamo un'organizzazione berlusco-centrica dove quadri e militanti sono sostanzialmente dipendenti che devono adeguarsi alle linee dettate dal vertice.
Lo ha indirettamente confermato lui stesso: ho deciso di sciogliere Forza Italia in solitudine, ha detto.
Immagino lo smarrimento dei collaboratori ed assistenti vari...io non ne sapevo niente! D'altra parte il sovrano assoluto non condivide le scelte con la corte, ma le comunica semplicemente il suo volere. Il lacchè è tale, perchè conta poco o nulla.
Forza Italia si conferma essere un "monstrum" che (fortunatamente) non ha termini precisi di paragone nei sistemi politici occidentali.
E questa è una delle ragioni per cui Berlusconi è guardato con diffidenza, se non con antipatia bipartisan, dai partiti e dall'opinione pubblica degli altri paesi europei.
L'altra è l'uso spregiudicato e talvolta illegale, a fini personali, della funzione di governo che ha caratterizzato la sua permanenza alla guida dell'Italia, a richiamare sinistramente nell'immaginario occidentale lo straripante Citizen Kane di Orson Welles o l'eclissi dei valori democratici.
Berlusconi negli ultimi anni ha cercato sempre di più un contatto diretto con la base dei suoi militanti e con tutto l'elettorato di Centrodestra.
Scavalcando a piè pari le consuetudini ed i passaggi tradizionali della politica, in una logica nettamente plebiscitaria.
Il cavaliere fa leva sulla demagogia e su argomenti inverosimili di propaganda per mantenere lo scettro.
Domenica, al grido di " basta coi parrucconi!" (proprio lui parla, che ha fatto il trapianto di capelli) si è rivolto al popolo per denunciare il teatrino della politica, per far vedere che lui non ne fa parte ma è onesto nelle intenzioni, nella volontà di fare il bene del paese.
Berlusca cerca di riprendersi il ruolo di campione dell'antipolitica, dell'antisistema, contro l'usurpazione di Beppe Grillo.
Si propone come alfiere del nuovo che avanza. E' l'ennesimo gioco di prestigio del vecchio illusionista che, come sa bene chi ha un minimo di senso critico, è invece uno dei pilastri del sistema di potere che da quindici anni manda in rovina il nostro paese.
L'interprete principale a 70 anni suonati di un teatrino di cariatidi, come ad es. Dini, che non vogliono lasciare la scena.
Preoccupa l'atteggiamento di chi cerca, su premesse truffaldine, di mobilitare la piazza contro governo e parlamento per spingerli ad andare a casa.
Il populista Berlusconi se ne infischia delle regole della democrazia rappresentativa, quella dei parrucconi, perchè (così crede) il popolo è con lui. Randella, con abili operazioni mediatiche od incitando la folla, chi non si allinea.
Chi stia veramente dalla sua parte resta però un mistero della fede; a sentire gli efficienti agit-prop forzitalioti come Bondi, il cavaliere Domenica ha raccolto 7 milioni di firme contro Prodi.
Il cittadino di senso critico di cui sopra però si domanda: come poteva Bondi, con le operazioni di firma ancora in pieno svolgimento, ad avere un dato pressochè definitivo? E chi conta le sottoscrizioni per attestare che è un numero reale?
Berlusca ed i suoi servitori sono fatti così: inattendibili come le televendite di pentole o i reality delle reti Mediaset. Ci sarebbe da ridere, se non fossero in gioco le sorti della democrazia italiana.
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venerdì 16 novembre 2007

Venti di guerra sul mondo

Dal Tg di oggi.
La Russia si ritira dal trattato di non proliferazione degli armamenti convenzionali.
E' una risposta alla politica espansionista degli USA, che si è manifestata fra l'altro con l'insistenza di testa vuota Bush nel portare avanti il progetto di installazione di sistemi antimissile in alcuni paesi di recente adesione alla NATO (Polonia e Repubblica Ceca).
Nel frattempo Ahmadinejad, vero pericolo pubblico internazionale (altro che Saddam Hussein), prosegue con il programma nucleare iraniano a dispetto dei richiami della comunità mondiale e facendosi forza dell'appoggio sostanziale della Russia e della Cina.
Le due potenze pensano in tal modo di controbilanciare il peso guadagnato dagli americani nell'area del Golfo Persico; anche l'India fa la sua parte, con una strategia diplomatica basata sulla cooperazione politico - economica con russi e cinesi che di fatto allontana la più grande democrazia asiatica dall'occidente.
In Pakistan il sistema di potere di Musharraf è ai ferri corti con l'opposizione di Benazir Bhutto: il paese è destabilizzato e si può facilmente intuire quanto tutto ciò sia pericoloso per gli equilibri mondiali in una nazione su cui pesa l'incognita del radicalismo islamico.
Quest'ultimo a sua volta è in piena controffensiva sia in Iraq che in Afghanistan, paese che fino ad alcuni mesi fa era relativamente tranquillo.
Dove possano portare queste crisi locali, all'interno di stati che confinano gli uni con gli altri, nessuno è in grado di dire con certezza.
La nostra epoca si caratterizza non solo per la globalizzazione, con il suo impatto rivoluzionario sugli assetti economici e sociali del mondo, ma anche per una rinascente tensione fra blocchi politico - militari.
Dopo la fine della guerra fredda si è verificato un temporaneo sparigliamento delle carte, che adesso le maggiori potenze stanno rimettendo in ordine sul tavolo per giocare una nuova partita.
Da una parte gli Stati Uniti e (almeno teoricamente) i paesi occidentali, dall'altra un asse Mosca - Pechino, che manovrano di concerto e cercano di manipolare i focolai di crisi regionale per i loro interessi.
In mezzo c'è l'estremismo islamico, variabile che sfugge al controllo e può orientare le relazioni internazionali verso scenari di difficile previsione.
E l'Europa?
L'Europa, che in virtù della sua storia e cultura potrebbe essere la forza moderatrice in grado di stemperare le tensioni ed indicare un'alternativa di dialogo e cooperazione, è un colossale carrozzone di 27 stati membri, e perciò incapace per definizione di funzionare ed elaborare strategie politiche comuni per il futuro (ed il bene di tutti).
Non c'è da stare allegri.
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giovedì 15 novembre 2007

Flags of our Fathers, la memoria della guerra

L'altra sera, preso dallo sconforto per la penuria di programmi interessanti in tv, ho noleggiato Flags Of Our Fathers di Clint Eastwood.
Sono un fan del vecchio Clint fin dai tempi dell'ispettore Callaghan, però questo capitolo quando è uscito al cinema me lo sono perso.
Clint Eastwood è come i vini pregiati; più invecchia, più diventa bravo.
Ha la capacità di raccontare puntando dritto al cuore delle questioni umane, con immediatezza e rara efficacia. E' un comunicatore che con il linguaggio filmico riesce a farsi capire bene da tutti.
Flags Of Our Fathers è prima di tutto un film irriverente; affronta il tema della memoria collettiva americana del secondo conflitto mondiale, svelando il rovescio della medaglia.
La vicenda è quella della bandiera issata dai marines sulla vetta del monte Suribachi, durante la furiosa battaglia per la conquista di Iwo Jima.
Chi erano i soldati che l'hanno piantata? Quante foto sono state scattate in realtà? Una o due? Cosa ne è stato di quei ragazzi? Com'è stata la battaglia?
Secondo Clint l'immagine divenuta famosa in tutto il mondo ed amata dagli americani come un simbolo di vittoria, eroismo e sacrificio, è stata scattata con i militari in posa.
Dopo che la bandiera era stata piantata una prima volta da altri loro compagni appena giunti sulla cima, al prezzo di una sparatoria con i giapponesi.
E' una vecchia polemica, che ha sempre diviso gli americani fin dal 1945. Eastwood appoggia questa tesi.
Se ne serve per raccontarci un'episodio di morte e dolore abilmente sfruttato, in termini di marketing, dalle autorità USA che erano a caccia di denaro attraverso le obbligazioni di guerra, per finanziare l'ultima spallata al Giappone.
Il conflitto in quella primavera del '45 stava pesando molto sui conti pubblici e l'opinione pubblica era stanca; ecco che allora un tour promozionale degli eroi di Iwo Jima (ma non erano loro in realtà) poteva servire per ridare slancio alla guerra.
Il film tuttavia non ha un intento strettamente politico, anche se traspare con chiarezza il j'accuse contro le autorità militari e politiche per il cinismo con cui venne gestita la vicenda.
Lo scopo principale di Eastwood è seguire il lato umano, come sempre più spesso gli accade negli ultimi anni.
Si concentra sul dramma dei tre militari, eroi per caso, e dei loro commilitoni ad Iwo Jima.
Due reggono il gioco; uno cercherà a guerra conclusa di sfruttare la sua popolarità per fare carriera.
Il secondo è un coraggioso infermiere rimasto ferito durante la battaglia, che si arrovella per il rimorso di non essere riuscito a salvare abbastanza compagni dalla morte.
Il terzo è un pellerossa che ha la funzione di coscienza critica; difatti si ribella agli scopi propagandistici dell'operazione.
Sarà lui a subire lo scotto più pesante: a guerra finita non riuscirà a dimenticare i morti e gli orrori visti e continuerà a macerarsi nel senso di colpa per essere sopravvissuto ed essere stato spacciato per eroe.
Con una regia che alterna bene il passato e il presente dove gli anziani reduci rievocano quei giorni, Eastwood spoglia dal velo della retorica la memoria che gli americani conservano di Iwo Jima e più ampiamente della seconda guerra mondiale.
Come si dice nel film, i soldati muoiono per la patria, ma prima di tutto muoiono e si sacrificano per i loro compagni, per chi gli cade a fianco o davanti.
Non ci sono eroi, ma solo uomini che soffrono per i loro compagni, i loro fratelli e che cercano di portare a termine nel miglior modo possibile il compito che gli è stato assegnato.
Gli eroi vengono creati dalla politica, per ammantare di nobiltà e bellezza la cruda essenza della guerra.
Eastwood conferma di essere forse l'ultimo umanista di Hollywood, un cineasta sensibile, coraggioso ed attento. Voto: 8+
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mercoledì 14 novembre 2007

Il funerale di Gabriele è il funerale del calcio


Stamattina si sono celebrati a Roma i funerali di Gabriele Sandri.
Fortunatamente fino a questo momento non si sono registrati altri incidenti.
E' presto per stabilire cosa è successo; tuttavia, il sospetto che il poliziotto in quella maledetta domenica abbia perso la testa c'è tutto.
Forse ha visto troppi film americani, tipo Serpico o Arma Letale, ed ha pensato di poter fermare un'auto secondo lui in fuga con un colpo alle gomme. Forse lo ha preso un raptus...chissà. Aspettiamo.
Però quanto è accaduto dopo la dice lunga su cosa è il calcio italiano.
Formidabile secondo me la sintesi fatta da Michele Serra su Repubblica: Serra dice che dopo la Sicilia, la Calabria e la Puglia, la quarta regione in mano all'antistato è il calcio.
Il mondo del pallone ormai è una zona franca, dominata da gruppi di tifosi violenti ed arroganti.
E' una mandria animata da una logica di scontro, di lotta senza quartiere contro la società, la legge e lo stato, contro la polizia che ne è una delle articolazioni più importanti.
Logica di conflitto dunque, ma in nome di che cosa?
Sicuramente alcune frange di ultras non hanno precisi riferimenti ideologici, ma è un fatto che le curve sono controllate da gruppuscoli, da "cespugli" di estrema destra.
Mentre black-blockers e animatori dei centri sociali occupano gli stabili di periferia in disuso, i centri di propaganda e di reclutamento dei giovani nazifascisti sono gli stadi. Entrambi poi convergono nelle piazze e nelle strade delle città per creare caos e violenza.
Mi sbagliavo solo sull'entità del fenomeno: pensavo che fossero meno numerosi e quindi meno dannosi dei loro colleghi di estrema sinistra.
Non è così, purtroppo il cancro è cresciuto. Ed oggi alcuni di loro erano al funerale di Gabriele, col braccio teso nel saluto romano. Ignobili.
E il calcio che c'entra? C'entra eccome, nonostante calciatori, giornalisti e manager delle società si affannino a dire che certi delinquenti con il pallone non hanno niente a che fare.
Le società portano la pesante responsabilità di aver accettato la vicinanza dei gruppi di ultras; secondo i casi, vengono tollerati perchè sono temuti o fanno comodo.
Si ha paura delle rappresaglie, delle contestazioni, oppure si utilizzano i greggi di tifosi pecoroni come massa di manovra per protestare contro il sistema, contro arbitraggi e complotti veri o presunti, nascondendo così le proprie colpe: campagne acquisti sbagliate o gestioni di bilancio da bancarottari.
Lotito, unico presidente della A che ha avuto il coraggio di spezzare la complicità, per ora è solo a combattere questa battaglia civile. E si muove sotto scorta.
I calciatori a volte accettano l'amicizia dei capataz ultras (come il fascista Di Canio o il semplicione Materazzi) invece di tenerli a debita distanza.
I giornalisti sportivi danno il loro contributo; conducono trasmissioni insulse dove si litiga a ciclo continuo o attraverso i giornali fanno nascere veleni dal nulla.
La politica dorme o si gira dall'altra parte. Ci sono uomini di partito che bazzicano le periferie ed i club di tifosi per accaparrarsi voti. Finchè un fatto eclatante non li obbliga a far finta di occuparsi del problema.
Il calcio è morto; sono convinto che molti come il sottoscritto se ne sono allontanati, disgustati per averlo visto degradato ad un gioco gladiatorio, ad un'insensata guerra permanente. Tutti contro tutti, ma se serve tutti contro la polizia.
E' un mondo inqunato dalla politica, dai quattrini. Le lotte di potere fra big vengono spacciate per campagne moralizzatrici.
Calciopoli è finita con la punizione di un capro espiatorio (Moggi) e l'assoluzione di tutti gli altri mascalzoni (Moratti, Galliani e Carraro in testa).
Andate in pace.
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sabato 10 novembre 2007

Zaia e la chiesa di Treviso

Luca Zaia, Vicepresidente leghista della regione Veneto, è in polemica con la diocesi di Treviso. Il motivo è l'ospitalità concessa dal parroco di un comune della provincia, Ponzano Veneto, ai musulmani per la preghiera del venerdì.
Zaia ha chiesto al vescovo di intervenire per bloccare l'iniziativa. E' stato subito ascoltato, dato che il vescovo ha ribadito che non si possono usare i locali ecclesiastici per i riti di altre religioni.
Non vi sarebbe nulla di strano nella questione, se non vi fosse stata l'intromissione del politicante di turno.
Un sacerdote ha promosso un'idea che un suo superiore nella gerarchia ecclesiastica non ha approvato. La chiesa è giustamente sovrana nella sfera delle proprie attività di culto.
Allo stesso modo non vi sarebbe nulla di strano se il reggente della diocesi di Treviso avesse, al contrario, appoggiato l'iniziativa del parroco. Vale quanto detto sopra.
La nota stridente è l'intervento in una questione di fede di un esponente della Lega, che deve parte della sua fortuna politica ad una propaganda che ha sempre stuzzicato gli umori popolari. In particolare negli ultimi tempi contro l'Islam.
Non amo particolarmente l'Islam, per ragioni analoghe non amo neppure la Chiesa Cattolica; però in nome del principio "libera chiesa in libero stato" l'autonomia delle varie confessioni dev'essere rispettata.
Non si può chiedere alla chiesa di evitare indebite interferenze nella vita pubblica e poi intromettersi in questioni da cui la politica deve restare distante.
Soprattutto se ne sono protagonisti soggetti a caccia di facili simpatie, appartenenti a forze politiche che dicono di voler difendere i valori cattolici e nello stesso tempo celebrano strampalati riti neoceltici, come il versamento dell'acqua del Po nella laguna di Venezia.
Riti di sapore neopagano che rientrano nella categoria delle baracconate da quattro soldi.
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giovedì 8 novembre 2007

Diliberto e la mummia di Lenin

Il circo Barnum della politica nostrana non finisce mai di stupire. Oliviero Diliberto fra il serio e il faceto ha ventilato l'ipotesi di accogliere qui da noi le spoglie di Lenin.
Questo perchè lo zar Vladimiro, a quanto pare, vuole chiudere il mausoleo di Mosca che da molti decenni ospita la mummia del padre della rivoluzione.
La generosa dichiarazione di disponibilità è stata fatta dal nostro durante la sua visita in Russia, ospitato dal partito comunista di Ziuganov.
Il leader maximo di una cellula del comunismo italiano ha incontrato il segretario di un partito di sopravvissuti e nostalgici dei bei tempi che furono (quelli dell'URSS, e qui mi viene un brivido alla schiena).
E fra amarcord commoventi, brindisi a base di vodka, pacche sulle spalle e analisi dello scenario internazionale in chiave marxista, è venuta fuori questa straordinaria pensata. Attendiamo di sapere dove "Dilibertov" pensa di collocare le illustri spoglie.
Ci manca solo che proponga di trasferire nelle piazze d'Italia le statue dei vari dittatori comunisti, Stalin in testa, che dopo la caduta del muro sono state abbattute e gettate da una parte.
La salma di Lenin non ha pace; prima di morire il leader russo aveva espresso l'umano desiderio di essere sepolto privatamente, vicino alla madre.
Non lo rispettarono; lo imbalsamarono come un faraone e lo esposero agli occhi delle folle che volevano venerarne le reliquie, inaugurando la tendenza ad ammantare di sacralità i leader comunisti che ha sempre fatto a pugni con l'ateismo dichiarato di quell'ideologia.
Il comunismo aveva la pretesa di essere una scienza, ma si è trasformato in religione, con le sue divinità, i suoi santi e i suoi fedeli, che anche qui da noi sono ancora presenti.
Chissà cosa direbbe il padre della rivoluzione d'Ottobre di questo culto della personalità.
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sabato 3 novembre 2007

No alla caccia al rumeno

La cronaca degli ultimi giorni ci da molta materia per riflettere.
Dopo l'assassinio brutale della signora Reggiani a Roma, qualcuno ha pensato di dover vendicare il delitto aggredendo tre rumeni all'uscita di un supermercato a qualche chilometro di distanza. Che sia l'inizio di un'ondata xenofoba?
E' probabile; d'altra parte siamo di fronte ad un sentimento popolare che monta da diverso tempo, da almeno qualche anno.
Io vivo in una regione dove la presenza di stranieri è alta; si calcola che nella provincia di Treviso il totale degli stranieri, rispetto alla popolazione di origine italiana, sia circa il 10%.
Fra questi, i rumeni sono al primo posto.
A favorire l'incremento della loro presenza giocano due fattori: l'economia ricca e la maggiore vicinanza del nordest alla loro terra d'origine. Io stesso ne conosco personalmente alcuni, a cominciare dai miei vicini di casa.
L'atteggiamento del veneto medio di fronte a questa presenza è molto contraddittorio e sofferto; tutti sono consapevoli che è necessaria per mantenere in movimento il volano dell'economia, ma la diffidenza è forte. E' lo stato d'animo di una regione che riflette in pieno quello di tutto il paese.
In questi ultimi giorni è scattato il tam-tam dei media, locali e nazionali; tutti a sottolineare il "problema rumeno", con toni decisamente ossessivi su tv locali come Antenna 3 e Rete Veneta.
Non vorrei che gli ultimi episodi della cronaca nera spingessero ad una caccia al rumeno; non è questa la soluzione.
Chi ha aggredito i tre operai all'uscita del supermercato deve essere individuato e punito severamente.
Esattamente come è lecito attendersi una pena severa per il responsabile dell'omicidio della donna di Roma.
Lo stato ha l'obbligo stringente ed assoluto di intervenire, per evitare che emerga una giustizia fai da te.
Perciò, bene ha fatto il governo a proporre un pacchetto sicurezza che pare incamminato sui binari dell'urgenza.
Malissimo ha fatto il centrodestra ad approfittare della situazione per imbastire la solita maldestra polemica strumentale, volta a dimostrare che la colpa di tutto è dei loro avversari.
Penosa la performance di Fini, che ha visitato sotto l'occhio delle telecamere la stazioncina luogo del misfatto. Cosa ha fatto il partito di Fini per impedire questi fenomeni, quando poteva?
Berlusconi, uomo patologicamente avvezzo alle bugie più sfacciate, sostiene che l'emergenza è nata con il governo Prodi.
Niente di più falso, come ben sa chi conserva un minimio di memoria degli avvenimenti e non ha ancora portato il cervello all'ammasso.
I problemi di criminalità legati all'immigrazione datano molto indietro nel tempo; chi oggi strepita in cinque anni di governo non ha fatto praticamente nulla, a parte istituire il poliziotto di quartiere che nei quartieri non si vede (si sa che le forze dell'ordine hanno organici ridotti).
Anzi, chi oggi strepita è responsabile di aver tagliato i fondi alle forze dell'ordine ed alla magistratura e di aver fatto una maxi sanatoria per un totale di 700.000 persone, fra le quali si celavano anche personaggi dai dubbi comportamenti.
La questione di fondo è, come spesso avviene in questo paese perennemente non governato, che tutta la classe politica ha dormito lasciando che il problema si incancrenisse.
Tardiva (ma da appoggiare) è l'iniziativa del governo, del tutto mancante in passato è stata l'attenzione del polo berlusconiano ai temi della sicurezza pubblica.
Il toro va finalmente preso per le corna ed atterrato; non c'è più tempo, se si vuole evitare la crescita dell'incomunicabilità e dell'odio fra italiani e stranieri che, piaccia o no, devono vivere gli uni accanto agli altri.
Va fatto anche per impedire che si sviluppi un brodo di coltura per i gruppuscoli della destra estrema (Forza Nuova in testa), altro problema emergente come ho scritto in un post.
Ragazzi ignoranti, emarginati e violenti proprio come il rumeno che ha aggredito la Reggiani, che stante questo clima possono godere di una perversa legittimazione morale e politica e saldarsi alla xenofobia che sta radicandosi nell'opinione pubblica.
La xenofobia; dovunque ci sia un fenomeno migratorio, prima o dopo viene fuori, tutti ne possono essere colpiti.
Italiani compresi, quando andavano all'estero a cercare fortuna e subivano vessazioni a causa dei crimini commessi dai loro connazionali.
Per ripassare un pò la storia, e dire no alla caccia allo straniero, val la pena di leggere il libro di Gianantonio Stella "L'orda".
Sottotitolo: quando gli albanesi (o i rumeni) eravamo noi.
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giovedì 1 novembre 2007

Un folletto di nome Angus Young


Angus Young è uno dei due archetipi del chitarrista rock.
Nell'arco della sua più che trentennale carriera, spesa interamente negli inossidabili AC/DC, ha incarnato il lato più viscerale ed istintivo di questo genere come pochi altri hanno saputo fare.
L'altro archetipo è quello del chitarrista colto, dallo stile complesso tecnicamente e ricco di riferimenti: categoria a cui appartengono nomi come Ritchie Blackmore, Jimmy Page e Tony Iommi fra gli altri. Musicisti venerati e di atteggiamento un pò algido, distaccato.
Angus è diverso; è un autodidatta dallo stile semplice (e per questo snobbato da una parte della critica), che ha imparato a suonare da solo ascoltando gli album degli Yardbirds, degli Who e di Muddy Waters.
Si è sempre posto, come tutti i membri degli AC/DC, in comunione totale con il pubblico. Un dilettante allo sbaraglio assurto a fama mondiale grazie alle ritmiche sfrenate e grezze impresse all'Hard Rock, ai riff al fulmicotone che fuoriescono dalla sua Gibson modello diavoletto.
E' un folletto che rappresenta il feeling più profondo del rock, la pancia del genere, specularmente ai personaggi succitati che ne rappresentano invece la testa.
Nel film School Of Rock, l'insegnante interpretato da Jack Black per spiegare ai suoi allievi come deve essere una chitarrista fa vedere un video di Angus.
Il suo marchio di fabbrica sono le esibizioni dal vivo in cui si dimena come un ossesso, saltando di qua e di la vestito con la celebre divisa da scolaretto, suggeritagli dalla sorella.
Gli AC/DC in effetti nascono come una questione di famiglia. Ne sono fondatori, all'alba degli anni 70 Angus ed i suoi fratelli Malcom (chitarra ritmica) ed Harry Young, che ne produrrà gli album per diversi anni.
Gli Young appartengono all'ambiente dell'immigrazione scozzese di Sydney, Australia; un ambiente tosto, fatto di grandi lavoratori ed altrettanto grandi bevitori.
Gente sanguigna ed un pò ai margini, pronta a menare le mani soprattutto dopo una serata al pub; gli Young rispettano la tradizione, già ai tempi della scuola si segnalano per il carattere fin troppo vispo e la scarsa dedizione allo studio.
Quando prende corpo il progetto di fare musica, incontrano sul loro cammino un altro figlio di emigranti scozzesi, Bon Scott.
Anarchico ragazzo di strada che di tanto in tanto finisce nei guai con la giustizia e viene piazzato davanti al microfono (pure lui è un dilettante allo sbaraglio) .
Bon Scott evidenzia uno stile canoro molto originale, è un urlatore blues capace di passare dalle vocine infantili o maniacali ad interpretazioni struggenti e sofferte. Unico.
Con l'ingresso di Phil Rudd alla batteria e di Mark Evans al basso la squadra è completa, gli ingredienti per un cocktail esplosivo sono pronti.
Gli AC/DC iniziano un percorso che li porterà ad essere uno dei gruppi Hard più amati, con il loro tipico, bollente boogie rock dalle venature blues, che nel corso degli anni 80 assume connotazioni più heavy mantenendo però sempre un imprinting inconfondibile.
Gli anni 80 tuttavia si snodano senza Bon Scott, morto nel Febbraio dell'80, soffocato dal vomito dopo l'ennesima sbronza.
Viene sostituito da un altro urlatore d'eccezione, lo scozzese (tanto per restare in tema) Brian Johnson, che riesce nel non facile compito di farsi accettare dai fans.
Gli AC/DC sono stati fonte d'ispirazione di decine di gruppi. Angus ne è l'anima ed è uno dei pochi musicisti che hanno tirato fuori completamente il potenziale energetico di questo genere.
Volare a un milione di watt.
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mercoledì 31 ottobre 2007

Ratzinger, pericoloso papa antimoderno

La figura di papa Ratzinger è affascinante, anche se in fin dei conti molto irritante per un laico come me.
Ascoltando le frequenti esternazioni del pontefice ed osservando le sue iniziative, sembra di avere di fronte un papa del passato che grazie a qualche prodigio, magari ad una macchina del tempo, è piombato nel bel mezzo del 21° secolo.
Ratzinger è latore del messaggio di una chiesa vecchissima e tuttavia viva: una chiesa preconciliare, come dicono alcuni commentatori.
Meglio ancora tridentina, in ricordo del Concilio di Trento (1542-1563), che segnò l'avvio di un'energica e spietata reazione teologica e politica da parte della chiesa di Roma, che stava subendo l'emorragia dello scisma protestante.
Quella reazione passata alla storia come controriforma, che grazie all'appoggio del "braccio secolare", vale a dire delle istituzioni degli stati europei rimasti vicini a Roma, soffocò con violenza il libero dibattito culturale che si stava sviluppando in molte regioni d'Europa.
Lo storico del 700 Giambattista Vico sosteneva che la storia è fatta di "corsi e ricorsi". E' come un pendolo che oscilla da destra a sinistra e viceversa.
Nella vicenda plurimillenaria della chiesa, alla riforma protestante è seguita la controriforma; adesso, dopo il Concilio Vaticano II (1962) che aveva ufficializzato una linea di confronto più moderato ed aperto con la società civile, Ratzinger si fa guida di una nuova controriforma.
E' una battaglia dagli esiti in parte imprevedibili; emerge con chiarezza però una grave tensione fra mondo cattolico e laico particolarmente sofferta in Italia, dove ha sede il Vaticano.
Per non parlare della crescente incomunicabilità interreligiosa di cui Ratzinger è responsabile.
Ne è esempio la presa di posizione contro il mondo protestante (ricordo la polemica di qualche settimana fa con la piccola, dignitosa e civile comunità dei Valdesi).
Oppure le dichiarazioni critiche verso l'ebraismo, rieccheggianti la sinistra polemica del passato contro "i fratelli che sbagliano" perchè non riconoscono il messaggio di Cristo, grazie a cui si sono giustificate ignobili persecuzioni.
E pensare che, in una razionale prospettiva di analisi storica, Cristo non era altro che un ebreo ortodosso... Chi ha il coraggio di dirlo ai cattolici?
L'unica cautela che Ratzinger osserva, per ovvi motivi, è nei riguardi del mondo islamico, oggi più che mai un bacino di intolleranza e totalitarismo in grado di far esplodere rapidamente dimostrazioni sanguinose in ogni parte del globo.
Fatte le debite proporzioni, fra l'oscurantismo di molti imam e quello di Benedetto XVI, non c'è poi una grande differenza.
Le tirate ratzingeriane paiono autorevoli ma sono in realtà tesi semplicistiche, o se vogliamo clamorose castronerie.
Il 900 è da condannare, dice il papa, perchè allontanandosi da Dio ha creato i totalitarismi (nazifascismo e comunismo) e quindi la seconda guerra mondiale e la guerra fredda, omettendo di ricordare quante guerre sono state combattute ben prima per motivi religiosi da cattolici mossi da un identico spirito totalitario.
L'ultima perla regalataci dal papa preconciliare ed antimoderno è la direttiva impartita ai farmacisti, che non dovrebbero prescrivere terapie contrarie all'etica cattolica.
Questo episodio dimostra la linea di contrapposizione con le regole dello stato sovrano sostenuta con fermezza dal teologo tedesco.
L'offensiva di Ratzinger ripropone un dilemma che ha lacerato per secoli le coscienze: viene prima il potere temporale o quello spirituale?
Pensavamo che con l'avvento della modernità e del concetto di stato "aconfessionale" avessimo trovato una risposta accettabile: lo stato aconfessionale o laico garantisce eguale spazio di espressione ad ogni confessione religiosa.
Ma Ratzinger ci riporta indietro, ci da addirittura la possibilità di celebrare la messa in latino. Non ce n'era proprio bisogno.
Benedetto XVI continua a bacchettare la società pluralista per conservare la chiesa cristallizzata.
La sua estrazione del resto è quella del teologo, del docente che indica la verità da seguire; e che se necessario, boccia e punisce.
Dopo la carriera accademica, Giovanni Paolo II chiama Ratzinger (1981) a ricoprire la carica di prefetto per la congregazione della fede, l'istituzione è bene ricordarlo che in passato si chiamava Inquisizione.
Il solerte professore prende sul serio l'incarico e perseguita senza requie tutte le tendenze di pensiero non allineate all'interno della chiesa, a cominciare dalla famosa teologia della liberazione di padre Boff.
Dopo aver svuotato il dibattito interno alla chiesa, adesso da papa Ratzinger prova ad allineare il mondo: compito titanico e sicuramente irrealizzabile anche per un uomo dalla ferrea volontà e dalla convinzione di essere nel giusto come lui.
Senz'altro però ha realizzato un obiettivo: rimettere in discussione per la sventura di tutti, laici e cattolici, principi che parevano affermati e avevano assicurato un minimo di civile convivenza.
Grazie Ratzinger.
Per chi vuole approfondire il pensiero del papa antimoderno, consiglio la lettura di "Contro Ratzinger", ed. ISBN.
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domenica 28 ottobre 2007

Costituente del Partito Democratico: osservazioni

La costituente del partito democratico svoltasi ieri è un evento molto importante, non c'è dubbio, come le primarie del 14 Ottobre.
Giudicarlo con sufficienza o con spregio, come ancora una volta ha fatto Berlusca, sarebbe sbagliato oltrechè poco rispettoso e democratico.
Da questo punto di vista bene ha fatto Veltroni a ricordare che il disprezzo per l'avversario, la tattica denigratoria come mezzo di propaganda non può trovare posto nel nuovo partito.
Questo in effetti è uno dei mali peggiori della sgangherata seconda repubblica in cui viviamo. Speriamo che il PD rompa con una tale pessima abitudine.
A parte questo, il racconto della giornata fatto dai media mi suggerisce perlomeno tre osservazioni.
Numero 1: i sospetti sulla reale volontà del vertice del PD di rompere con le vecchie tradizioni di gestione del potere non sono stati smentiti.
Infatti la selezione degli organismi dirigenti locali (in particolare i segretari provinciali) non avverrà con le primarie come invece sarebbe stato auspicabile e soprattutto coerente con le premesse del PD, vista l'importanza assegnata all'investitura dal basso fin dai primi passi di questa esperienza.
Saranno invece Veltroni ed i segretari regionali a sceglierli. I Veltroniani vogliono blindarsi? Brutto autogol.
Criticabile anche l'approvazione delle norme transitorie per acclamazione fatta dall'assemblea. Sarebbe stata preferibile una discussione aperta con votazione finale, visto che la minoranza interna al partito raccolta intorno alla Bindi ha espresso riserve, che in questo modo non hanno avuto la giusta considerazione e sono state scavalcate a pie' pari.
Numero 2: la relazione ed il discorso di chiusura di Veltroni hanno insistito sul carattere "nuovista" del partito, che continua ad essere il contenitore di un'idea di riformismo imprecisa ed ambigua.
L'unico riferimento al passato è stato Berlinguer. Un pò pochino... nella storia del paese c'è molto di più. Uno dei rari riferimenti al presente invece è stato il Cardinale Martini: che c'entra?
Numero 3: gli oratori, fra cui Prodi, hanno detto che il PD è la migliore risposta all'antipolitica, il nuovo spauracchio, il belzebù che ha fatto irruzione nella vita pubblica italiana e che i politici vogliono esorcizzare considerandolo un male che mina le basi della democrazia.
Prendiamo atto e attendiamo il Partito Democratico al varco. Tuttavia, a Prodi, Veltroni e a tutti gli altri ricordiamo che l'antipolitica nasce dal disastroso status quo in cui versa l'Italia.
I cittadini, sempre più numerosi, che danno segnali di insofferenza e disgusto verso la politica non sono bambini cattivi da correggere.
Sono le vittime della cattiva politica che ha dominato in questi anni e che tutti, a destra e a sinistra hanno contribuito a creare.
Il bersaglio da colpire non può essere Beppe Grillo e chi trova, nelle battaglie civili di Beppe Grillo, una ragione di sfogo contro la drammatica crisi del sistema paese.
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sabato 27 ottobre 2007

Fratello, dove sei? Un gran bel film

Bello questo video, no?
Stanotte su Canale 5 verrà trasmesso "Fratello dove sei?", film del 2000 diretto dai fratelli Cohen, con George Clooney ed altri bravissimi interpreti, fra cui John Turturro e l'impagabile John Goodman.
Tanto per cambiare, i film migliori vengono trasmessi ad orari adatti solo agli insonni; finiscono relegati in fondo a palinsesti per lobotomizzati, intasati come sono da reality, quiz, fiction pallose e retoriche a base di preti, carabinieri e dottorine del pronto soccorso altruiste.
Comunque... a proposito del film, credo che sia uno dei capitoli migliori della produzione dei Cohen; azzeccata l'ambientazione nell'America della grande depressione, che è stata resa da una deliziosa fotografia seppiata.
Trama spumeggiante, strizza divertita l'occhiolino nientedimeno che all'Odissea di Omero: il protagonista interpretato da George Clooney si chiama Ulysses, che appena evaso con due compagni dalla colonia penale incontra sulle traversine della ferrovia un vecchio nero cieco (ovvero Omero), che gli predice il futuro.
I tre simpaticissimi galeotti intraprendono un viaggio attraverso l'America squattrinata e rurale di quegli anni, dove gli capitano molte peripezie, fra cui l'incontro con un venditore di bibbie imbroglione cieco da un occhio (John Goodman - Polifemo), che li pesta ben bene e li deruba e con il famoso gangster pazzoide Baby Face Nelson, che li implica loro malgrado nelle sue scorrerie.
Devono sfuggire alla caccia di un bieco sceriffo munito di occhialoni neri e muta di cani, nella speranza di raggiungere il tesoro nascosto da Clooney prima della condanna, in realtà una bufala rifilata agli altri per convincerli ad evadere con lui.
E finiscono addirittura coinvolti nella campagna elettorale per il governatore dello stato, fra due candidati di complementare cialtroneria.
"Fratello, dove sei" è la storia di un viaggio con cui i Cohen ripercorrono la storia dell'America e la sua cultura popolare in maniera giocosa e colta.
E' una commedia brillante, stilosa e nel contempo godibile, dove la musica occupa una parte rilevante, come del resto in tutta la loro filmografia (basta pensare alla colonna sonora del Grande Lebowski).
Anche da questo punto di vista, interessante è la rivisitazione della cultura americana: folk, country e blues accompagnano piacevolmente il procedere del film.
Dialogo fra Ulysses e il suo compagno Delmar:
U - Mai fidarsi di una femmina, Delmar. Ricorda questo semplice principio e il tempo con me non sarà stato speso invano.
D - Ok Everett.
U - Travolto da un treno... la verità non significa niente per una donna. E' il trionfo della soggettività. Sei mai stato con una donna Delmar?
D - Beh io... prima di pensare a certe cose devo recuperare la fattoria di famiglia.
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venerdì 26 ottobre 2007

Kyuss, l'estinzione della specie


I Kyuss hanno suonato assieme circa dieci anni, dal 1988 al 1997. Una band californiana che non lo sembra affatto.
Se si pensa alla California e la si associa alla musica, cosa viene in mente?
D'istinto si pensa ad un tipo di rock solare, da classifica, da "easy listening". Possono venire in mente i Beach Boys, con le loro sciocche canzonette da spiaggia o magari l'orecchiabilità di vari gruppi AOR che impazzavano fra gli anni 70 ed 80.
Possono venire in mente i Van Halen, esponenti di un rock commerciale che però bilanciavano con un indiscutibile talento ed i furibondi raid chitarristici di Eddie Van Halen, grande innovatore della sei corde.
Le ville di Malibù con vista sul mare, i Grammy Awards, l'oca miliardaria Britney Spears e la dolce, eccessiva vita delle rockstar: celebri sono rimaste le scorribande di Vince Neil dei Motley Crue in Limousine attrezzata con Jacuzzi ed escort prosperose.
Ma la California ha anche un altro volto; esiste una California periferica e poco frequentata; un entroterra sabbioso ed oscuro, più scarno e trasognato se vogliamo. Questa California ha il volto dei Kyuss.
Nome curioso, preso dal gioco di ruolo Dungeons & Dragons, per una band che parte dai Black Sabbath, dalla loro idea di musica inquietante ed angosciata e li mescola alla pesantezza del Trash Metal.
Altra numerosa famiglia di guastatori del suono che ha avuto i natali proprio nella solatia California, in particolare nella bay area di S. Francisco, a smentire la spensierata immagine da copertina che ha questa terra.
I Kyuss sono gli interpreti più rappresentativi dello "Stoner Rock", vale a dire del rock fumato (stoned significa appunto questo in inglese).
Un filone con vari protagonisti, un fenomeno comunque rimasto a livello underground, a lato della musica da classifica, per tutto il suo ciclo di vita.
La sonorità dei Kyuss oscilla fra il metal d'impatto e suite complesse e spesso sbilenche; passa da pezzi aggressivi a momenti malinconici e sballati.
Sono una band dal suono particolare, che regala all'ascoltatore piccoli deliziosi viaggi in un luogo marginale e rarefatto, nell'entroterra della California con le sue strade secondarie e le sue piane isolate, dalle valenze metafisiche.
Dovremmo dire erano, visto che si sono estinti con tutta la specie degli Stoner Rockers. Due dei loro membri (il chitarrista Josh Homme ed il batterista Alfredo Hernandez) hanno fondato i Queens Of The Stone Age. Nuove esperienze, l'evoluzione della specie.
Ma il "Desert Sound" ogni tanto resuscita: Homme si è dato cura di gestire un progetto (the Desert Sessions), che prevede la pubblicazione di raccolte di brani dei musicisti della scena californiana.
L'altra s'intende, non quella delle classifiche e della dolce vita.
Caldamente consigliati: Blues For The Red Sun (1992) e Welcome To Sky Walley (1994).
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mercoledì 24 ottobre 2007

Caso De Magistris: la notte della giustizia

Faccio una previsione pessimistica, facile facile: il PM De Magistris perderà la sua partita contro il potere, contro il governo ed il ministro di disgrazia ed ingiustizia Mastella.
L'ultimo colpo di scena: Lombardi, procuratore generale di Catanzaro (e avversario sostanzialmente dichiarato di De Magistris) ha chiesto il trasferimento, mentre il suo facente funzione Favi, ha rinviato gli atti dell'inchiesta condotta dal PM a Roma, al tribunale dei ministri. L'indagine si spezzetta, si sfilaccia, mentre sul PM di Catanzaro continua a pendere l'ipotesi del trasferimento.
L'inchiesta Why Not sta approdando al porto delle nebbie.
Come scrive Beppe Grillo nel suo post sull'argomento, stando così le cose Mastella e Prodi agli occhi dei cittadini saranno comunque colpevoli. E' ovvio che sarebbe invece nel loro interesse di dimostrare che con l'ipotesi della truffa ai danni dell'Unione Europea non hanno nulla a che spartire.
Ma, possiamo dire, i due tengono famiglia; devono cercare ad ogni costo di salvare il governo, anche se ormai sembra molto difficile. Sono l'uno prigioniero dell'altro.
Prodi non può scaricare Mastella, che minaccia la crisi. Mastella non può perdere il suo ministero, soprattutto in questo momento.
E' davvero una stramba democrazia la nostra (ma lo è realmente ormai?). Qualunque procedimento penale coinvolga esponenti della classe politica non arriva mai al termine.
Per i magistrati se non c'è una prescrizione c'è un'avocazione, se non c'è un'avocazione c'è un trasferimento, se non c'è un trasferimento c'è una campagna di stampa denigratoria.
Proprio come è accaduto a De Magistris, accusato di parlare troppo, di cercare il protagonismo. In realtà, nelle rare occasioni in cui si è concesso ha dimostrato un certo applomb, anche se traspariva una rabbia contenuta a stento.
Rabbia comprensibile: quanto sta accadendo metterebbe a dura prova chiunque. Si pretende bizzarramente dal magistrato di tacere, in ossequio al riserbo proprio della sua funzione, mentre viene sottoposto ad un attacco concentrico in grande stile.
Interessante poi la reazione del centrodestra alla vicenda. Non ha mai toccato il merito della questione, limitandosi a dire che la vicenda dimostra che il governo deve lasciare e bisogna tornare al voto.
L'ostilità alla magistratura accomuna centrodestra e centrosinistra. E' il consociativismo perfetto.
E' la notte della giustizia. E della democrazia... a proposito: non sono ancora fugati i dubbi sull'operazione bavaglio ad Internet tentata dal sottosegretario Levi.
Tira una brutta aria.
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Dormitorio Italia

Riprendendo il tema del precedente post, l'Italia mi sembra assomigliare sempre più ad un gigantesco dormitorio, fatto su misura per gli anziani e per chi non tollera il minimo disturbo alla quiete pubblica.
Qui nel Veneto per esempio i giovani hanno un diritto allo svago sempre più limitato, controllato, sottoposto a sanzioni.
A Treviso da tempo è stata dichiarata la guerra ai bar, numerosi nel centro e sempre più punto di aggregazione per i giovani, non solo nelle sere del fine settimana.
A Padova il tradizionale "spritz hour" (fra le 18,00 e le 20,00) in Piazza delle Erbe è stato stroncato.
I bar disturbano con la musica ed il vociare dei ragazzi il sonno dei residenti, lo spritz hour porta confusione e spazzatura che deve essere ripulita.
A Jesolo le discoteche, in virtù dei nuovi piani urbanistici, sono state espulse dal centro e spostate sull'anello stradale esterno. Troppo rumore, troppi problemi di traffico.
E' stata predisposta un'area per una cittadella del divertimento dove però ad oggi ha traslocato solo il vecchio luna park con le sue noiose giostre, le stesse da vent'anni.
Di investitori disposti a fabbricare locali per i ragazzi non se ne vedono, e difficilmente se ne vedranno, date le norme molto restrittive varate in tema di orari e somministrazione di alcolici. In compenso fioriscono le speculazioni immobiliari; casette a schiera ed orridi casermoni (moderni alveari per accogliere i turisti - api). Una colata di cemento.
I residenti di certe zone, come accaduto quest'estate vicino a Treviso, si muniscono di periti ed apparati per misurare i decibel delle discoteche vicine e le fanno punire dai comuni. Multa e chiusura forzata.
A Milano Vasco Rossi sempre quest'estate ha avuto problemi con i residenti di San Siro, che mugugnavano per la confusione ed il volume troppo alto.
Il Blasco con gli anni si è imborghesito e rabbonito, però ha tirato fuori il vecchio spirito e gli ha risposto di tapparsi le orecchie, che tanto il concerto si sarebbe tenuto comunque al volume adeguato per un evento rock.
Insomma i giovani vengono espulsi ovunque, vengono invitati o costretti ad andare altrove, non si sa bene dove.
Viviamo in una società sempre più a misura dei vecchi, che difatti stanno diventando la maggioranza della popolazione e sono rappresentati da una classe politica altrettanto geriatrica.
Pensiamo agli esponenti più illustri: Prodi è ultrasessantenne, Berlusconi ha passato i settanta, anche se cerca di nasconderlo con il lifting ed il trapianto di capelli.
Si sa che con l'età diminuisce la tolleranza, si diventa bizzosi e capricciosi, si va a dormire presto e non si vuole sentir ragione.
Così sindaci e pubblici amministratori in genere vengono messi in croce da chi reclama silenzio totale durante le ore notturne. Come nei dormitori o nelle caserme dopo il contrappello.
Intendiamoci: il diritto al divertimento non può essere assoluto. Va contemperato con le esigenze della popolazione, con il diritto al riposo, con il rispetto verso il prossimo.
Però suscita amarezza questa chiusura emergente verso le nuove generazioni, che come i loro fratelli maggiori, padri e nonni, vivono intensamente, si radunano, cercano avventura ed amore, fanno inevitabilmente un pò di chiasso. Come sempre in questo disgraziato paese, non si trova mai un equilibrio accettabile.
Ho compassione per i giovani; gli si prospetta un futuro di precariato, di bassi salari, magari dopo aver preso addirittura una laurea; quando saranno vecchi a loro volta dovranno arrangiarsi con una pensione misera.
Gli riducono sempre di più anche gli spazi per divertirsi. La società gli da il foglio di via, ma per dove?
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lunedì 22 ottobre 2007

Tempi duri per la gente della notte

Ieri sera ero in pizzeria con alcuni amici. Uno di questi gestisce un locale, un disco pub che dalle mie parti sta avendo un buon successo. Finora.
Naturalmente siamo finiti a parlare della nuova normativa, varata il 2 Ottobre, che proibisce la vendita di alcolici in pub e discoteche dopo le 2.00.
Una normativa partita proprio dal Veneto dove abito, una regione che, va riconosciuto, detiene in tema di ubriachezza al volante e morti sulle strade un primato assai triste.
Il mio amico, in toni molto sconsolati, ci raccontava il suo punto di vista e quelle che a suo parere sono le incongruenze della normativa (piuttosto efficace come sintesi questo articolo che ho trovato navigando).
Il proibizionismo mi ha sempre convinto poco; credo che ognuno debba decidere come agire ed eventualmente, se sbaglia, pagarne le conseguenze. Si chiama responsabilità personale.
Se bevo e mi metto al volante, e magari provoco un incidente, il mio comportamento deve essere sanzionato con la dovuta severità. Il mio personale comportamento.
In questo caso invece lo stato ha deciso per tutti, imponendo un divieto che va a colpire indiscriminatamente tutti; in primo luogo i gestori dei locali notturni, a cui di fatto viene appioppata in maniera impropria la responsabilità della sicurezza stradale.
E lasciamo stare le solite illogicità delle leggi del bel paese; niente alcol dopo le 2.00 in discoteca, ma il paninaro che staziona fuori può vendere birra tranquillamente.
Se voglio, posso fermarmi in autogrill e comprarmi una bella bottiglia di vodka o vino e scolarmela in parcheggio. Nessun divieto per Autogrill Spa.
Devono anche spiegare poi cosa faranno per chi comunque si sbronzerà entro le 2.00 e poi uscirà buttandosi sulla strada, in contemporanea a tutti gli altri avventori. Infatti, negli ultimi fine settimana si è già visto che alle 3.00 i locali tendono a svuotarsi.
E se le discoteche anticiperanno gli orari di apertura come è stato ipotizzato, cosa faranno? Proibiranno la mescita alla mezzanotte? O le chiuderanno d'autorità?
Io vivo in una parte del paese da cui ha avuto origine questa bella pensata e dove nel contempo la cultura "dell'ombra" risalente alla vecchia società contadina, si perpetua di generazione in generazione con il benestare della classe politica (Lega Nord in primis) e delle categorie economiche.
Tanto è vero che a Treviso proprio ieri si celebrava l'Ombralonga, ed oggi abbiamo assistito al solito codazzo di polemiche fra favorevoli e contrari, mentre i netturbini lavavano via le vomitature dalle strade.
In Friuli ogni anno si svolge Cantine Aperte, un bel tour domenicale dove, degustazione dopo degustazione, si può tornare a casa con una sbornia colossale.
Nella Treviso gioiosa et amorosa capita di vedere aggirarsi ragazzini alticci, di un'età nella quale il sottoscritto invece andava avanti a Coca Cola.
Evidentemente ci sono baristi che non rinunciano ai 2 euro e mezzo dello "sprizzetto", anche se chi lo chiede è minorenne. E i genitori non si accorgono di niente.
Il proibizionismo è inutile; è una foglia di fico, una presa di posizione della classe politica che non va al nocciolo della questione, che è soprattutto culturale.
La diffusione dell'alcolismo, testimoniata dai rapporti delle Usl e di cui gli incidenti sulle strade sono un corollario inevitabile, è una piaga da contrastare con l'educazione, che spetta alla famiglia, alla scuola ed alle istituzioni con campagne di comunicazione mirate.
Senz'altro è una battaglia a lungo termine, ma è l'unico modo di affrontare il problema; nel frattempo, si rendano ancora più aspre le sanzioni per chi infrange le norme, e ci sia più vigilanza sulle strade da parte delle forze dell'ordine. Perchè deve pagare solo chi sbaglia.
E la gente, in questo paese sempre più intristito e diretto da un ceto politico di anziani, ha diritto almeno una sera a settimana, di tirare tardi e dimenticare le varie angosce che ci attanagliano, ballando e bevendo un drink in santa pace. Ovviamente escluso chi guida.
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domenica 21 ottobre 2007

Il maldistomaco della Polonia


Trovo interessante l'evoluzione politica della Polonia. Mi pare una situazione esemplificativa del vento freddo che sta avvolgendo l'Europa.
Oggi i polacchi vanno al voto; elezioni politiche anticipate.
I gemelli Kacinski (chiedo venia ma i nomi polacchi sono difficilissimi) sono andati al potere, due anni fa, con il partito Legge e Giustizia.
Da bravi fratelli gemelli si sono spartiti di buon grado gli incarichi: uno alla presidenza della repubblica, l'altro alla guida del governo. E sono cominciati i problemi. la Polonia ha iniziato a svolgere il ruolo del guastafeste.
Alla faccia se non altro del bon ton, mettiamola così, visto che è stata appena ammessa all'Unione.
Tutti ricordiamo la tenace opposizione polacca al processo costituente nei vari vertici che si sono susseguiti.
Un'opposizione che punta a preservare l'autonomia nazionale contro le norme e le procedure che mirano invece ad una maggiore integrazione politica, e che si è focalizzata contro il principio delle decisioni a maggioranza.
Gli sfrontati gemelli poi non hanno lesinato dichiarazioni incendiarie contro i nemici storici, la Germania e la Russia dello zar Vladimiro, dimostrando così di guardare ad un passato che invece andrebbe lasciato all'analisi degli storiografi.
Hanno governato il paese con il più tipico programma antieuropeista, autoritario e nazionalistico; vorrebbero persino reintrodurre la pena di morte. Gli slogan che usano sono quelli usuali agli ambienti della destra radicale: ordine, severità, patria, Dio.
Persino Ratzinger, il papa antimoderno, ha dovuto richiamare all'ordine una parte della chiesa polacca che ha dimostrato una linea spudoratamente filogovernativa.
Anche in questo caso, il bon ton non è stato rispettato: la Chiesa deve condizionare la politica ma c'è modo e modo, sembra suggerire Ratzinger.
In Polonia l'emittente radiofonica Radio Maria svolge un'intensa propaganda nazionalista ed antisemita, triste leit motiv di questo paese che si porta dietro la colpa di aver agevolato le persecuzioni naziste contro gli ebrei.
Radio Maria è diretta da un solerte fraticello, tale Ridzik (scusate ancora l'ortografia), un passato come commerciante di auto usate ed organizzatore di viaggi a Medjiugorie, che risulta essere uno dei più influenti sostenitori dei gemelli; un ometto che con i suoi atteggiamenti ricorda i monaci predicatori itineranti del Medioevo.
Per non parlare delle polemiche di qualche mese fa contro vari personaggi, fra cui alcuni ecclesiastici, sospettati di connivenza con il regime comunista.
Una faccenda che puzza molto di tentativo di mettere fuori gioco chi non è allineato al nuovo corso. Maccartismo in salsa polacca.
Il maldistomaco che ha colpito la Polonia è un disturbo che sta coinvolgendo trasversalmente quasi tutta l'Europa.
In Svizzera l'UDC di Blocher rinfocola la polemica contro gli Asylanten, nella civile ed avanguardista Olanda crescono paure ed intolleranza. La Francia ha bocciato solennemente la costituzione europea al referendum dello scorso anno.
L'unione europea appare ancora molto lontana, a dispetto dell'ottimismo dei paesi più europeisti come il nostro.
E ad est più che altrove convivono spinte contrastanti: la tendenza all'integrazione esprime il desiderio di crescita economica e di benessere, di agganciare il treno dello sviluppo.
Ma è bilanciata da una forte diffidenza, dall'euroscetticismo, ed è complicata da situazioni nazionali fluide, che in alcuni casi potrebbero sfociare in crisi violente.
Basta pensare a quanto sta avvenendo in Ucraina. L'est Europa rimane un mondo magmatico, di difficile lettura e controllo, che complican non poco il già difficile cammino verso l'integrazione degli stati nell'unione.
Forse era bene pensarci per tempo, prima di allargare indiscriminatamente i confini della casa comune europea. Ma gli interessi delle lobbies economiche, molto influenti a Bruxelles, hanno prevalso.
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venerdì 19 ottobre 2007

Ricardo Levi: è un uomo o un quaquaraquà?

Ricardo Levi...è un uomo o cos'altro?
Fino all'altro giorno ben pochi sapevano chi fosse, ma ora sta diventando famoso, sta guadagnando la notorietà improvvisa (e ovviamente non ricercata) che colpisce molti dei nostri politicanti quando vengono colti sul fatto, con le mani sporche di marmellata.
Questo oscuro signore, attuale sottosegretario alla presidenza del consiglio, che prima di diventare un collaboratore di Prodi ha dedicato la sua vita professionale alla stampa, è l'estensore di un disegno di legge che ha il sapore dell'infamia.
Un progetto governativo che, qualora diventasse legge dello stato, sancirebbe la fine della libertà d'informazione in Internet.
Si prevede infatti una serie pesante ed assurda di obblighi a carico di chi pubblica contenuti in rete, attraverso un blog o un dominio personale.
La mera pubblicazione di contenuti viene equiparata ad un'attività professionale; per aprire un blog occorrerebbe iscriversi ad un registro pubblico (il ROC), nominando un direttore responsabile che deve essere un giornalista iscritto all'albo! Il tutto ovviamente a pagamento!
L'oscuro sottosegretario dice che spetterà ad una regolamentazione supplementare di precisare le modalità e le eccezioni, ma intanto il dado è tratto.
Il consiglio dei ministri ha approvato all'unanimità (mi immagino l'entusiasmo di Mastella) e l'opposizione si è astenuta dal commentare, evidentemente compiaciuta per una scelta che va anche pro domo sua.
Nemmeno Berlusca era riuscito ad imbavagliare in questo modo l'informazione; anzi la controinformazione, visto che la prima in realtà è appaltata a pennivendoli in servizio alla destra e alla sinistra.
Adesso attendiamo una legge che autorizzi ad esprimere opinioni al bar, davanti al caffè, solo ai cittadini muniti di regolare autorizzazione prefettizia, o che permetta di scrivere lettere ai giornali solo a chi è munito del patentino di giornalista.
Mi domando: ma questo è un uomo? E questo è un governo degno di un paese democratico? Questa scelta avvicina l'Italia alla Cina, alla Birmania, alla Russia dello zar Vladimiro, non all'occidente democratico.
Vuoi vedere che se decido di pubblicare un blog con le foto delle mie vacanze devo iscrivermi al ROC?
Vuoi vedere che se scrivo un post su un argomento politico posso incappare nell'articolo 57 del codice penale? (omesso controllo di contenuti diffamatori, già c'è anche questo)
Non c'è limite al peggio; abbiamo toccato il fondo e stiamo iniziando a scavare.
E pensare che, per aggiungere la beffa al danno, l'art. 1 di questo disegno di legge afferma che scopo della legge è quello di promuovere il pluralismo dell'informazione.
Forse una volta tanto il Berlusca aveva ragione, quando ha detto che chi vota a sinistra è un coglione. E' vero, se non altro perchè la sinistra non esiste.
Difatti fa leggi degne di una destra antidemocratica. Qual'è la differenza ormai?
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